Gruber e la politica del testosterone

Un vero reportage dal fronte della battaglia per il potere femminile. Dati e personaggi, per raccontare l'arroganza maschile. E consigli alle più giovani. [Di Giovanna Pezzuoli]

Lilli Gruber

Lilli Gruber

Giovanna Pezzuoli 7 novembre 2019

Basta! Scrive Lilli Gruber nel suo asciutto e tagliente pamphlet Il potere delle donne contro la politica del testosterone (ed. i Solferini). In un vivace reportage dal fronte della battaglia per il potere femminile affronta, numeri e personaggi alla mano, tutti ma proprio tutti i punti nevralgici in cui si manifesta l’arroganza maschile, quelle tre “v” violenza, volgarità virilità che sembrano legate indissolubilmente. E che schiacciano le donne relegandole in un’invisibilità intollerabile.

Ma il vento sta cambiando. Lo dimostrano attiviste determinate come Greta Thundberg o la teenager belga Anuna De Wever fondatrice di Youth for Peace, economiste prestigiose come Christine Lagarde e Kristalina Georgieva, giuriste come Lady Brenda Hale, femminista britannica, presidente della Corte Suprema, che ha tenuto in scacco il populista Johnson.
E poi Nancy Pelosi che a 79 anni ha avviato la causa di impeachment contro Trump, “mix esplosivo di volgarità e veleno” che non rappresenta un pericolo solo per le donne. Senza dimenticare Hollywood, con la sceneggiatrice Shonda Rimes, nera e madre single, che ha un enorme potere sull’immaginario di mezzo mondo, mentre nell’altra metà c’è, per esempio, un’esordiente di 34 anni, la senegalese Kalista Sy, che con la puntata pilota della sua serie Maîtresse d’un homme marié ha avuto tre milioni di visualizzazioni. Niente paura del potere, dunque, anche se può serpeggiare il sospetto del glass cliff, ovvero il precipizio di vetro, il fenomeno per cui, quando ci si trova in una situazione davvero disperata, ci si affida a una donna.


Così nel capitolo finale Lilli Gruber, che nel 2004 venne eletta con una marea di voti al Parlamento europeo, per poi tornare nel 2008 alla sua professione e condurre Otto e mezzo, rinunciando tra l’altro al vitalizio, lancia tre “modeste proposte”: la tecnologia al servizio delle donne e contro la violenza, tolleranza zero per la volgarità sui social come in strada, quote rosa vere e ovunque. Con un appello finale che sintetizza il senso del libro: “il voto alle donne, uno slogan antico che non è mai stato così attuale. E che oggi può salvarci la vita”.


Il libro si legge tutto d’un fiato con alcune vicende personali mescolate alla foga della denuncia, dalle scuse di Matteo Salvini che si giustifica per la sua maleducazione con la frase “ho i limiti di un maschietto” al direttore di rete che alla Rai di Roma apostrofò Lilli con “Buongiorno che buon profumo!” ricevendo l’inaspettata risposta  “E lei che profumo usa?”.
E se ha l’impressione che oggi le giovani si muovano in un’ottica altrettanto determinata ma più male friendly, Lilli apprezza la diplomazia che è fondamentale a costruire alleanze fra i sessi ma ricorda che “la guerra c’è e quando i nodi degli interessi personali vengono al pettine, nessun uomo sa essere femminista quanto una donna. Nemmeno Jacques”. Che è l’amato marito. Così i 7 consigli finali alle ragazze sono un mix di grinta e ironia. Da “compratevi una giacca” a “evitate di mescolare il piano professionale con quello dell’amicizia e del sesso”, da “imparate a dire di no agli uomini” a “studiate. Sempre, tutto, un sacco”.


Come fa Lilli Gruber che snocciola una caterva davvero fantastica di dati, entrando nel merito degli sbarchi dei migranti come delle sfide sportive, del lavoro (sapevate che a chiedere il part time è lei nel 32% dei casi e lui solo nell’8%) come nella gestione dei figli (nel rapporto di Save The Children del 2019 siamo al 70° posto su 149 paesi). E sottolinea il Gender Investment Gap, con un studio che analizza le start up scoprendo che quelle create da uomini hanno ricevuto il doppio di fondi rispetto alle altre, anche se le start up create da donne fanno guadagnare il 10% in più. Chissà come mai!

Quanto all’equal pay, ricordate il caso della broker di Bnp Paribas, Stacey Macken, che fece causa alla banca per discriminazione, venne per questo vessata dai colleghi, ma dopo 6 anni vinse ottenendo il dovuto risarcimento?

Capitolo molestie sul lavoro: non tutti sanno che la Ue ha avuto e ha il suo #MeToo. Quasi la metà delle deputate, nel Parlamento europeo, ha ricevuto minacce di morte o di stupro o di violenza fisica e il quasi il 15%  l’ha effettivamente subita, mentre più del 58% è stata attaccata online con commenti sessisti. Per non parlare dei club maschili, dal G20 di Osaka al G7 di Biarritz fino all’“eterno conclave”, con la protesta delle suore (sono 660 mila in tutto il mondo) che nella nota inchiesta-scandalo dell’inserto “Donne Chiesa Mondo” dell’Osservatore romano si dichiaravano sfruttate da una gerarchia esclusivamente maschile.