Il Rettore di Bari: "Perché ho chiesto scusa alle donne a nome dell'Ateneo"

"Una istituzione pubblica non può piegarsi all'indifferenza": intervista al rettore Stefano Bronzini,  che ha anche sospeso il docente accusato di aver svolto una lezione sessista. [di Annamaria Ferretti]

Il rettore dell'Università di Bari, Stefano Bronzini

Il rettore dell'Università di Bari, Stefano Bronzini

Annamaria Ferretti 22 novembre 2020

Ci sono donne che ogni giorno si svegliano e sanno che dovranno correre più degli uomini per rompere quel “soffitto di cristallo” che si chiama “disparità di genere”.


Ci sono uomini che ogni giorno si svegliano e sanno che dovranno correre più delle donne per avere il coraggio di rompere con loro quel “soffitto di cristallo” che si chiama “disparità di genere”. Non importa che si tratti di donne o di uomini: l’importante è cominciare a correre. E noi, aggiungiamo: insieme.


 


Il rimando al proverbio africano del “leone e la gazzella” che per istinto abbiamo adattato a questa narrazione, calza a pennello per raccontare l’evoluzione di una notizia che ha per protagonisti due uomini. Un docente dell’Università di Bari denunciato dai suoi studenti per aver divulgato durante una sua lezione in streaming teorie sessiste (peraltro sintetizzate in una slide in cui era scritto testualmente: “giudici donne non dovrebbero esserci, perché giudicare significa essere imparziali e il giudizio delle donne è condizionato a causa della loro innata ed esagerata sensibilità ed emotività”), e il Rettore della stessa università che, dopo aver deciso per l’immediata sospensione del professore di cui sopra, ha deciso di andare oltre l’atto formale indirizzando un suo scritto a “La Gazzetta del Mezzogiorno” per chiedere scusa alle sue studentesse e alle donne,  ed evidentemente prendere un impegno per “correre” insieme alla componente femminile del mondo universitario che rappresenta, per dare valore al ruolo della donna in un settore di vitale importanza per formazione, cultura e ricerca. 


Abbiamo incontrato Stefano Bronzini, Rettore dell’Università di Bari Aldo Moro.   


 


 


Magnifico, cominciamo dalla domanda apparentemente più semplice: perché ha ritenuto di andare oltre l’atto burocratico della sospensione e chiedere “scusa" alle donne e alle studentesse per quanto accaduto?


 


Semplice. Ritengo doveroso non far cadere nel silenzio, molto spesso ancora più imbarazzante se penso al giusto clamore mediatico ricevuto, una idea di mondo assolutamente non condivisa e non accettata dalla mia comunità universitaria. A me è sembrato doveroso scrivere una lettera pubblica perché una istituzione, quindi una università pubblica, deve sempre offrire spunti di riflessione e non può mai piegarsi alla indifferenza o limitarsi ad una burocratica risposta, tantomeno può immaginare di far passare sotto silenzio o ancor più cedere all’oblio. Siamo una istituzione di ricerca e formazione, quindi, ritengo necessario svolgere il nostro ruolo civile.


 


 


Chiedere “scusa" non è mai facile. Eppure i più maligni (particolarmente tra gli uomini) commentano la sua scelta parlando di strategia per raccogliere i consensi delle donne e mettersi la coscienza a posto. Cosa risponde?


 


Fanno bene i maligni a commentare malignamente. Mi dispiace per loro. Rivelano così che proprio la loro visione ha contribuito nel tempo a sostituire il nobile esercizio del ‘dubitare’ con quello grossolano del ‘sospettare’. Deve essere triste vivere sospettando degli altri. Quindi mi permetto di correggere la sua domanda immaginando che una più diretta questione postami dovrebbe recitare: i maligni sospettano… A loro rispondo semplicemente: se ‘sospettano’ che porgendo le scuse cerchi di accattivarmi l’opinione pubblica particolarmente quella femminile, allora deve essere la loro vita oltre che triste, anche maleducata. Saper chiedere scusa dovrebbe essere naturale in un mondo civile. Poi sulla coscienza: è parola troppo impegnativa per risolverla in un giro di parole. Ancor più, dubito, che si possa pensare di mettere a posto la propria coscienza con una lettera. La lettera riguarda una cosa sola invece la storia individuale di tutti noi è molto più complessa ed è costituita anche di tante piccole e grandi contraddizioni.


 


Ma lei è consapevole che l’attenzione ed il plauso che le donne stanno riservando alle sue parole la caccia comunque in un bel guaio? Cosa ritiene possa produrre in termini concreti questa sua presa di posizione per l’istituzione barese che rappresenta?


