Un nuovo Rinascimento o un'occasione sprecata?

Il documento del ministero Bonetti è una serie di brevissime raccomandazioni, non in grado di indicarci una strada verso la realizzazione dei diritti e di incidere nelle decisioni che verranno prese per rilanciare l’economia. [Di Daniela Colombo]

La Primavera di Botticelli

La Primavera di Botticelli

Daniela Colombo 2 giugno 2020

Le donne hanno ampiamente dimostrato con i fatti di essere state la colonna portante che ha tenuto in piedi le comunità e il proprio paese durante l’emergenza Covid19. In Italia e ovunque nel mondo. Tutti/e hanno dovuto prendere atto che gli Stati in cui la pandemia ha avuto effetti meno gravi sono stati quelli governati da donne. Un esempio per tutti il Kerala, in India, dove la ministra per la Salute KK Shailaja è stata soprannominata “the coronavirus slayer”, la sterminatrice del coronavirus. Perché le donne che raggiungono i livelli apicali il più delle volte governano con maggiore passione e buonsenso. Mentre in quelli con a capo miliardari arroganti, presuntuosi e narcisisti, mossi dal solo desiderio del potere o dalla volontà di difendere i propri interessi e aumentare le proprie ricchezze, il Covid-19 ha avuto effetti devastanti.



Ma soprattutto, e in modo particolare in Italia, le mediche, infermiere, farmaciste, ricercatrici in campo biologico, medico e chimico, insegnanti, psicologhe, educatrici, assistenti sociali, commesse nei supermercati, centraliniste, addette alle pulizie e alla disinfezione negli ospedali, operatrici dei centri antiviolenza, e le decine di volontarie di associazioni e gruppi informali, non si sono risparmiate, riuscendo ad organizzare la gestione delle proprie famiglie in modo da poter lavorare senza sosta nel momento in cui c’era bisogno di loro. Senza contare le migliaia di funzionarie degli enti locali in telelavoro, che hanno permesso il funzionamento, sia pure a volte zoppicante, di INPS, Regioni e Comuni per attivare sussidi e cassa integrazione. E le tante giornaliste che ormai popolano le redazioni di tutti i media, in un panorama che continua a vedere ai vertici solo uomini, come si è costatato con le ultime nomine RAI.


Donne che nel corso degli ultimi decenni avevano occupato con dedizione quei lavori che avevano perso di valore e prestigio e quindi non interessavano più agli uomini.


Non sono ancora noti i dati disaggregati per sesso sulla pandemia. La medicina di genere tarda a decollare e non sappiamo esattamente quante di queste donne si siano ammalate e ci abbiano lasciato, anche se l’INAIL qualche calcolo ha cominciato a farlo, come segnala Massimo Franchi in un articolo su il manifesto: “il settore della sanità e assistenza sociale – in cui rientrano ospedali, case di cura e case di riposo – registra il 72,8% dei casi di contagio sul lavoro. Il 71,1% dei contagiati sul lavoro sono donne e il 28,9% uomini, con un’età media di poco superiore ai 46 anni (46 per le donne, 47 per gli uomini)”.


I nostri eroi... e le eroine?

I media continuano comunque a parlane, i telegiornali trasmettono loro interviste, parlando però quasi sempre al maschile: i nostri “eroi”… Senza dire mai che la stragrande maggioranza sarebbero, per la precisione, le nostre “eroine”.


E mentre le donne lavoravano senza risparmiarsi, e mentre milioni di mamme diventavano tutor della didattica a distanza, al punto che secondo una ricerca del Boston Consulting Group di cui dà conto La 27esima ora, lavorano in media 24 ore in più a settimana rispetto ai padri, nessuno ha pensato che forse queste donne avrebbero potuto dare un valido contributo di idee anche nella programmazione delle diverse fasi del contenimento della pandemia e per i cambiamenti necessari che dovranno aver luogo per il rilancio dell’economia.


Sempre e soltanto volti di uomini, più o meno intelligenti, più o meno preparati… Sempre uomini a valutare la situazione, prendere decisioni e fare proposte.


I gruppi femministi e le associazioni femminili hanno denunciato con lettere aperte, tweet storm e flashmob virtuali, il fatto che le “task force” del Presidente del Consiglio, dei vari Ministri e della Protezione civile che avrebbero dovuto condurci fuori dalla pandemia e progettare il futuro delle nostre economie, fossero composte quasi esclusivamente da uomini.


