Cosa è mancato delle donne? L'idea della vita

Sara Gandini, firmataria dell'appello delle scienziate:"la donna dà valore non solo alla carriera, ma anche al bene della comunità, non separa vita e lavoro". [Di Barbara Bonomi Romagnoli]

Cosa è mancato delle donne? L'idea della vita
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Barbara Bonomi Romagnoli Modifica articolo

18 Maggio 2020 - 00.19


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“Quando si effettua una selezione di competenze e qualità la scelta dovrebbe essere in base al merito. Siamo certe che anche soltanto una maggiore attenzione nell’applicazione di quest’ultimo criterio avrebbe certamente portato alla selezione di un adeguato numero di donne all’interno delle varie commissioni, di cui sicuramente avrebbe beneficiato la gestione dell’Emergenza Covid-19. Da ora in avanti pretendiamo che un equilibrio di genere negli organi di rappresentanza e nelle commissioni tecniche e scientifiche sia una priorità assoluta”: è un passaggio dell’appello rivolto i primi di maggio dalle scienziate italiane al Governo italiano.
Fra loro, anche Sara Gandini, laureata in statistica e specializzata in Biometria e Epidemiologia, direttrice dell’unità “Molecular and Pharmaco-Epidemiology” presso il dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO). Dal 2016 è anche professoressa a contratto di statistica medica presso l’Università Statale di Milano ed è autrice di più di 200 articoli su riviste nazionali ed internazionali.

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Perché ancora oggi in Italia è necessario scrivere un appello del genere? 

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Le firmatarie sono scienziate italiane con una produzione scientifica ampia e di valore (H-index>50). Molte hanno un profilo scientifico e un riconoscimento internazionale non confrontabile con i personaggi regolarmente intervistati dai media o chiamati dagli amministratori a far parte delle task force. Ci siamo ritrovate con il desiderio di veder valorizzato il merito perché nonostante i riconoscimenti internazionali in Italia veniamo ignorate e non è un caso. L’Italia rispetto ad altri paesi soffre ancora di una cultura patriarcale che fatica a riconoscere valore alle donne specialmente quando si tratta di materie scientifico-tecniche. L’intento del nostro appello non era quello di rivendicare posizioni ma piuttosto ribadire che la presenza di donne di valore è una questione di giustizia, di civiltà e di sensatezza, perché se ci sono sguardi differenti sulla realtà anche i progetti migliorano ed è più facile trovare soluzioni ai problemi. In generale penso sia importante che sulla scena pubblica ci siano più donne autorevoli perché può modificare l’immaginario comune.

Se ci fossero state anche le mediche e le scienziate in questi due mesi di lockdown nelle task force, quale sarebbe stato lo sguardo diverso che avrebbero portato? Anche soluzioni diverse?

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Prima di tutto credo che sia importante ribadire che essere donne in sé non garantisce nulla, essere donne non implica necessariamente sottrarsi alle dinamiche di potere, specialmente quando le donne in posizioni apicali vengono scelte dagli uomini al potere. Tuttavia proprio perché storicamente relegate ai margini della società, più facilmente le donne danno valore non solo alla carriera, e quindi al successo personale, ma anche al bene della comunità nel suo complesso e ci tengono a non separare vita e lavoro. Con Tristana Dini, Ilaria Durigon e Barbara Buoso abbiamo scritto un testo ‘Primum vivere non sopravvivere’ con l’intento di chiamare tutte e tutti a ragionare insieme per immaginare il nuovo mondo che ci aspetta dopo il covid-19, un nuovo mondo a partire dal sapere femminista. Abbiamo preso la parola come donne anche perché è evidente che la politica istituzionale, la politica di potere, si è dimostrata non all’altezza. La politica dovrebbe avere uno sguardo di lungo periodo, dovrebbe permettere di investire per salvaguardarci da queste emergenze. Invece chi ci amministra ha ignorato tutti gli allarmi del passato di chi denunciava i tagli alla sanità.

Dall’inizio dell’emergenza sei fra chi sostiene che bisogna imparare a convivere con questo virus e non alimentare la paura, come si traduce questo in pratica?

