Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, L’Avvenire, Domani, il Fatto quotidiano, Il Sole 24 ore, Qn, Il manifesto, Libero, La Verità, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello sport.
Dal 6 all’11 luglio 2026
Firme in prima pagina: 967 uomini, 297 donne
Editoriali, commenti, analisi: uomini 159, donne 22
Interviste : uomini 196, donne 65
A questa rassegna stampa piacciono i numeri e partiamo da quelli. Nelle scorse settimane una delle due direttrici al comando di un quotidiano italiano è stata sostituita da un uomo: Nunzia Vallini ha lasciato la direzione del Giornale di Brescia. Per fortuna dal primo luglio Manila Alfano è diventata direttrice della Provincia pavese. Così ormai da anni le direttrici continuano ad essere due, con Agnese Pini ancora alla direzione di Qn, mentre direttore editoriale è stato annunciato Mario Orfeo, in uscita da Repubblica. Nei nuovi assetti della Stampa non si è trovato posto nemmeno per una vicedirettrice. A tenere a basa le condirettrici ci pesano gli editori, come ha fatto Urbano Cairo in un’intervista in cui ha detto che Fiorenza Sarzanini, condirettrice del Corriere della sera è brava, ma non basta per diventare direttore del Corriere della sera. Sui Generis va in vacanza ad agosto, ci rivediamo a settembre.
Cronaca. C’è un giudice a Strasburgo e uno a Milano
Tutta la stampa ha dato spazio alla sentenza della Corte internazionale dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia a un risarcimento di 60 mila euro per la gestione di un caso di violenza domestica, censurando come “sessiste e stereotipate” le motivazioni con cui una pm di Benevento aveva chiesto nel 2021 l’archiviazione della denuncia di Audrey Ubeda , 42 anni e due figli, contro l’ex compagno. Nell’atto il coltello puntato alla gola viene definito “uno scherzo di cattivo gusto” e per la magistrata sarebbe normale che un uomo debba superare una minima resistenza della donna stanca per le incombenze quotidiane. Altra pm: l’uomo è poi stato condannato a 4 anni e 6 mesi. L’Europa punta il dito anche contro i tempi lunghi della giustizia. Quasi tutti i giornali hanno pubblicato la foto della donna. Eppure la vittima non vuole nemmeno dire dove abita, perché l’uomo, sì, resta a piede libero. Intervistata su Repubblica, Ubeda ha detto che questa vittoria è per tutte le donne.
La stessa cosa ha affermato Barbara D’Astolto, ex hotess. Dopo ben 8 anni è riuscita a dimostrare “che la violenza sessuale è sempre violenza anche se non gridi, non scappi, anche se l’aggressione dura pochi secondi”, come racconta su Repubblica e sul Corriere. Nel 2018 aveva denunciato di essere stata molestata da un sindacalista della Cisl al quale si era rivolta per un problema di lavoro. Dopo 3 gradi di giudizio, un processo d’appello bis rinviato dalla Cassazione, l’uomo è stato condannato a un anno e 2 mesi per violenza sessuale dal Tribunale di Milano. Per due volte era stato assolto per “il ritardo nella reazione” della vittima: 30 secondi di ritardo, 8 anni di processi. Chissà cosa ne penserebbe la Cedu. Anni in cui D’Astolto ha lasciato in lavoro (“Il clima era diventato pesante in azienda”) e ha dovuto rispondere in aula a domande come “Le mise le mani su un seno o su tutt’e due?”. Ora ha vinto: «Di questo sono orgogliosa. Quando sarà tempo racconterò tutto alle mie figlie».
Intanto Antonio Pizzolato, pesista medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 2020 e del 2024 è stato condannato con 3 amici a 5 anni e 4 mesi per violenza sessuale ai danni di una turista finlandese. La Fipe dichiara che aspetterà gli altri gradi di giudizio.
E poi ci sono gli odiatori. Uno degli hater che avevano insultato Liliana Segre via social è stato condannato. La senatrice ne ha denunciati molti, alcuni hanno optato per una risoluzione bonaria, con lettera di scuse e donazioni. Uno ha scelto di essere processato con rito abbreviato: 4 mesi con la condizionale e 1500 euro in beneficenza. In tutto sono 86 i profili dietro i quali si nascondono gli odiatori della senatrice. L’ inchiesta prosegue.
La violenza non si ferma. A Loreto, dopo una violenta lite Sami Khemaies, 39 anni tunisino, ha ucciso a coltellate la compagna Luigia Fortunato, 33 anni. L’uomo , con precedenti, si è costituito. Al centro una relazione violenta e la determinazione di lei di proteggere il figlio di 8 anni.
