"Come sei sciupata": le donne, il cibo e la felicità

"Non superare le dosi consigliate" di Costanza Rizzacasa d'Orsogna, un viaggio alla scoperta del nostro difficile rapporto con l'alimentazione. E con le medicine. [di Marcella Ciarnelli]

"Come sei sciupata": le donne, il cibo e la felicità
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Marcella Ciarnelli Modifica articolo

14 Giugno 2020 - 23.41


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Non superare le dosi consigliate“, romanzo primo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna edito da Guanda, è uno di quei libri che vanno a lungo metabolizzati, direi digeriti se non suonasse allusivo al contenuto complessivo di quelle 256 pagine che vuoi tenerti vicino il più possibile, in una sorta di dipendenza intellettuale mentre ti fai portare per mano alla scoperta del mondo variegato dei disturbi alimentari, delle difficoltà dei rapporti familiari, delle complicazioni sentimentali in cui troppo spesso i sentimenti c’entrano assai poco. O non più.

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C’è il difficile approccio col cibo di cui in molti soffrono anche inconsapevolmente. O si toglie tutto o si mette tanto. Sperando di trovare la strada della felicità… e allora la misura deve essere colma. Si decide così di stare stretti nei vestiti oversize, non riuscendo più ad allacciarsi le scarpe e mettersi le calze. Oppure all’opposto si arriva a vedersi scivolare addosso abitini striminziti che mettono in evidenza ossa riemerse ma già destinate a riscomparire quando la bulimia avrà di nuovo il sopravvento.

Tra bulimia e anoressia
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Il tutto è una innegabile sofferenza. Che quelli che ti incontrano e ti dicono “dovresti dimagrire un po’” o “come sei sciupata” sostengono di ignorare, mentre invece coscientemente calcano sull’evidenza per essere il più cattivi possibile. Specialmente quando si tratta di donne. Perché sottolineare il difetto fisico di un altro resta la forma più alta (o meglio bassa) di rivincita sui quelli propri. La forma più crudele che però dà una soddisfazione effimera a chi offende e invece ferisce per sempre chi ne è destinatario.

 

Non è importante la strada che si sceglie di percorrere nel tentativo di trovare un meccanismo capace di funzionare così bene da metterci in pace con il nostro corpo. Quanto pesi non importa, se alla fine si riesce a trovare il necessario equilibrio con se stessi e con gli altri. Un’operazione molto faticosa però che inciampa nella cattiveria gratuita degli altri e nell’idea che bellezza fa solo rima con magrezza.

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Il peso delle parole

E arrivando alla fine del libro di Costanza sembra proprio che l’autrice, in forma di racconto oltre l’autobiografia, la luce in fondo al tunnel l’abbia individuata in forma tale da illuminare la fine di un percorso forse non ancora del tutto compiuto, sempre a rischio inciampo, ma certamente reso meno doloroso dall’essere riuscita a raccontarlo. Le parole non hanno dosi consigliate da non superare.

C’è una narrazione che si spera abbia fatto vergognare almeno un po’ qualcuno dei bulli per cui è facile attaccare sul fisico, dato che col cervello la lotta l’avrebbero persa in partenza in assenza di materia prima. E che, al contrario, abbia rassicurato i generosi verso gli altri. Quelli disposti ad aiutare, a condividere e, comunque, a non sentirsi superiori solo perché i centimetri del punto vita sono quelli giusti.

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Non superare le dosi consigliate” arriva dopo “Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare”, stesso editore, e racconta la vita di Matilde che ha tanto dell’autrice ma non è tutta o solo lei. E’ la vicenda umana, affettiva, di dolore di una bambina cresciuta con una mamma che nei farmaci cercava drammaticamente lo soluzione ad una vita infelice.

“Non c’è un problema che un farmaco non curi, la mamma lo dice sempre. A casa nostra non si parla, si prendono medicine”. Ed ecco un’infanzia condizionata dalla assunzione incontrollata di lassativi che dovrebbero far dimagrire facendo espellere tutto quello che ossessivamente si è ingerito durante la giornata. Non per fame ma per bisogno di affetto innanzitutto. Lo dice l’attaccamento spasmodico di Matilde al pane, il bene rifugio più di tutti, che non può mancare mai perché è buono e serve davvero. Sazia, asciuga il dolore. Matilde è bulimica come la mamma che vomita in continuazione. Mangia tutto e poi ci pensano i lassativi.

Sofferenza e solitudine
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Ma non è una soluzione. La lotta col cibo è impari. Il peso della bambina e poi ragazza e donna ha picchi e discese vertiginose. Ottanta chili a sedici anni, appena 48 a diciotto e poi il record dei centotrenta accumulati in poco tempo e così oppressivi da costringerla in casa per tre anni. Mentendo su viaggi fantomatici e impegni di lavoro per stare al sicuro tra le quattro mura di casa che fanno da paravento alla realtà. Per non uscire allo scoperto cosa c’è di meglio che mentire.

La storia è un coagulo di sentimenti, di dolori a cominciare da quello per la morte della madre ancora giovane e per il dissesto finanziario del padre, di speranze deluse. Di bugie per riuscire a comprare i farmaci e sfuggire al confronto. E di trucchi anche infantili per nascondere agli altri le proprie debolezze. Anche di relazioni violente. E poi, però, le soddisfazioni per l’impegno di studio alla Columbia University e i successi americani che, si apprende leggendo, non riusciranno a fermare l’altalena continua della fame e delle paure. Scrivere, il giornalismo è stata la via d’uscita.

Avere scritto con tanta limpida sincerità, aver rivelato i propri limiti, le proprie debolezze, ma anche la propria forza, sarà certamente servito all’autrice per avviarsi su una strada di condivisione con una bambina così somigliante ma in cui, c’è da scommettere, alla fine a vincere è Costanza. Mano nella mano con Matilde.

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