Maria Ressa, un Nobel alla libertà di stampa e contro l'odio

Premio Nobel per la Pace alla giornalista filippina Maria Ressa, con il giornalista russo Dmitry Muratov. Due i fronti su cui si è mossa Ressa: il giornalismo investigativo senza padroni e lotta all' hate speech [di Paola Rizzi]

Maria Ressa (foto da Rappler)

Maria Ressa (foto da Rappler)

Paola Rizzi 9 ottobre 2021

«Voglio che Maria Ressa venga violentata ripetutamente fino alla morte, sarei così felice se ciò accadesse quando verrà dichiarata la legge marziale, mi rallegrerebbe il cuore». E’ il 2017 quando la giornalista filippina Maria Ressa legge questo commento sulla sua pagina Facebook. Non è né il primo né l’ultimo: da un anno è oggetto di una formidabile campagna di odio sui social network a ritmi incalzanti; riceve fino a 2000 minacce al giorno, anche 90 messaggi in un’ora che le augurano la morte, lo stupro, la denigrano nella sua sessualità, la umiliano con il body shaming feroce. Shitstorm digitale montata di pari passo alla violenta campagna intimidatoria orchestrata dal presidente Duterte contro di lei e contro il sito di giornalismo investigativo Rappler, colpevoli di aver investigato sull’escalation di omicidi extragiudizuali e di episodi di giustizia sommaria collegati alla cruenta lotta antidroga del governo. Ressa è una giornalista di grande esperienza, pluripremiata, che si è formata negli Stati Uniti, per 20 anni è stata reporter investigativa nel sud-est asiatico  per la Cnn prima di dar vita nel 2013 assieme a tre colleghe a Rappler, un vero esempio di giornalismo watchdog. Per questo è stata più volte incarcerata nel suo Paese e ha subito diversi processi. Una persecuzione giudiziaria, tuttora in corso, che non l’ha mai fermata.


Ma il contributo di Maria Ressa al giornalismo e alla comunità dei giornalisti e soprattutto delle giornaliste è anche nella battaglia che da anni conduce  contro il fenomeno delle fake news e delle minacce e degli abusi online. Da reporter investigativa di razza quale è, quando sono incominciati gli attacchi contro di lei, ha indagato a lungo, realizzando nel 2016 un’inchiesta in tre puntate intitolate Propaganda war: weaponizing the internet ( Guerra di propaganda: armare internet), How Facebook algorithms impact democracy (Come l’algoritmo di Facebook impatta la democrazia) e Fake accounts, manufactured reality on social media  (Account falsi, la realtà fabbricata sui social media). Giusto per avere un’idea, lo scandalo di Cambridge Analytica deflagra del 2018.

Dopo quell’inchiesta, che ha dimostrato come dietro le campagne di disinformazione e di  hate speech violento nei confronti della stampa libera nel paese ci siano troll e uomini di Duterte, gli attacchi digitali contro di lei sono aumentati a dismisura. Dopo la minaccia di stupro letale del 2017, Ressa decide di coinvolgere la sua community  per risalire all’identità dell’hater, che si scopre essere uno studente universitario. Lo farà in altre circostanze, smascherando  per esempio dietro altri attacchi la  mano di esponenti dell’esercito. Ma, denuncia più volte, investigare e contrastare questa valanga di abusi e minacce digitali è improbo e defatigante.



«Attaccano la tua fisicità, la tua sessualità. Quando vieni denigrato e privato della dignità in questo modo, come puoi mantenere la tua credibilità? Tutte queste cose lavorano insieme per un unico scopo ed è quello di impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro».

La storia di Ressa e degli abusi online da lei subiti  diventata una case history raccontata in un corposo dossier realizzato dall’ International Center for Journalism che ha monitorato 5 anni di messaggi sui social contro la giornalista filippina, per dimostrare come l’opera di discredito praticata nella sfera digitale abbia creato l’ambiente favorevole alla sua persecuzione. Un lavoro corposo nel quale tra l’altro emerge come il 34% degli attacchi  siano all’insegna di misogina, sessismo ed abuso esplicito. Ressa pochi mesi fa ha anche ricevuto il premio Unesco Guillermo Cano per la libertà di stampa assegnato da una giuria internazionale presieduta da Marilù Mastrogiovanni, di GiULIa giornaliste,  ed è testimonial della campagna Unesco contro la violenza digitale contro le giornaliste, che ha svelato come il 73% delle giornaliste che hanno partecipato alla ricerca ha ricevuto minacce online e il 20 per cento poi è stata oggetto di aggressioni anche offline. Ressa questo 20% lo conosce bene. Ed ha anche più volte puntato il dito contro i provider, Facebook in testa, che lei accusa di non aver fatto praticamente nulla in termini di moderazione, nonostante lei abbia più volte  denunciato e cercato un confronto:

«L'unico modo in cui si fermerà tutto questo sarà quando le piattaforme saranno obbligate a rendere conto… Loro hanno abilitato questi attacchi; dovrebbero non permettere che ciò accada. Non fare nulla è un'abdicazione di responsabilità»

Nei giorni in cui la whistlerblower Frances Haugen, ex ingegnera del team di Manlo Park ha confermato una cosa che sospettavamo e cioè che  Zuckerberg fa profitti grazie all’algoritmo della polarizzazione e dell’odio, il Nobel dato ad una giornalista investigativa che ha vissuto sulla sua pelle e denunciato tutto questo, assume un valore  simbolico lampante. Le minacce alla libertà di stampa arrivano dai regimi autoritari ma anche, nei fatti, da uno spazio pubblico digitale manipolabile in mano a spregiudicati monopolisti privati.

Nella storia di Ressa c’è  tutto questo. E c’è anche un pezzettino di Italia: la madre, trasferitasi  negli States, ha sposato un italoamericano che le ha dato il cognome.