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Stando tutti in casa ci sono meno malati ma il virus non sparisce. La quarantena doveva servire a contenere il contagio e allentare la pressione sugli ospedali ma se si sta a casa non sviluppiamo gli anticorpi. Prima di un anno difficilmente avremo il vaccino, ammesso che ce ne sarà bisogno, quindi con tutte le tutele del caso è evidente che bisogna fare in modo che più persone possibile acquisiscano gli anticorpi.

Porto un esempio di cura che ha un grande valore simbolico, perché spero riesca a rendere su cosa a mio parere dovremmo puntare. Gli Ospedali di Pavia e Mantova per primi hanno iniziato a curare con la sieroterapia: le trasfusioni di plasma dei guariti, eliminando i sintomi in 2 – 48 ore. Oltre ad essere una cura che costa poco, la cosa bella di questa cura viene proprio dal ribaltamento di senso: per guarire è necessario affidarsi alle relazioni, all’incontro con l’altro da sé, proprio a chi il virus l’ha incontrato, i medici e i contagiati. La salvezza non viene dal chiudersi al mondo ma dall’aprirsi e dall’avere fiducia. Non è ancora uno studio randomizzato, controllato, per cui bisogna andare cauti e continuare la ricerca scientifica, ma i risultati sono più che promettenti.

In che fase ci troviamo adesso?

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La fase 2 richiede di imparare a convivere con il virus e per fare questo è necessario rimettere in campo la fiducia tra le abitanti e gli abitanti di questo paese. Non è accettabile che lo stato si ponga come una autorità paterna che sa cosa è bene per noi, finendo per addossare a noi la responsabilità dei problemi quando è evidente che l’onere è principalmente di chi ci governa e ha amministrato la sanità negli ultimi 20 anni.

Il movimento femminista italiano ha sempre messo al centro della politica le relazioni e ha valorizzato le differenze: affermare che le differenze nei bisogni e nei desideri contano vuol dire anche riconoscere che le politiche indifferenziate possono alimentare disparità economiche e sociali. Dare valore alle differenze significa riconoscere che non tutti corrono gli stessi rischi o hanno le stesse esigenze. Si sa chi sono le persone che hanno maggiori possibilità di sviluppare forme gravi di malattia e sono le prime a dover essere tutelate. Ma come abbiamo chiarito anche nel documento “Primum vivere, non sopravvivere” deve essere chiaro che tutelare non vuol dire rinchiudere, restare a casa è una possibilità che – se scelta liberamente – va sostenuta con servizi a domicilio (rifornimento di alimenti e farmaci). Questi servizi devono inoltre essere garantiti soprattutto alle persone che devono stare in quarantena perché sanno di essere in una fase contagiosa avendo avuto un tampone positivo.

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Come donne sappiamo anche l’importanza di ripensare la scuola. Abbiamo scritto che è fondamentale assumere più insegnanti, più educatrici ed educatori per sfoltire le classi, per garantire servizi di pre e doposcuola, per le strutture al mare, campagna o montagna… E bisogna lavorare a soluzioni per gli ‘insegnanti a rischio’, cioè quelli over 65 o con altre patologie.

Sappiamo che i numeri non sono sempre oggettivi, le statistiche variano in base ai metodi scelti: le stime rilanciate in Italia sono attendibili? 