Alcune esperte sono state infine aggiunte nella task force della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile, ma quando il lavoro era ormai in una fase avanzata.


Per questo motivo si era guardato con interesse al gruppo di consigliere, tutte donne, che l’On. Bonetti, Ministra per le pari opportunità e la famiglia, aveva radunato virtualmente in un gruppo che aveva denominato “Donne per un Nuovo Rinascimento”.

Donne per un nuovo Rinascimento


In verità, la composizione di questa task force diversa rispetto alle altre e i curricula di chi ne faceva parte avevano destato alcune perplessità nel mondo delle attiviste femministe: tre di loro provenienti dal mondo universitario, due da Centri di ricerca spaziale e nucleare, quattro in rappresentanza delle grandi imprese, e poi c’erano la direttrice della Galleria nazionale di arte moderna e contemporanea di Roma, una giornalista e una suora, Consigliere di Stato della Città del Vaticano. Non è detto infatti che donne che arrivano al culmine della carriera, anche in ambiti di alto livello culturale e scientifico generalmente riservati agli uomini, abbiano poi maturato una riflessione specifica sulle dinamiche di genere che governano le vite delle donne al di là della loro esperienza individuale e “di successo”, e abbiano nel tempo affinato idee e proposte capaci di nutrire politiche per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne.


Il Rapporto delle “Donne per un Nuovo Rinascimento” è stato finalmente pubblicato il 25 maggio sul sito del Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO). Abbiamo appreso che le esperte si sono suddivise in tre gruppi di lavoro:
1) Ricerca, STEM e formazione delle competenze,
2) Promozione del lavoro femminile e inclusione delle donne nei ruoli decisionali,
3) Riorganizzazione dei tempi di vita e di lavoro e metodologie di comunicazione finalizzate all’abbattimento di stereotipi e cambio di paradigma.


Interessanti le due pagine di introduzione della Ministra Bonetti, dalla quale si desume che forse il lavoro era stato bene impostato. Parla infatti di quattro parole chiave: Connettere, Promuovere, non solo proteggere, Curare e infine Educare “perché questo cambiamento epocale stabilisce di generare davanti al nuovo”.


Su questo niente da eccepire. Mentre abbiamo trovato incomprensibile la decisione di lasciare fuori dal Rapporto la tematica della violenza maschile contro le donne, “dal momento che è già oggetto di una strategia nazionale”, che però non funziona, come ha rilevato il GREVIO, il Gruppo di esperte incaricate di monitorare l’applicazione della Convenzione di Istanbul, il cui Rapporto sull’Italia è stato pubblicato proprio all’inizio della pandemia.
Antonella Veltri, Presidente di D.i.Re-Donne in rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza, in una intervista al settimanale online Vita, ha giustamente affermato che “non nominare la violenza in un documento del genere, in una fase storica in cui c’è un così forte desiderio di cambiamento, significa non riconoscerne la natura strutturale nel contesto sociale e culturale patriarcale in cui viviamo”.

I dati già noti sulle donne


Alla introduzione della Ministra Bonetti fanno seguito otto pagine di dati già noti su: Lavoro, Disequilibrio all’interno della famiglia, Leadership in ambito di società quotate e a controllo pubblico, Imprenditoria (dove si sottolinea il fatto che le imprese femminili a fine 2018 erano 1.337.359, con un aumento di 5.992 imprese rispetto al 2017, delle quali ben 4.571 le imprese di straniere), e infine Formazione e Competenze, sezione nella quale le esperte si sono concentrate esclusivamente sulle aree STEM (acronimo inglese di Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) affermando a conclusione che “la matematica e la scienza partecipano in modo importante alla costruzione di sé e a porre le basi per uno sguardo critico sul mondo, inclusa la capacità di distinguere tra fatti e percezioni”.

Un’affermazione alla quale si potrebbe facilmente contrapporre il cumulo di scritti, non solo femministi, non solo di intellettuali, ma anche di scienziati/e ed esperti/e digitali, in difesa delle materie cosiddette “umanistiche”, a cominciare dalla storia, in un’epoca di così vasta penetrazione dei social media nella vita di ciascuno/a di noi.