 


Non è un bel guaio avere conferma che donne e uomini, tutta la mia università, si siano riconosciuti nelle mie parole. Una comunità si consolida anche scoprendo un comune sentire, condividendo valori e riconoscendosi in un linguaggio che rispetti gli altri. Vorrei fosse chiaro: la lettera è a mia firma, cioè a firma del rappresentante la comunità universitaria, quindi dell’intera comunità. Se non si comprende la differenza, per me molto importante, si riduce tutto ad un fatto personale. Così non deve essere. Atti concreti? Li faremo certo e li decideremo insieme. Saranno sempre quelli che il mio ruolo mi impone e mi consente. Alcune azioni virtuose che sono state realizzate, anche in collaborazione con altre istituzioni, produrranno esiti nel tempo. Ora invece si deve essere molto contenti non perché un rettore abbia chiesto scusa, ma perché una comunità abbia sottolineato quanto i temi della discriminazione debbano essere all’ordine del giorno e, se mi è concesso, quanto sia doveroso sconfiggere l’indifferenza. Vede spesso capita ad un rettore di ricevere lamentele da studentesse e studenti per mal funzionamento o atti di prevaricazione e non meno di semplice cattivo gusto. Alle volte hanno ragione loro e alle volte no. Succede ed è inutile farne un dramma. Invece non è immaginabile che una istituzione possa far passare come un semplice mal funzionamento una prevaricazione di quelli che sono gli ideali costituzionali oltre che del nostro statuto.


 


Due anni fa il primo ministro canadese Justin Trudeau, prendendo tutti in contropiede, durante una visita in Italia dichiarò: “Io sono e resto femminista”. Vuole stupirci anche lei?


 


Se facessi mia una affermazione del genere sarei abbastanza poco credibile e persino sgradevole. La questione non è indossare vesti non proprie. Sarebbe anch’esso molto triste. Il punto è invece rispettare le altre e gli altri per quello che sono. Le parole hanno un peso. Ribadisco: ho chiesto scusa alle persone offese. Nella nostra Università nessuna discriminazione potrà essere tollerata e siccome è accaduto, ho chiesto pubblicamente scusa. A me sorprende che un gesto semplice, a me lo hanno insegnato i miei genitori sin da piccolo, debba meravigliare. Ecco tutto. Non le sembra che una lettera di scuse stia suscitando troppo clamore? La vera notizia dovrebbe essere che il chiedere scusa sia così anomalo.


 


Il problema della disparità tra i sessi e della rappresentanza delle donne negli organismi decisionali è un gap che danneggia fortemente il nostro Paese. Anche nelle università italiane per le donne rompere il cosiddetto “soffitto di cristallo” è un miracolo. Cosa deve cambiare? I patti etici non bastano…


 


Considerazione che riguarda il sistema universitario e non solo. Lo dico oggi che possiamo salutare una altra donna rettrice del più grande ateneo italiano, quello romano. Non è la sola rettrice, anche se giustamente la questione postami risulta verissima. Potrà non esserlo più solo quando potremo tutti leggere non più la prima rettrice, come capita oggi, ma una seconda donna eletta rettrice nella stessa università. Nella vita accademica il problema sussiste e ci sono molte ragioni. Sarebbe lungo nominarle e analizzarle. Posso solo dire che sia di grande nocumento per l’intero sistema l’assenza di un punto di vista femminile sia in qualità di rettrice sia nei ruoli apicali presenti negli organigrammi degli atenei italiani. La norma, pur utile e necessaria, rende obbligatoria la presenza di genere in commissioni e organi, ma non è sufficiente. Un conto è la rappresentanza e un conto è la parità di genere. La stessa fotografia della realtà scientifica annovera un numero di donne sempre più elevato, spesso superiore a quello degli uomini, nel mondo della ricerca. Tutte colleghe molte produttive scientificamente. Anche il numero delle studentesse è superiore a quello degli studenti. Sono anche le migliori nelle valutazioni nazionali. Il problema quindi investe la loro assenza nelle posizioni di apice. Non voglio essere frainteso: le mie colleghe raggiungono ruoli di primo piano nelle loro discipline, ricoprendo anche cariche scientifiche di altissimo valore. Proprio il loro alto livello scientifico spesso prevede altre rinunce. Ecco forse questa immagine le fa comprendere come la vita al femminile prevede ancora delle rinunce che non sono date agli uomini. La questione però è molto complessa. Utile discuterne approfonditamente, poco utile invece ridurla con semplici affermazioni di principio.


 


“Le parole fanno la differenza”. GiULiA giornaliste con il Manifesto di Venezia ha strutturato una carta che è un vero e proprio impegno nella promozione di un linguaggio rispettoso della persona e della parità di genere. Aderisce?


 


Non è mio costume aderire ai manifesti. Alle volte però si deve saper fare eccezioni e credo di averle già risposto. Per me il linguaggio è importante, è la chiave interpretativa della realtà. Intervenire pertanto sul linguaggio, sulle parole è fondamentale, appunto ‘le parole fanno la differenza’. Pensi che tutta la mia lettera riabilita un giro di parole che, scopro mio malgrado, è diventato démodé: è così bello, denota libertà, il saper chiedere scusa!  Farò una eccezione: aderirò!