#staizitta giornalista: il libro di GiULiA sul bavaglio d'odio all'informazione

C'è un nuovo macigno che ostacola la nostra libertà di informare e di essere informati: l'odio social. Ne parlano le colleghe attaccate nell'inchiesta firmata da Silvia Garambois e Paola Rizzi.

La copertina di #staizitta giornalista!

La copertina di #staizitta giornalista!

redazione 18 febbraio 2021

#staizitta giornalista”: GiULiA affronta, con interviste e con una inchiesta giornalistica, il problema del linguaggio d’odio sui social che, per chi fa questo mestiere, rischia troppo spesso di essere un bavaglio se non una vera e propria censura.

L’insulto si trasforma in attacco, l’attacco in minaccia. Di stupro. Non solo…

Per capirne di più di questo fenomeno, che si è accentuato in tempi di lockdown, abbiamo intervistato le colleghe che possono raccontarci i diversi aspetti: l’attacco perché ci si occupa di migranti, di criminalità organizzata, di Africa, ma anche di politica, persino di sport. E le colleghe che hanno dovuto “spegnere” i loro social, con un danno professionale, persino quando si è trattato di interi giornali. Ecco allora la storia di Angela Caponnetto, quella di Nunzia Vallini, o ancora di Monica Napoli, di Marianna Aprile, di Marilù Mastrogiovanni, di Antonella Napoli, di Elisabetta Esposito, che in altrettante interviste raccontano in prima persona le vicende di odio e di violenza che le hanno viste protagoniste. 

 

Cosa si fa nel mondo, in Europa, in Italia per contrastare questo fenomeno? Lo raccontiamo.

Raccontiamo il lavoro di indagine, a partire da quello di Vox-Osservatorio sui diritti. Ma anche cosa sta raccogliendo il Viminale, come si muove il Mise, cosa fanno le Commissioni parlamentari d’inchiesta.

 

Il libro, firmato da Silvia Garambois, presidente di GiULiA, e da Paola Rizzi, del direttivo nazionale dell’associazione, con il contributo di Silvia Brena, edito da All Around, è già uscito in ebook, a giorni sulle maggiori piattaforme, ma si può ordinare anche all’editrice, in attesa che arrivi in libreria.

 

La “Fondazione per il giornalismo Murialdi” ha inserito questo titolo nella collana “Studi”, ed onestamente è un onore. Abbiamo il patrocinio dei nostri Enti e la vera “vicinanza” delle colleghe delle Cpo delle giornaliste.

 

Ma sono in particolare belle e dense le prefazioni: quella di Antonio Roidi, presidente della Murialdi, dell’on Laura Boldrini, della commissaria AgCom Elisa Giomi, del corddinatore della Rete di contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio Federico Faloppa.

 

Pubblichiamo qui la prefazione di Laura Boldrini, rimandandovi alla lettura del libro per le altre.

 

Dalle parole discendono le azioni (di Laura Boldrini)


Questa pubblicazione di denuncia, così dettagliata e analitica, era assolutamente necessaria. Voglio ringraziare GiULiA giornaliste e le autrici Silvia Garambois e Paola Rizzi, per aver acceso un faro su un fenomeno preoccupante e troppo a lungo sottovalutato. Attraverso la deriva comunicativa delle minacce, del linguaggio d’odio, della delegittimazione sessista in Rete, si colpiscono non solo giornaliste che svolgono legittimamente la loro professione, ma anche il diritto all’informazione e alla libertà di espressione, comprimendo dunque uno dei pilastri su cui si fonda la stessa democrazia.

Nel leggere le testimonianze riportate, non ho potuto che provare una totale identificazione nelle parole, nei sentimenti, nelle paure che le giornaliste intervistate hanno espresso, essendo stata ed essendo ancora oggetto a mia volta di una campagna di attacchi, violenza, discredito che anche in questo testo viene raccontata. 

All’origine del fenomeno dell’odio social verso le donne e le professioniste, che registra una crescita inquietante, ci sono a mio avviso tre elementi a fungere da brodo di coltura del virus della misoginia. Il primo: il permanere, nel nostro Paese, di una radicata mentalità maschilista e patriarcale, per cui le donne non dovrebbero occuparsi di «determinati» temi né rivestire «determinati» ruoli pubblici, perché considerati esclusivo patrimonio maschile. Il secondo: sminuire la gravità del sessismo derubricandolo a goliardia, a scherzo, mentre si tratta di una preoccupante disfunzione sociale verso la quale non sono mai state messe in atto misure di prevenzione e contrasto, normalizzando quindi espressioni e atteggiamenti offensivi e umilianti per le donne. Il terzo: la banalizzazione e la sottovalutazione della pericolosità di ciò che avviene online. L’idea sbagliata che la violenza virtuale non sia reale, quando invece dovremmo tenere presente che dalle parole discendono sempre azioni e comportamenti.