Seguono poi le proposte su cinque ambiti di intervento:
01 - Parità di genere: la responsabilità di progettare il futuro;
02 - Lavoro: un nuovo paradigma femminile ed inclusivo;
03 - Scienza: motore di un Nuovo Rinascimento;
04 - Solidarietà: investire per l’emancipazione di tutte;
05 – Comunicazione: parole e immagini per generare un cambiamento.


E qui le perplessità che avevamo hanno avuto conferma. Il Rapporto/studio è più che altro un pot pourri di proposte senza una vera logica e senza che se ne sia verificata la possibilità di realizzazione e la reale integrazione nel programma di azione delle altre task force governative.


La prima proposta che viene fatta è infatti “l’istituzione di un Osservatorio sulla parità di genere presso il Dipartimento per le Pari Opportunità per il monitoraggio del livello di gender equality dei soggetti pubblici e privati, anche al fine di introdurre a livello istituzionale la valutazione dell’impatto di genere ex-ante e ex-post come prassi ordinaria nella fase progettuale di qualsiasi iniziativa legislativa, politica, strategica, programmatica, nonché definire un piano triennale strategico per la parità di genere”.


La storia delle pari opprtunità nel nostro Paese

Mi fermo a riflettere su questa prima raccomandazione perché denota una mancanza di conoscenza totale della storia delle pari opportunità nel nostro Paese, di come si sono creati e poi nel tempo depotenziati i vari Meccanismi di parità, a livello nazionale e locale, che avrebbero dovuto operare per il mainstreaming di una prospettiva di genere all’interno delle politiche per ogni settore sia della pubblica amministrazione che privato.


Pensare di inserire un Osservatorio all’interno del DPO non ha veramente alcun senso.


Quando nel 2017 è stato fatto il Rapporto ombra per il Cedaw, il Comitato che monitora l’applicazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne delle Nazioni Unite, le organizzazioni della società civile che avevano partecipato alla sua stesura avevano suggerito la creazione di una Commissione/Consiglio per la Parità simile al Haut Conseil à l’egalitè entre les femmes et les hommes (Alto Consiglio per l’uguaglianza tra uomini e donne), istituito in Francia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Raccomandazione che è stata adottata anche dal Gruppo di lavoro sul Goal 5 dell’ASviS, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile.


La Ministra per le Pari opportunità e la famiglia è una ministra senza portafoglio che si appoggia alle strutture della Presidenza del Consiglio, di cui il DPO è appunto un dipartimento. Il DPO è stato senza personale dirigenziale per diverso tempo ed è ancora vacante il posto di Capo dell’Ufficio Relazioni Internazionali e Affari Generali e di altro personale dirigente. E questo proprio nell’anno in cui si celebra, anche se ormai quasi esclusivamente via internet, il 25° anniversario della Dichiarazione e del Programma di Azione di Pechino e il quinto anniversario dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che rimane l’unico punto di riferimento anche per i cambiamenti che dovranno inevitabilmente aver luogo dopo la fine della pandemia.
Se poi andiamo a leggere i curricula dei/lle funzionari/e che oggi si occupano del DPO, si scopre che in generale nessuno/a di loro aveva precedenti esperienze in questo campo, tranne una dirigente dell’UNAR.


Come si può pensare dunque che un Osservatorio sulla Parità di genere istituito presso il DPO si possa occupare dell’impatto di genere ex ante e ex post, che è connesso direttamente con il mainstreaming, di qualsiasi iniziativa legislativa, politica, strategica, programmatica? Si tratta di una procedura richiesta dal movimento delle donne fin dalla fine degli anni ’90 e, quando sono stati disponibili fondi della Commissione europea, è stata sperimentata da vari Enti locali.
Per quanto riguarda il livello nazionale, si può contare per ora soltanto sui risultati della sperimentazione che negli ultimi anni è stata condotta dalla Ragioneria dello Stato e dal DPO, ma che ha riguardato esclusivamente il bilancio di genere ex-post e ai cui risultati è stata comunque data ben poca diffusione.


