Sergio Lepri, il direttore che impose il linguaggio rispettoso delle donne

Cordoglio per la scomparsa a 102 anni dello storico direttore dell'Ansa (dal 1961 al 1990), che ha insegnato a generazioni di giornalisti la correttezza anche linguistica. [di Maria Teresa Manuelli]

Sergio Lepri, il direttore che impose il linguaggio rispettoso delle donne
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Maria Teresa Manuelli Modifica articolo

20 Gennaio 2022 - 23.41


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“Si attribuisce a Mao Tse-tung la frase ‘Le donne sono l’altra metà del cielo’. Ora io non conosco il cinese e non so se questa traduzione che si è diffusa sia quella corretta, ma so che un errore di fondo vi è implicito. Una discriminazione: dire che è l’altra. La donna, casomai, è una delle due metà del cielo. Non l’altra. Eppure quanti continuano a utilizzare questa frase come simbolo del rispetto della donna!”. Iniziava così la mia intervista nel 2014 con Sergio Lepri, classe 1919, storico ex direttore dell’Ansa (per quasi 40 anni dal 1961 al 1990) e fervente oppositore delle tante discriminazioni che affliggono la lingua italiana. Compresa quella sull’uso del femminile nelle professioni e nelle cariche istituzionali. Lo avevo contattato perché con l’Associazione Gi.U.Li.A.-Giornaliste stavo preparando il materiale per il libro “Donne, grammatica e media” e, dopo il consulto con l’Accademia della Crusca, volevo sentire anche la “voce storica” del giornalismo su questo argomento.

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Grande amico di Gi.U.Li.A., mi aveva accolta nella sua casa romana un pomeriggio di primavera, nel salotto tra le fotografie dell’amatissima moglie. “Ma venga dopo le 15,30 perché prima ho lezione di tennis, per favore”. Lepri all’epoca aveva 95 anni e io avevo sgranato gli occhi. “Sì, palleggio solo un po’ con il maestro due volte alla settimana”, si era schermito. Aggiungo che l’incontro non era potuto avvenire in inverno perché lui era a sciare, sempre a 95 anni. “Ma solo per fare un poco di fondo”. La cifra di un uomo inarrestabile, Sergio Lepri, che aveva iniziato il mestiere dirigendo un giornale clandestino, L’Opinione, durante la Resistenza, e da allora aveva inteso il giornalismo come un servizio civile a favore delle cittadine e dei cittadini, e che da sempre portava avanti l’idea che il nostro mestiere dovesse essere un mezzo di crescita per la società.

Non è un caso se l’Ansa che lui diresse per decenni fu anche l’organo giornalistico che per primo aprì le porte alle donne. Quando il “Messaggero” non aveva (e si vantava di non avere) neppure una redattrice, l’Ansa aveva l’11% di personale giornalistico femminile; e negli anni Ottanta le prime redattrici apparse nelle sale stampa degli organi parlamentari e di governo erano redattrici dell’Ansa. Insegnamenti che hanno anticipato i tempi.

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Per lui il primo problema del sessismo era il criterio androcentrico delle lingue. Il secondo, l’ignoranza “Compresa l’ignoranza di molte donne che ritengono una conquista femminista l’appropriarsi delle qualifiche professionali maschili”, ci teneva a sottolineare.

L’eredità che lascia a noi tutte è che “la lingua non è soltanto una somma di parole; ogni parola è storia e ogni parola è, nel nostro inconscio mentale, un tesoro di concetti e di comportamenti”.

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Le giornaliste di GiULiA, che tanto devono a un maestro di giornalismo quale è stato Sergio Lepri, esprimono cordoglio alla famiglia e a quante e quanti gli hanno voluto bene. Si stringono in particolare alla figlia Maria, tra le socie fondatrici di GiULiA. 

 

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