Colpisce la diversità di reazioni a un articolo sullo stesso tema, a seconda se a scriverlo o commentarlo sia un uomo o una donna. Nel caso di una giornalista è frequente constatare l’attivarsi di una virulenta campagna di odio sessista che cresce, paradossalmente, se quello da lei trattato è considerato – dalla mentalità comune e stereotipata – «materia da maschio». Immigrazione, mafie e sport, per esempio, come viene ricostruito dalle preziose testimonianze qui raccolte, sono argomenti che secondo alcuni dovrebbero essere preclusi alle donne. Accade anche nella politica. Accade anche a me. È un modo per offuscare la competenza, il bagaglio culturale, l’expertise femminili, usando la delegittimazione sessista o la denigrazione fisica. È una pesante forma di intimidazione, una vera e propria offesa di genere che mira a espellere le donne dalla professione e dal dibattito pubblico e politico. E tutto questo dovrebbe allarmare chi ha a cuore la democrazia.

Non a caso, come si può constatare dalla lettura delle pagine successive, tale campagna di aggressione virtuale viene aizzata anche da esponenti politici dell’estrema destra, del sovranismo o dei movimenti populisti italiani, che di una certa mentalità maschilista e patriarcale sono triste esempio.  Esiste, infatti, una regia dello squadrismo digitale che ha natura politica e dovrebbe interrogare appunto la politica stessa. E invece sentiamo ancora un silenzio assordante. Alle donne che vivono questa realtà spesso viene detto: «Lascia perdere», «Fatti da parte per qualche tempo». Che è il postulato per affermare, subito dopo, che «un po’ te la sei andata a cercare», quasi fosse una colpa fare il proprio lavoro ed esprimere le proprie idee. Dunque conosco bene quel senso di solitudine e perfino di umiliazione che si prova e che viene raccontato in questo libro. Perché quello che al contrario ci aspetteremmo, come donne e professioniste, è appoggio, sostegno e incoraggiamento da parte dei colleghi, delle aziende, del mondo lavorativo in cui siamo impegnate.

Voglio infine chiarire un punto che reputo importante. Questo libro è anche la storia e la fotografia di una resilienza femminile e di una speranza che viene dalla stessa Rete, perché non tutto è perduto. Le giornaliste che denunciano, pubblicamente e in sede giudiziaria, e la nascita di «scorte mediatiche», fatte di amici e colleghi, sono la leva da cui ripartire. Verso dove? Verso la realizzazione di un cambiamento della mentalità, incentrata sulla parità e sull’uguaglianza, e la nascita di una coscienza digitale specie da parte delle giovani generazioni.

Per parte mia, ho denunciato e continuo a farlo. Sui miei profili social, sui giornali, in aula e nei Tribunali. Perché quando rispondi, quando reagisci, gli haters indietreggiano, e avanzano le donne. Lo faccio come donna e come politica. Lo trovo giusto per me stessa, lo trovo giusto per le istituzioni e lo trovo giusto per le nostre figlie, che hanno diritto a vivere lo spazio digitale in sicurezza. Come parlamentare ho depositato una proposta di legge per rendere il contrasto al Revenge Porn più incisivo e completo. Stiamo parlando infatti della nuova frontiera della violenza sulle donne. Averlo riconosciuto come reato nel nostro ordinamento non basta. Dobbiamo garantire, come prevede la mia legge, l’assistenza psicologica alle vittime, soprattutto donne, e responsabilizzare le piattaforme digitali, le quali devono ritirare, nel minor tempo possibile, immagini e video intimi fatti circolare illecitamente a scopo di vendetta o ricatto. Pena, per l’inadempienza, multe salatissime. Lo stesso principio di responsabilizzazione dei colossi digitali è a fondamento di un’altra mia proposta di legge contro l’odio e la violenza in Rete. Se è vero che è auspicabile una regolamentazione internazionale, è pure vero che a livello nazionale non possiamo più aspettare né lasciare sole le vittime di intimidazioni, minacce e violenze. Perché – e questo libro ne è la prova – le donne chiedono una risposta e il Parlamento non può più ignorarle.