E le donne? Sono in Spagna

Undici ministre nell'esecutivo di Pedro Sanchez. Solo sei uomini. E in Italia? Il nuovo governo ha un alto tasso di testosterone [di Alessandra Mancuso]

I leader Psoe, Pedro Sánchez ex-segretario e Susana Díaz

I leader Psoe, Pedro Sánchez ex-segretario e Susana Díaz

Redazione 7 giugno 2018

di Alessandra Mancuso


E le donne? Al refrain che in Italia ci accompagna da mesi, dalla proclamazione degli eletti, all’elezione dei capigruppo, alle consultazioni al Quirinale in rigorosa grisaglia, fino al giuramento del governo Conte, possiamo finalmente rispondere: le donne sono in Spagna. Tanto che sui giornali compare da domanda: ora che sono 11 a 6, dobbiamo parlare di Consiglio delle ministre? Distanza siderale: in Italia un governo ad alto tasso di testosterone, esponenti politici che negli anni hanno abbondantemente dato prova di machismo, diritti delle donne e civili a rischio, assenza del ministero delle pari opportunità (comunque già abolito da Renzi), 5 ministre (di cui 3 senza portafoglio) su 18. Specchio di un paese in cui accendi la tv e a parlare di “cose serie” trovi solo maschi. La segregazione nel piccolo schermo: day time consacrato a bellezza, famiglia e cucina, regno delle donne. Prime time e talk show politici con solo uomini a concionare, analizzare, commentare. Settimana dopo settimana, i conduttori neanche se ne accorgono, vanno in automatico: solo maschi in video, spesso neanche una – dico una - donna. Sarebbe ora di fare boicottaggio col telecomando (c’è già chi lo fa). E se non fosse per tre bravissime conduttrici (Annunziata, Berlinguer, Gruber) gli uomini avrebbero il monopolio anche delle conduzioni degli approfondimenti, dopo quella delle direzioni dei quotidiani nazionali (solo Norma Rangeri al Manifesto). E che sorpresa quando il premier Sanchez annuncia il suo governo “europeista e femminista”! Siamo così intente a misurare i passi indietro fatti in Italia che non ci siamo accorte di quanto succedeva in Spagna. Dove oltre 5 milioni di donne hanno scioperato l’8 marzo e sono scese in piazza, con una protesta che ha precedenti solo nel ’75 in Islanda. Non ci siamo accorte che le giornaliste della RTVE, la tv pubblica, da settimane hanno lanciato il “viernes negro”: si vestono di nero il venerdì contro “l’informazione manipolata”, una protesta seguita da tutti i colleghi. E che da lunedì oltre 800 universitari spagnoli raccolgono firme su un Manifesto che lancia il movimento “No Sin Mujeres: No senza donne”, esortando a boicottare le Conferenze con esclusiva presenza maschile. In Italia siamo spettatrici. Spettatrici anche del movimento #meetoo, senza che da noi sia nato nulla di analogo. Siamo in campo come femministe, con i nostri progetti, il lavoro carsico importante, che produce cambiamento, ma non siamo “movimento”. Restiamo élite, non riuscendo a suscitare - neanche attraverso i sindacati – il protagonismo delle donne. Professioniste e lavoratrici o precarie che ogni giorno vivono come fossero “cittadine di seconda classe”. Siamo ancora “cittadine di seconda classe”. E’ vero: siamo parte di un problema più generale: l’eclissi della sinistra, è, in Italia, eclissi dei movimenti. Non è solo quello femminista a essere fantasma. Ma per quanto ci riguarda una riflessione va avviata e velocemente se non vogliamo restare schiacciate dalla nostra stessa assenza.