La libertà d’espressione va conquistata giorno per giorno

Antonia Klugmann, ospite a Trieste a "Parole O_Stili", parla della violenza subita sui social durante l'ultima edizione di Masterchef [di Fabiana Martini]

Antonia Klugmann

Antonia Klugmann

Redazione 10 giugno 2018

È la prima volta che Antonia Klugmann ne parla in pubblico. Per raccontare la violenza subita sui social durante l’ultima edizione di Masterchef Italia ha scelto il palco della Stazione Marittima di Trieste, dove il 7 giugno si è svolta la seconda edizione di "Parole O_Stili", un progetto di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole partito dal basso 16 mesi fa, che pur avendo fatto tanta strada, stimolando in tutta Italia (e non solo) creatività, energie, impegno, si rivela ogni giorno più necessario. Perché da quando nell’estate del 2016 un gruppo di professionisti della comunicazione ha creato la prima community 2.0 contro il linguaggio d’odio e ha scritto a molte mani il Manifesto della Comunicazione non ostile, che contiene 10 principi di stile per stare in Rete in maniera civile, il livello dello scontro si è alzato, ma la consapevolezza è diminuita e ha lasciato il posto all’assuefazione, come ha dimostrato una ricerca di SWG su Hate Speech e Fake News presentata a Trieste nel corso dell’evento “Quando le parole sono un ponte”.


Nonostante la cronaca ci abbia ampiamente dimostrato che le parole non sono mai innocenti e possono avere conseguenze drammatiche, si fa ancora molta fatica ad esercitare la dovuta responsabilità davanti alla tastiera: i ragazzi, perennemente connessi, spesso rimangono turbati e si dichiarano incapaci di reagire davanti agli insulti. E le donne, dopo gli immigrati, sono tra i primi bersagli, come ha sperimentato Antonia Klugmann, oggetto di un vero e proprio linciaggio sui social dopo la prima puntata di Masterchef: «un linciaggio», come ha dichiarato lei stessa in un’intervista al Corriere, «che in un Paese civile non dovrebbe avvenire. E che invece avviene, soprattutto se sei donna. Anzi, proprio in quanto donna». Una violenza durata due settimane alla quale Klugmann non era preparata: «Non so» ha detto intervenendo a Trieste nel panel “Social media e scritture” «se qualcuno può essere preparato a un attacco così violento, improvviso. Avevo sì timore della televisione come mezzo che appiattisce, banalizza, non fa trasparire tutto di te, ma solo una piccola parte, ma non immaginavo che si potessero raggiungere certi livelli. Il punto è che Internet ha tolto le distanze, ma le distanze ci devono essere: non siamo tutti uguali. Internet ci pone tutti sullo stesso piano, ma non è così». Quell’esperienza negativa non ha impedito a Klugmann di capitalizzare l’occasione e di uscirne più forte, dopo un lavoro di riflessione su se stessa. «Tutti» ha raccontato la chef «noi donne in particolare, viviamo la nostra immagine in modo molto intimo e delicato e cerchiamo negli altri uno specchio di quest’immagine: siamo felici quando gli altri ci vedono come noi ci immaginiamo. La tv ci pone e mi ha posto davanti a un’oggettività, a cui ho reagito in due modi: da un lato sono riuscita ad accettarmi per quella che sono dal punto di vista estetico, dall’altro ho cambiato quello che non mi piaceva in un modo funzionale al mio benessere. Ma soprattutto ho capito che l’immagine che gli altri hanno di noi non ci deve interessare nel momento in cui è frutto di una non conoscenza e di una superficialità violenta, che restituisce un’immagine non corrispondente alla realtà. Ho imposto il mio reale io, che deriva dal mio lavoro, quindi la cucina: il luogo in cui tutte le differenze hanno trovato un modo per stare vicine, per ricomporsi. Cucina è la mia parola ponte, quella che mi ha consentito di superare lo sconforto e di saltare il muro costruito dall’odio».


È dentro la sua cucina che Antonia Klugmann ha trovato il suo spazio d’espressione vera, reale, autentica. Un campo di libertà piena conquistato giorno dopo giorno. Quella stanza tutta per sé tanto cara a Virginia Woolf, che ogni donna deve acquisire attraverso il proprio lavoro, senza aspettare che gliela regali qualcun altro. «Quella stanza» ha sottolineato con forza Klugmann «ce la possiamo comprare solo noi». Un concetto questo che sta molto a cuore all’ex giudice di Mastechef, che anche qualche mese fa a Grado, in occasione della consegna del Premio Isola delle Donne promosso dall’assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Grado guidato da Federica Lauto, aveva voluto ricordare alle donne che il loro successo e la loro affermazione in campi tradizionalmente maschili, tra cui anche quello della cucina, dove è da poco che le donne possono competere ad armi pari, dipende dalle loro scelte personali. Il livello di libertà personale è parte integrante del percorso professionale, perché la possibilità di competere è direttamente proporzionale alla possibilità di dedicare un certo numero di ore al lavoro, di viaggiare, di aggiornarsi, opzioni che un tempo erano appannaggio esclusivo degli uomini. Secondo Klugmann è un percorso prima di tutto femminile: è la donna a dover chiedere questo spazio di libertà, a dover scegliere un compagno adeguato ai suoi obiettivi di vita, a dover decidere il livello di eccellenza che vuole raggiungere. Tuttavia, pur invitando le donne a prendere in mano la propria vita e a essere attrici del proprio destino, senza aspettare che sia qualcuno a regalartelo, la chef è consapevole che per la donna, per come è strutturata la nostra società, alcune scelte sono più difficili: l’idea di dedicare 14-15 ore al lavoro, se si vuole avere dei figli, può essere un problema, riconosce Klugmann. Soprattutto, aggiungo io, se è sola ad occuparsene e se ai figli si sommano i genitori anziani: in quel caso, come direbbe Allison Pearson, autrice di “Dura la vita!” e di “Ma come fa a far tutto? Vita impossibile di una mamma che lavora”, la donna è «la fetta di prosciutto schiacciata nel sandwich». E i sandwich non sono un gran biglietto da visita nelle cucine stellate.