L'osservatorio e la volontà politica di attuarlo

Si tratta di una “materia” da trattare in modo strutturale e non parcellizzato, tra l’altro molto complessa, che ha bisogno di strutture dedicate e di personale specializzato che deve essere formato ad hoc, dato che il bilancio di genere dovrebbe tener conto della differenza di genere in tutte le fasi della programmazione, dalla definizione degli obiettivi fino alla valutazione dei risultati. Nel nostro Paese esistono le competenze necessarie, ma per un lavoro di questa complessità non si può ovviamente contare sul volontariato, come avverrebbe invece nell’ambito di un “Osservatorio” presso il DPO. In realtà quella che è mancata negli ultimi 20 anni è stata la volontà politica di intraprendere seriamente questa via, perché avrebbe significato veramente rivoluzionare la società. E dubitiamo che questa volontà politica esista oggi.


Questa prima raccomandazione si conclude con la frase: ”Un punto da focalizzare nel lavoro di tale Osservatorio dovrebbe riguardare le donne con disabilità”. Queste ultime devono essere state aggiunte perché qualcuna deve essersi accorta che non erano state mai menzionate nel Rapporto. Ma le esperte si sono dimenticate di molti altri gruppi di donne e non hanno previsto misure per le donne senza figli, le donne immigrate e rifugiate, le donne Rom, Sinti e Camminanti, le donne LBTIQ+, mentre fin dai tempi del fondamentale saggio di Kimberle Crenshaw tradotto e pubblicato nel volume Diritti e rovesci. I diritti umani dal punto di vista delle donne, pubblicato da AIDOS nel 2001, (a cura di Chiara Ingrao e Cristiana Scoppa) è stata messa in luce la natura intersezionale della discriminazione di genere, che si combina in maniera dinamica con la povertà, la discriminazione etnica e razziale, la classe, per limitare le opportunità e la libertà di scelta delle donne nell’accesso all’istruzione, alla salute, al lavoro, alle carriere e in ultima analisi all’esercizio proprio dei diritti umani. In generale poca attenzione viene data a tutte quelle donne che avrebbero maggior bisogno di sostegno per poter lavorare e diventare indipendenti.


Ad un certo punto si prevede l’istituzione di un fondo per la micro-impresa femminile, introducendo finanziamenti e tasso zero, incentivi fiscali nei primi anni di attività, servizi di tutoring tecnico-gestionale e la messa a disposizione di un portale formativo e informativo, non considerando che il micro-credito potrebbe servire a migliorare un po’ e per un tempo limitato la condizione delle donne a cui è diretto, ma di solito non è auto-sostenibile e difficilmente innesca sviluppo.

La legge Golfo-Mosca e i suoi risultati


Per quanto riguarda poi le azioni positive, si prendono in considerazione solo le quote e si fa sempre riferimento ai successi della legge Golfo-Mosca che riguarda la presenza di donne nei CDA delle società quotate in borsa e a partecipazione pubblica.  In realtà prima di affermare che questa Legge ha avuto successo si sarebbe dovuta fare una valutazione dell’impatto che la presenza di una quota di donne nei CDA ha avuto sulla presenza, condizione e progressione in carriera delle lavoratrici di una determinata società. Nessuna delle esperte sembra aver sentito parlare dei Piani di azioni positive all’interno delle imprese, che prevedono tutta una serie di misure per facilitare la progressione in carriera delle donne, di cui le quote possono essere uno strumento temporaneo, ma non il solo e non il principale.


Altre parti del Rapporto sono state oggetto di aspre critiche da parte della società civile nell’ultima settimana. Per quanto riguarda l’insistenza del Rapporto sulle STEM e lo studio della matematica, rimando all’articolo molto bene argomentato di Zina Crocè, pubblicato sul sito del Paese delle donne il 29 maggio. Manuela Manera, linguista, e Laura Onofri, avvocata, hanno commentato l’uso da parte delle esperte di un linguaggio al maschile in un articolo pubblicato sulla 27esimaora del Corriere della Sera il 28 maggio. Marta Ajò nel blog Donne, Ieri, Oggi e Domani ha scritto: “Nel documento tutto è contenuto ma niente c’è di nuovo”.


Per concludere, il Rapporto consiste in una serie di brevissime raccomandazioni dettate certamente dalle migliori intenzioni, ma non in grado di indicarci una strada verso la realizzazione dei diritti, della parità di opportunità, della dignità e della libertà di scelta delle donne, e meno che mai di incidere nelle decisioni che verranno prese per rilanciare l’economia. Era un’occasione unica. Purtroppo è stata sprecata.