A Milano l’aggressione brutale di un algerino irregolare, appena uscito dal carcere, a una giovane di origine marocchina sulla banchina della metro. Dopo un incrocio di sguardi casuale l’uomo ha urlato «Che c…o hai da guardare?» e poi l’ha colpita al volto con un coltello. Uno sfregio che potrebbe restare per sempre. Libero e La Verità hanno come sempre usato queste due notizie per sostenere il rimpatrio degli stranieri che delinquono.
Ci stiamo abituando alla violenza contro le donne? Sul Corriere riflette Dacia Maraini: «L’Onu ci dice che in tutto il mondo ci sono state quest’anno 85.000 donne uccise, una ogni 10 minuti, dal proprio marito o compagno». Manca la volontà di interrogarsi sul perché di «un fenomeno che ha una base culturale precisa. Il fatto che ancora non si riesca in Italia a inserire nelle scuole una educazione al rispetto dell’altro fa capire perché il fenomeno del femminicidio possa passare come un delitto qualsiasi da chiamarsi semplicemente omicidio».
La pensa così Giuseppe Cruciani, il conduttore della trasmissione del politicamente scorretto La Zanzara intervistato dal Corriere: «Il problema sono possesso e gelosia, sui quali mi sento molto più femminista di molte donne. La vittima è spesso una donna, ma non viene ammazzata in quanto tale… Un uomo ammazza quella donna, non ce l’ha con tutte le donne».
Esteri. Tra meme e sindrome delle bionde
La rassegna stampa internazionale della settimana si concentra soprattutto su due fatti: la crisi diplomatica tra Giorgia Meloni e Donald Trump al vertice Nato di Ankara, innescata da un meme sessista del tycoon che chiedeva un “ordine restrittivo” contro la premier italiana, e la condanna in appello di Marine Le Pen in Francia, che tuttavia non frena la sua corsa all’Eliseo.
Sulla vicenda Trump-Meloni, i quotidiani d’area centrodestra scelgono inizialmente una linea di prudenza e ridimensionamento. Il Giornale relega la notizia del meme in taglio basso e, solo successivamente, il direttore Tommaso Cerno sposta il focus sulla “sindrome delle bionde”, elogiando la capacità di Meloni e Le Pen di “tenere botta” al machismo politico. Libero minimizza l’impatto riducendo l’arrivo ad Ankara a poche righe, mentre La Verità ipotizza che Meloni sia diventata una “fissazione” mediatica per Trump. Al contrario, altri quotidiani leggono l’episodio come il fallimento della strategia internazionale della premier. Il Fatto Quotidiano e Il Manifesto evidenziano il “gelo” e il ritardo strategico di Meloni ad Ankara, interpretato come un tentativo di evitare il tycoon. Per Il Manifesto, il meme rappresenta una “mazzata dolorosa” che sancisce la rottura personale tra i due. Repubblica approfondisce l’isolamento della premier, ospitando voci critiche come quella di Bill De Blasio, secondo cui Trump esige solo “obbedienza e sottomissione”, certificando il fallimento del ruolo di “ponte” tra Europa e Stati Uniti. Anche il Corriere della Sera sceglie una linea analitica: se da un lato definisce la frase di Trump “inqualificabile e sessista”, dall’altro approva il “silenzio strategico” di Palazzo Chigi come difesa dell’interesse nazionale.
Il secondo grande tema è la Francia, dove la condanna di Marine Le Pen per appropriazione indebita diventa, sui media, in un trampolino politico. La Stampa e Domani evidenziano il paradosso: la leader del Rassemblement National vola nei sondaggi al 30%, “sfruttando” la sentenza per accreditarsi come “vittima del sistema” e avviando una campagna aggressiva insieme al delfino Jordan Bardella. Su Repubblica, l’analisi si sposta sulla fragilità di una candidatura condizionata dal braccialetto elettronico, mentre La Verità la definisce una vera e propria “sfida” ai giudici.
L’operazione “Medusa” dell’Europol, che ha smantellato una rete transnazionale di stupri simile al caso Pelicot, trova ampio spazio sul Corriere, Il Giornale e Avvenire, che denunciano il caso delle chat misogine. I numeri sono impressionanti: 57 arresti, 113 indagini, 156 vittime. Comunicando attraverso chat misogine, gli arrestati si sostenevano a vicenda nell’orribile crimine di drogare le proprie compagne per abusare di loro scambiandosi poi video e foto.
Domani racconta il dramma delle donne afghane sotto i talebani, mentre La Stampa dedica un articolo alla rivolta clandestina delle attiviste siriane.
Politica. Preferenze o liste bloccate?
