Immuni, ma non dal sessismo: l’app che ignora la vita delle donne

Eroine del Covid, ma poi le donne tornano alla casella di partenza: perché i nostri dadi ci riportano sempre lì e mai un imprevisto o una probabilità a trascinarci al traguardo? [Di Marina Mastroluca]

l'immagine dell'app immuni

l'immagine dell'app immuni

Forse grazie alla tecnologia saremo immuni dal virus, non dai vecchi stereotipi. L’app più scaricata d’Italia – mezzo milione in 24 ore – accantonato il dibattito sulla privacy si presenta con due disegnini che non avrebbero sfigurato su un sussidiario di una volta: un uomo e una donna, lui è al computer, lei culla un neonato, quasi una madonna. Le istruzioni sul come e perché quasi passano in secondo piano rispetto al messaggio visivo. Covid o meno, nel 2020 è sempre l’uomo a portare a casa la pagnotta, la donna mette al mondo ai figli. E punto.



Inevitabili e prevedibili le polemiche.


Perché insomma mentre il Covid 19 rosicchia i diritti delle donne, costrette come sempre ad un lavoro di supplenza per assistere figli e familiari mentre l’occupazione femminile si restringe come una coperta infeltrita (-1,5% contro il -1 delle classsi maschili) e si allarga la schiera di quante nemmeno si mettono in cerca, vedersi ridimensionate alla figurina con il bimbo in braccio è sembrato più che insensibilità un’autentica presa in giro. Non basta doversi confrontare quotidianamente con le discriminazioni di genere, con stipendi più bassi (-4,4 nel pubblico, 17,9 nel privato) e con un carico di incombenze domestiche e familiari che rasenta la schiavitù (in media cinque ore di lavoro non retribuito al giorno, per un valore di 35 miliardi di euro annui complessivi). Non basta restare sempre in coda alla fila, nonostante i numeri dicano che le donne si laureano di più e meglio degli uomini (sono il 57% del totale e oltre il 59% prosegue con master e specializzazioni). Non bastano i rospi da ingoiare a due a due, bisogna vedersi sempre riproporre l’immaginetta casa e famiglia. I figli, innanzi tutto.


I figli, innanzi tutto



Ad avercene, intanto, perché tra gavette, precariato e stipendi con il contagocce la maternità più che un destino appare un pio desiderio per molte. Vale la pena di ricordare che l’Italia ha il tasso di natalità più basso d’Europa, pari a 1,32 figli per donna. Ma anche il più basso tasso di occupazione, con il 56% contro il 68 abbondante della Ue, peggio di noi solo la Grecia e sono dati pre-Covid, E non contiamo neppure una presenza così lusinghiera in politica e nei posti che contano, se per infilare qualche donna nelle torme di esperti sull’emergenza coronavirus c’è stato bisogno dello sdegno social e dell’appello delle parlamentari.


Eppure ne abbiamo sentite in questi mesi di tragedia – quella che ora i gilet arancioni e tanta destra stanno trasformando nella paurosa farsa del virus che non c’è e il 5g, la Cina, Bill Gates, Big pharma e via andare – ecco in questa tragedia abbiamo saputo della ricercatrice precaria Francesca Colavita, che con il team Spallanzani ha isolato il virus nel febbraio scorso e che è una dei 57 cavalieri del lavoro nominati ieri dal presidente Mattarella. Come Annalisa Malara, la giovane anestesista che per prima ha pensato l’impensabile e scovato il paziente numero uno a Codogno. E come Elena Pagliarini, l’infermiera di Cremona che abbiamo visto crollare stremata dopo un turno massacrante, addormentata con la testa appoggiata sulla scrivania, lei stessa colpita dal Covid e fortunatamente scampata.


Donne, che forse cullano o culleranno bimbi ma che non si sono risparmiate in nulla oltre le mura di casa. Come tanti si dirà. Ma alla fine dell’esercito degli eroi di ogni giorno, perché sono le donne a ritrovarsi alla casella di partenza, perché i nostri dadi ci riportano sempre lì e mai un imprevisto o una probabilità a trascinarci al traguardo?




Comunque le critiche stavolta sono andate a bersaglio, con buona pace di chi sui social minimizza: è un disegno, insomma, fatela finita invece di star sempre a cavillare. E Immuni corregge, spostando il bimbo dalle braccia della donna a quelle dell’uomo. E’ un tantino ipocrita e tardivo, e certo non cambia le coordinate culturali di un Paese vecchio anche in questo. Incontentabili? Per essere onesti il bambino si poteva anche lasciare, moltiplicando le braccia della donna: una sorta di dea Kalì, che mette insieme maternità, studio, lavoro, casa e tutto il resto. Sarebbe stato più corrispondente alla realtà.