Quando l'odio arriva via zoom: il caso di Francesca Albanese

La ricercatrice dell'Università di Georgetown, che è stata ospite del nostro Fmwj, vittima durante un incontro accademico. Come difendersi nel decalogo della Rete per il contrasto dei fenomeni d'odio.

Francesca Albanese, ricercatrice dell'Università di Georgetown

Francesca Albanese, ricercatrice dell'Università di Georgetown

Redazione 1 dicembre 2020
Francesca Albanese - che ha partecipato al Forum delle Giornaliste del Mediterraneo nella manifestazione conclusiva dell'evento organizzato da GiULiA - è associate scholar presso l’Università di Georgetown. Su Zoom, il 28 novembre scorso, stava partecipando ad un convegno scientifico, con altri relatori, uomini.
Deve tenere una relazione molto tecnica, sulla questione dei rifugiati palestinesi,
dall’origine ai giorni nostri, in chiave legale. Deve parlare del suo libro “Palestinian refugees in international law” (Editore Oxford press) frutto del lavoro di quattro anni di ricerche. La conferenza si svolge senza intoppi. Quando tocca a lei, ecco che cosa accade.




(scheda a cura di di Marilù Mastrogiovanni, direttrice di FMWJ. Montaggio Federica d'Ippolito)

Questo è odio e sessimo. Ma questo è anche il nuovo modo dell'odio on line di insinuarsi negli incontri e nei seminari che, complice il lockdown e le chiusure tra regioni e Paesi, avvengono ormai in maniera assolutamente preminente via internet. Veri hacker dell'odio.

Contro questo fenomeno la Rete per il contrasto ai fenomeni e ai linguaggi d'odio - di cui GiULiA fa parte - ha messo a punto un decalogo, per impedire l'accesso agli odiatori.

Eccolo:


 


Zoombombing: la nuova frontiera del discorso d’odio


 


Si chiama Zoombombing il fenomeno per cui alcune persone (non invitate, singolarmente o più spesso organizzate in piccoli gruppi) intervengono a video-conferenze o incontri – in genere all’inizio o verso la fine – e cominciano a disturbare offendendo gli/le altr* partecipanti, impedendo loro di parlare, condividendo a video materiali sessisti, transomofobici, o inneggianti a razzismo, fascismo e nazismo, negazionismo, e all’Olocausto.


Gli zoombomber – che agiscono non solo su Zoom ma anche su altre piattaforme di streaming (Google Meet, Microsoft Teams, etc.) – scelgono gli incontri e le conferenze a cui partecipare con intenti di disturbo e aggressione verbale copiando indirizzi e ‘meeting ID’ dalle pubblicità degli eventi che gli organizzatori postano nei loro profili social, ma possono anche arrivarci attraverso profili di utenti generici, per mezzo di condivisioni.


A giudicare dalle segnalazioni giunteci finora il fenomeno zoombombing, nato a marzo nelle aule ‘virtuali’ di mezza Europa, si sta diffondendo e sta diventando pratica ricorrente per interrompere o disturbare incontri dedicati a temi politici e sociali, dibattiti su questioni di genere e identità di genere, conferenze antirazziste e antifasciste, solo per citare alcuni esempi. In alcuni casi, a prescindere dal tema dell’evento, è il soggetto organizzatore a venire colpito (circoli ARCI, Forum del Terzo Settore, Fondazione Nuto Revelli, associazioni LGBTI), per impedire il normale svolgimento delle sue attività attaccandone i membri con frasi o immagini ingiuriose, minacce, formule di incitamento all’odio.


Sono, questi attacchi, da prendere molto sul serio: sia perché si stanno moltiplicando come strumento di propaganda razzista e fascista, transomofobica, antisemita, ecc., sia perché devono e possono essere fermati per impedire ai loro autori e alle loro autrici di minacciare gli unici spazi di discussione civile attualmente a disposizione. Contro forme che appaiono sempre più organizzate e radicalizzate, la risposta – da parte di tutt* noi – deve essere esplicita, ferma, coordinata.


Per questo, come Rete per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio, proviamo a fornire di seguito alcuni consigli su che cosa fare per prevenire gli attacchi, intervenire durante gli attacchi, rispondere in seguito ad attacchi.


 


Come prevenire un attacco?



  1. Scegliere piattaforme di streaming che permettano di sapere chi sta partecipando all’incontro o all’evento, di ammettere i partecipanti in una ‘waiting room’, di silenziarli o rimuoverli nel caso se ne dovesse presentare l’occasione.