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I modelli predittivi si basano sempre su ipotesi che andrebbero esplicitate fin da subito dai ricercatori e che poi andrebbero discusse tenendo conto dei limiti e delle possibili fonti di distorsione e di variabilità. Il Rapporto “Valutazione di politiche di riapertura utilizzando contatti sociali e rischio di esposizione professionale”, che ha ispirato l’approccio del Governo alla Fase 2, ad esempio è basato su scenari pessimistici ed è stato ampiamente criticato. Detto questo è vero che abbiamo visto il fiorire di un’infinità di modelli predittivi e tutti si sono rivelati sbagliati e questo può creare confusione nei cittadini che sono alla ricerca di certezze e verità a cui aggrapparsi e poi finiscono per diffidare degli scienziati. Ma in realtà un mantra piuttosto diffuso nella comunità degli statistici è proprio “tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni funzionano”. Un modello epidemiologico serve a individuare delle line di tendenza riassumendo e interpretando alcuni aspetti della realtà perché si possano prendere delle decisioni che poi si spera invalideranno le previsioni del modello. Il modello quindi non può essere usato strumentalmente per non prendere la responsabilità delle decisioni politiche, non elimina la necessità di dover decidere e il rischio connesso. Agnese Vardanega in una recente pubblicazione sulla vita quotidiana in Italia al tempo del Covid ritiene che l’ossessione per le previsioni sembri “un’altra eredità dell’economia neoliberista, quella che ha depoliticizzato l’economia, facendoci credere che certe cose procedono naturalmente, per loro conto (appunto come i fenomeni meteorologici), ineluttabili e insensibili alle decisioni e alle azioni umane”. Ecco, se da una parte credo sia fondamentale dare fiducia ai medici e agli scienziati specialmente in momenti di crisi di questo tipo, dall’altra sono d’accordo con Vardanega che si debba fare attenzione a chiedere agli esperti di prendere decisioni al nostro posto perché questa è la ragione che ci porta “a credere ai complotti piuttosto che abbandonare l’illusione della certezza”.

Le femministe – e tu fra loro – da sempre parlano dell’importanza delle relazioni e del territorio come forza principale per affrontare anche situazioni come questa: da donna che lavora anche con la sanità, quali le priorità da cui ripartire?

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La cosa più importante di tutte a mio parere è ritornare a investire di più nella sanità e aumentare le assunzioni a lungo termine di personale medico, infermieristico e assistenziale, che deve essere preparato per le pandemie del futuro. Bisogna tornare a privilegiare la dimensione territoriale dei presìdi sanitari ed è fondamentale investire nella ricerca scientifica, facendo in modo che non prevalgano gli interessi privati, guidati dalla logica del profitto e di potere.

Il governo ha deciso la fase 2 sulla base di un report del Comitato Tecnico-Scientifico che fa previsioni catastrofiche con le terapie intensive di nuovo al collasso e le ipotesi alla base degli ‘scenari’ sono molto discutibili. A mio parere bisognava invece ascoltare le mediche e i medici che con un appello firmato da 100 mila persone hanno chiesto esplicitamente di “rafforzare il territorio, vero punto debole del Servizio sanitario nazionale“, oltre ai dispositivi di protezione e ai tamponi.

A quali modelli dovremmo guardare?

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Credo che la Germania abbia dimostrato al mondo che investire nella salute è fondamentale e che è possibile far collaborare sanità pubblica e privata per una migliore sanità a disposizione di tutta la popolazione. Non ha dovuto fare il lockdown completo perché, oltre ad una serie di misure per contenere l’epidemia, i Parlamenti hanno approvato sostanziosi sussidi e finanziamenti per l’incremento dell’impegno scientifico per la conoscenza del virus e la creazione di opportune terapie e vaccini. Secondo l’istituto di statistica tedesco DESTATIS, la Germania ha un budget annuale per la sanità di circa 375 miliardi di euro, pari all’11,5% del Pil e 4.544 euro a cittadino. Secondo i dati della Comunità Europea, l’Italia investiva nel 2017 nelle spese sanitarie 2.483 € per cittadino pari all’ 8,8% del suo Pil. La media europea corrisponde al 9,8% del Pil, quindi la Germania investe molto di più sia dell’Italia che della media Europea.

Oltre alla Germania vorrei nominare anche la Svezia perché la nazione che più ha puntato sulla fiducia e sulle relazioni. Anche Mike Ryan, capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Oms, in conferenza stampa a Ginevra ha spiegato che la Svezia ha implementato una forte strategia di sanità pubblica e ‘quello che ha differenziato molto l’approccio, è stato il rapporto con la popolazione, che ha avuto una forte volontà di aderire al distanziamento fisico e di auto-regolarsi. In questo senso le politiche pubbliche si sono basate su un’alleanza con la popolazione’.

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Dobbiamo sapere che il virus c’è e rimarrà a lungo in famiglia e in comunità, per cui nella nostra quotidianità la consapevolezza dei possibili rischi soprattutto per le persone anziane e con patologie concomitanti deve entrare a modulare i nostri rapporti.

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