Valeria Fedeli, sorella maggiore di tutte noi

E' morta Valeria Fedeli, sindacalista, parlamentare, ministra. Soprattutto femminista. Tra le fondatrici di Se non ora quando, si è battuta perl'educazione di genere nelle scuole. E' stata un punto di riferimento per il movimento delle donne. Il ricordo di Eleonora De Nardis, del direttivo di GiULiA pubblicato su Collettiva.

Valeria Fedeli, sorella maggiore di tutte noi
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Eleonora de Nardis Modifica articolo

14 Gennaio 2026 - 17.13


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Quando penso a Valeria Fedeli, non penso soltanto al titolo di Ministra, a Senatrice, o alla lunga vicenda sindacale che l’ha vista protagonista. Penso alla donna che, sin da ragazzina, ha sfidato le onde del conformismo e del silenzio, e che ha trasformato quelle sfide in canto collettivo.

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Valeria Fedeli nasce a Treviglio nel luglio del 1949, in una generazione che vedeva il mondo come qualcosa da cambiare, prima ancora che come qualcosa da comprendere. Dopo il diploma da assistente sociale e i primi anni come maestra d’infanzia a Milano, incontra presto la realtà del lavoro femminile: precario, sottopagato, invisibile. È lì che nasce il suo femminismo, non teorico ma vissuto, radicato nella carne delle disuguaglianze quotidiane.

Nel sindacato, Valeria Fedeli dà voce a una delle prime grandi battaglie femministe del secondo Novecento: il pieno riconoscimento del lavoro delle donne. Da responsabile del coordinamento donne nella Funzione Pubblica Cgil e poi da segretaria generale della categoria dei tessili – uno dei settori più femminilizzati e sfruttati – si batte per la parità salariale, per i diritti di maternità, contro il ricatto tra lavoro e vita familiare.

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Per lei il lavoro non era solo reddito, ma autonomia, libertà di scelta, possibilità di sottrarsi alla violenza economica. Diceva spesso che non esiste emancipazione senza indipendenza materiale, e che la parità non può essere concessa ma contrattata e conquistata. In un’epoca in cui le donne erano spesso relegate a ruoli “di supporto”, Valeria rompe il soffitto di cristallo del sindacato stesso, imponendo uno stile di leadership autorevole e inclusivo.

Valeria sapeva che la battaglia per l’uguaglianza non è fatta solo di leggi, ma anche di parole e che il linguaggio è un campo di battaglia femminista. Per questo una delle sue lotte più controverse – e oggi più attuali – è stata quella sul linguaggio di genere: «Quando tu, donna, non esisti nel linguaggio quando vieni chiamata, non esisti neppure negli altri ambiti».

Non era una provocazione, ma una presa di posizione politica netta: chiamare le donne con il loro nome –ministra, sindaca, ingegnera – significava scardinare un ordine simbolico che le aveva sempre rese eccezioni o intrusioni. Valeria sapeva che il patriarcato vive anche nella grammatica, e che il linguaggio è uno dei primi luoghi dove si impara chi conta e chi no.
Difese questa battaglia anche quando venne derisa, accusata di “esagerare”, di occuparsi di dettagli. Ma per lei non esistevano dettagli quando in gioco c’era la visibilità delle donne.

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Tra le sue battaglie più lungimiranti c’è stata quella per l’introduzione dell’educazione di genere nelle scuole. Non come ideologia, ma come strumento di prevenzione: contro la violenza maschile sulle donne, contro gli stereotipi, contro l’idea che i ruoli siano scritti nel destino biologico.
Valeria credeva che la libertà si impari da piccoli e che il rispetto non nasca per decreto ma per educazione. Da ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha difeso con forza i percorsi di educazione alle differenze, anche di fronte a campagne di disinformazione violente e organizzate. Sapeva di pagare un prezzo politico, ma non ha mai arretrato: perché per lei proteggere le nuove generazioni significava insegnare loro a nominare le emozioni, il consenso, l’uguaglianza.

Nel 2011 Valeria Fedeli è tra le protagoniste del movimento Se non ora, quando?, una delle più grandi mobilitazioni femminili della storia repubblicana. In un Paese in cui il corpo delle donne veniva sistematicamente mercificato, umiliato, usato come moneta di scambio simbolica e politica, quella piazza rappresentò una rottura. Non una protesta contro qualcuno ma per qualcosa: per la dignità, per la libertà, per l’autodeterminazione. Valeria portò in quel movimento la sua capacità di tenere insieme generazioni diverse, femminismi differenti, senza mai annacquare il messaggio: la rappresentazione delle donne non è neutra, è potere.

Il suo era un femminismo che include: Valeria non ha mai trasformato il suo femminismo in una fortezza. Era convinta che la liberazione delle donne non fosse una guerra tra sessi, ma una trasformazione collettiva. Per questo parlava agli uomini, con gli uomini, chiedendo loro responsabilità e alleanza.
Con i giovani aveva un rapporto speciale: non li ammoniva, li ascoltava. Parlava con loro, non dall’alto ma accanto. Credeva che le nuove generazioni fossero portatrici di una libertà ancora incompiuta, da accompagnare e certamente non da controllare.

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La notizia della sua scomparsa ha attraversato come un’onda i cuori di chi l’ha amata e di chi anche solo l’ha incontrata una volta. La sua voce ora è silenzio nel mondo fisico ma continua a risuonare nelle parole che usiamo, nelle battaglie che portiamo avanti, nelle domande che non smettiamo di fare.

«La parità di genere non c’entra con il politically correct, è riconoscere la realtà»: Valeria Fedeli ci lascia questo, il coraggio della realtà, la forza di chiamare le cose con il loro nome, la capacità di non separare mai politica e umanità. È stata davvero una sorella maggiore per noi tutte: non perché guidasse dall’alto, ma perché camminava davanti, indicando sentieri possibili.

E così oggi, mentre piangiamo, ancora incredule, la sua perdita, sappiamo che Valeria continuerà a vivere in ogni nostra battaglia futura e in quelle di chi non accetterà mai che l’ingiustizia e l’ineguaglianza vengano chiamate normalità.

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Qui il link all’articolo pubblicato sul sito di Collettiva

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