«Il maschile neutro é un inganno. Il femminile una scelta politica», questo il titolo della conferenza stampa al Senato, convocata dalla senatrice Valeria Valente (Pd), avvocata amministrativista, prima firmataria della proposta di legge s. 1752, insieme alle senatrici Cecilia d’Elia e Simona Malpezzi e alla vicepresidente del Senato Anna Rossomando. Il testo propone modifiche al Codice penale ed al linguaggio amministrativo per riconoscere la presenza del genere femminile in ogni aspetto della vita civica, a partire dalla nostra carta di identità, dove c’è spazio solo per la dicitura “il titolare” e noi siamo tutte “nato a”. Insomma se volessimo essere formalisti nel diritto, aggiunge il giudice penalista Valerio de Gioia potremmo ben dire che, paradossalmente, la donna non è chiamata a rispondere di delitti, perché il Codice penale parla solo di “imputato” e non la riconosce, né include!
La nostra assuefazione a parole declinate solo al maschile non ci fa più vedere che per i codici di legge la donna non esiste. Troviamo espressioni come: “un uomo é punito con la reclusione”, “un cittadino straniero”, “un ministro”, “la morte di un uomo”, “un minore”, “ il conducente” e molte altre. Ma soprattutto la proposta di legge vuole modificare alcune frasi arcaiche, le più emblematica del diritto romano, come “ La diligenza del padre di famiglia” in “diligenza ordinaria” e “la destinazione del padre di famiglia” si tradurrá in “destinazione ordinaria”. L’obiettivo della proposta, ispirata dal lavoro di Rosanna Oliva de Concliis, Rete per la parità e da Maria Tiziana Lemme, dell’ Associazione Femminile Maschile Neutro, che sarà sul tavolo della prossima legislatura, è attribuire soggettività alle donne, dare un nome, riconoscere l’esistenza dei generi, maschile e femminile. Il Codice Rocco non lo aveva fatto ed a distanza di ben quarant’anni dalle prime politiche sul linguaggio per le pari opportunità, basta ricordare le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini del 1987, tutto questo appare, oltre che anacronistico, disarmante. Eppure il percorso è stato davvero molto lungo. La linguista Cecilia Robustelli ricorda che il tema dell’uso corretto sulla base del genere (non del sesso) nel linguaggio amministrativo, trovò spazio fin dal 1993, quando il ministro della Funzione pubblica, Sabino Cassese introdusse un codice per un uso non sessista della lingua italiana. Nel 2015, poi, si costituì un gruppo di esperte ed esperti presso la Presidenza del Consiglio dei ministri con il giurista Berardo Giorgio Mattarella, ma di quella relazione ora non si trova più traccia. Si proseguì, poi, anche al tempo del ministro Renato Brunetta, ma non cambiò molto. Per una linguista come Robustelli una legge non può imporre il cambiamento linguistico, ma assegnare almeno sulla base del genere grammaticale il titolo funzionale in modo corretto sarebbe doveroso.
Per l’avvocata Ilaria Boiano (Associazione Differenza Donna), occorre rivedere alcuni aspetti tecnici di questa proposta con un lavoro di squadra più ampio. Non concorda, infatti, sul punto di modificare la parola “omicidio” in “assassinio”, perché darebbe un interpretazione sulla condotta. Di certo tutto è migliorabile, ma per Anna Rossomando, vicepresidente del Senato «mai come in questa epoca possiamo ben affermare che il linguaggio esprima una cultura politica ben definita. Sul tema della invisibilità delle donne stiamo facendo dei timidi progressi ed utilizziamo tutto, anche cose simboliche, come titolare le strade che fa sempre parte della medesima battaglia, quella della parità effettiva, economica e sociale».