Oltre aI caso del meme sessista di Trump contro Meloni con la coda dell’incontro tra i due ad Ankara al vertice Nato l’altro tema politico rilevante riguarda il dibattito sulla legge elettorale che la maggioranza sta per portare in Aula: quasi tutti i quotidiani danno notizia di una polemica interna al centrosinistra. Alcune parlamentari del Pd, di Iv e di Avs, si sono espresse a favore delle liste bloccate perché queste garantirebbero le donne meglio delle preferenze. E secondo il Fatto Quotidiano la stessa Schlein sarebbe di questa idea.
Ma il giornale che affronta in modo più approfondito la questione è Repubblica grazie a un intervento di Linda Laura Sabbadini, statistica ed ex direttrice dell’Istat. Sabbadini ricorda che la rappresentanza femminile dopo le elezioni del 2022 (32%) è scesa rispetto alle elezioni del 2018 (35%) nonostante le candidature fossero alte (44%), Responsabile di questo è, secondo Sabbadini, la scelta delle pluricandidature. Meloni, per esempio, era candidata in un collegio uninominale, quello abruzzese, e come capolista in 5 collegi plurinominali nelle liste del suo partito. Le donne con più candidature erano il doppio degli uomini, e ogni donna eletta lasciava il posto in altri collegi agli uomini, essendoci l’alternanza uomo-donna. Sabbadini suggerisce di rimediare obbligando ad eleggere una persona dello stesso sesso che ha lasciato. Quindi le liste bloccate garantirebbero più possibilità per le donne ma in caso si scegliessero le preferenze suggerisce di adottare il metodo dei collegi di regione e del Parlamento Europeo. «Una democrazia moderna non dovrebbe temere la rappresentanza femminile» sottolinea Sabbadini.
Infine ricordiamo la classifica dei sindaci più graditi d’italia redatta dal Sole 24Ore: la prima cittadina di Firenze Sara Funaro è in testa nel Governance Poll 2026, seguita dai colleghi di Ascoli e Napoli. Silvia Salis, sindaca di Genova, pur trovandosi da mesi al centro del dibattito nazionale su un suo possibile ruolo di leadership all’interno del centrosinistra, ha una crescita di più modesta: solo al 33esimo posto. Curiosa la lettura che ne dà il Giornale che parla di crollo di consenso di Salis: in realtà guadagna rispetto al dato dell’elezione, ma poco.
Economia. La maternità che esclude
La complessa relazione tra maternità, occupazione femminile e tenuta del sistema economico e previdenziale è al centro del dibattito della settimana, alimentata dai dati del XXV Rapporto Annuale INPS e dell’ Istat.
Se da un lato l’occupazione femminile mostra segnali di crescita superando il 54% a livello nazionale, i dati Istat ripresi da Il Sole 24 Ore svelano che il fenomeno è trainato quasi esclusivamente dalle lavoratrici over 50 (+5,2% nel triennio 2022-2025), a fronte di una contrazione del 2% tra le giovanissime (15-24 anni). La maternità si conferma il principale fattore di esclusione sociale ed economica: l’Italia conta ancora oltre un milione di giovani donne nella condizione di Neet (che non studiano e non lavorano), una problematica prevalentemente femminile (59% del totale nella fascia 15-34 anni) toccando picchi drammatici tra le straniere di prima generazione (50,2%) e nel Mezzogiorno.
Come evidenziato da Corriere della Sera, la Repubblica e Avvenire, il Rapporto INPS rileva che i sussidi monetari e l’assegno unico da soli non bastano: pur stimolando in parte la natalità, rischiano di disincentivare il lavoro materno se non agganciati a servizi strutturali. Emblematico il caso della Sardegna citato da Repubblica, dove il bonus bebé ha sì aumentato le nascite del 21% nel biennio 22/23 , ma fatto crollare l’occupazione femminile del 25%. Al contrario, misure infrastrutturali e flessibili offrono risposte concrete: il Bonus Nido incrementa la probabilità di occupazione delle madri fino al 17%, mentre lo smart working abbatte l’87% delle perdite di reddito post-maternità. Chiara Saraceno sulla Stampa sottolinea come però così rischia di caricare ancora sulle spalle delle donne il lavoro di cura, mentre serve un riequilibrio tra i coniugi. Da segnalare la presa di posizione del Forum delle associazioni familiari (su Avvenire dell’11 luglio) che difende l’Assegno Unico ma ne critica il forte legame con l’Isee, che di fatto penalizza le madri che decidono di lavorare o aumentare il proprio reddito, chiedendo di superare i “bonus una tantum” in favore di politiche strutturali e realmente universali. Avvenire (8 luglio) lancia l’allarme per voce di Assonidi (Confcommercio): i nuovi asili realizzati con i fondi del Pnrr rischiano di rimanere cattedrali nel deserto per la mancanza di educatori, in maggioranza educatrici, pagati troppo poco.