  2. Dotare gli incontri di password.

  3. Ammettere solo partecipanti autenticat*.

  4. Per permettere la più ampia partecipazione possibile, utilizzare forme ibride di trasmissione dell’evento, ad esempio ricorrendo a una piattaforma di streaming per ammettere gli/le speaker, e la diretta Facebook per rendere l’evento accessibile a chiunque voglia seguirlo; oppure – nell’ambiente della piattaforma di streaming – consentire l’uso di microfono e videocamera solo agli/alle speaker, riservando agli/alle altr* partecipanti la facoltà di intervenire esclusivamente con commenti scritti, che possono essere quindi filtrati prima di essere letti, e moderati.


 


Come intervenire durante un attacco?


Nel caso in cui queste precauzioni non siano sufficienti, è comunque ancora possibile intervenire. Come?



  1. Quasi tutte le piattaforme di streaming permettono di silenziare anche in un secondo momento i/le partecipanti, nel caso le loro incursioni siano moleste o inopportune. Buona prassi è che – tra chi organizza l’incontro – una persona svolga sempre il ruolo di host (o di regista), per avere la possibilità di intervenire tempestivamente.

  2. Quasi tutte le piattaforme prevedono la rimozione dei/delle partecipanti anche ad evento in corso, e la loro uscita dall’evento per scelta dell’host. Nel caso questo non fosse possibile, l’host può sempre interrompere l’evento, e chiedere ai/alle partecipanti di ricollegarsi non prima di aver abilitato la waiting room, e messo in mute l’audio di tutt* tranne che dell’host stess*. Su Zoom, ad esempio, premendo Alt+M è possibile silenziare tutt*, e quindi selezionare solo i/le partecipanti chiamat* ad intervenire.

  3. Se possibile, registrare sempre l’evento. Questo permetterà di documentare l’aggressione, ed eventualmente di fornire alle autorità competenti materiali per sostanziare una eventuale denuncia verso ignoti o verso specifici zoombomber.


 


Che cosa fare dopo un attacco?



  1. Segnalare il fatto alla Polizia Postale. La Polizia Postale è l’autorità preposta, in Italia, all’accertamento di comportamenti illeciti sulla rete, nonché alle indagini che ne accertino i responsabili e – nel caso – alla chiusura dei loro profili. A questo proposito: non occorre che siate voi a tentare di rintracciare i/le responsabili dell’attacco. Per questo c’è, appunto, la Polizia Postale. Evitate di esporvi ulteriormente, soprattutto di fronte a gruppi organizzati.

  2. Segnalare il fatto alla piattaforma o al provider del servizio. Gran parte dei social media provider e delle aziende proprietarie di piattaforme di streaming hanno infatti siglato il Codice di condotta del 2016 della Commissione Europea per il contrasto a hate speech e hate crime, e sono tenuti a prendere in considerazioni – e spesso a rendere tracciabili – le segnalazioni degli/delle utenti. Hanno inoltre propri standard di comunità, e policy interne, che dovrebbero tutelare gli/le utenti proprio in casi come questi.

  3. In casi particolarmente gravi, e dal contenuto esplicito, segnalare il fatto anche a un’autorità giudiziaria, e/o consultate un* avvocat* con cui poter istruire, eventualmente, una denuncia o una querela. Ricordate: la propoganda fascista (art. 293-bis), l’apologia di reato (art. 414), la diffamazione (art. 595), l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (art. 604bis), e la minaccia (art. 612) sono, se accertati, crimini puniti dal Codice Penale, verso i quali possiamo e dobbiamo difenderci.

  4. Raccontare quanto accaduto sulle proprie pagine social, o tramite un breve comunicato stampa. Il nostro silenzio è ciò che vorrebbero ottenere le persone e i gruppi che ci aggrediscono. Denunciando con forza l’accaduto possiamo non solo tenerci informati a vicenda, ma anche raccogliere ed esprimere solidarietà, e affrontare il problema non isolatamente ma insieme, rafforzando la nostra azione di advocacy.

  5. Segnalare il fatto alla nostra Rete, tramite la nostra pagina Facebook. Stiamo raccogliendo quante più segnalazioni possibili per tentare di monitorare il fenomeno e sollecitare una risposta anche da parte delle istituzioni con cui siamo in dialogo. Il discorso d’odio trova nuovi canali e si rafforza. Ma noi, insieme, siamo più forti di lui, e di quell* che vorrebbero imporcelo.