Su Domani, l’economista Emanuele Felice sottolinea come, nel contesto di una crescita stagnante del Pil che vede l’Italia ultima nel mondo avanzato per il biennio 2026-2027, le disuguaglianze retributive tra generi rimangano senza pari nell’Europa occidentale. I dati dei dottori commercialisti riportati da Il Sole 24 Ore mostrano che, nonostante la forte crescita delle giovani professioniste (44,3% tra gli under 40), esiste un gender gap reddituale del 30% tra i giovani, che sale al 50% tra i professionisti più anziani. La conseguenza è una previdenza fragile: il rapporto INPS certifica che le pensionate, pur essendo la maggioranza della platea, percepiscono un assegno mensile lordo inferiore del 30-34% rispetto agli uomini (1.618 euro contro 2.165 euro), scontando una media di 6 anni in meno di contributi a causa delle interruzioni per i carichi di cura.
Con fatica qualcuna rompe il soffitto di cristallo: il Corriere della Sera traccia il ritratto di Silvana Tenreyro, economista con tripla cittadinanza (tra cui italiana) scelta dal Fondo Monetario Internazionale come nuovo capo economista e direttrice del Dipartimento di Ricerca a partire dal 10 agosto; Tenreyro sarà la seconda donna nella storia a ricoprire incarico dopo Gita Gopinath. Sul fronte interno, Il Sole 24 Ore segnala un’importante novità in Vaticano: l’italiana Marina Natale, già manager di vertice in UniCredit e Amco e attuale presidente di Cherry Bank, entra a far parte del Consiglio di Sovrintendenza dello Ior, portando la presenza femminile nell’organo di indirizzo strategico dell’Istituto.
Cultura. Dalla memoria civile alle nuove icone del rap
Nelle pagine della cultura di questa settimana, alquanto scarne in verità, non emergono grandi temi trasversali, ma molte donne diverse tra loro, accomunate dalla capacità di lasciare un segno.
Tra tutte scegliamo di mettere in primo piano Bianca Pitzorno, protagonista del Premio Strega. La Stampa del 9 luglio la incorona, di fatto, vincitrice morale della competizione: sebbene classificatasi terza, La sonnambula ha già superato le 80 mila copie vendute, oltre il doppio degli altri finalisti. Il quotidiano la definisce “la più elegante, la più bella, la più letta”, ma soprattutto sottolinea il suo intervento nel dibattito nato attorno allo scontro verbale tra il vincitore Michele Mari e Teresa Ciabatti sulle frasi di Mari su Michela Murgia. Pitzorno è stata l’unica scrittrice a prendere pubblicamente posizione, denunciando senza mezzi termini il persistente pregiudizio che ancora oggi colpisce le autrici italiane da parte dei colleghi uomini, che – scrive – spesso le detestano anche inconsapevolmente: «Voi che ci giudicate dalla nostra bellezza o bruttezza, volete lasciarci parlare e scrivere in pace?». Sullo stesso tema tornano anche la Repubblica, il Messaggero e il Corriere della Sera, con le interviste a Michele Mari che cerca di ridimensionare la polemica.
La Repubblica dedica un’intera pagina alla biografia di Miriam Mafai, firmata da Annalisa Cuzzocrea nel centenario della nascita della giornalista: una vita attraversata dalle leggi razziali, dall’espulsione dal liceo perché ebrea, dalla Resistenza, dall’impegno politico e giornalistico e dalle battaglie per i diritti civili. QN, invece, riporta alla luce una pagina meno nota ma straordinaria della Resistenza: quella delle donne di Carrara, che il 7 luglio 1944 si opposero senza armi all’ordine di evacuazione imposto dai nazifascisti. Una protesta compatta e non violenta che colse di sorpresa i militari, i quali rinunciarono a sparare.
Si entra in un altro mondo quando ci si avvicina alla scena musicale italiana contemporanea, dominata da due protagoniste del rap e del pop. Repubblica dedica un’ampia intervista ad Anna, appena ventidue anni, oggi l’artista italiana più ascoltata del Paese. Con Million Dollar Babe è diventata un punto di riferimento soprattutto per le ragazze più giovani. Rivendica di aver contribuito a superare i pregiudizi sulle donne nel rap: «Contano solo le canzoni», dice, difendendo anche l’uso di un linguaggio esplicito nei suoi testi. Accanto a lei su La Stampa, torna protagonista Baby K, al secolo Claudia Judith Nahum, unica artista italiana con un disco di diamante, diciassette dischi di platino e cinque d’oro, pronta a rilanciarsi con il tormentone estivo Tucamacarena e con il sogno di approdare al Festival di Sanremo.
Avvenire dedica un ampio ritratto alla londinese vissuta nella prima metà dell’Ottocento Ada Lovelace, considerata la pioniera della programmazione informatica. Fu la prima a intuire che le macchine di calcolo avrebbero potuto fare molto più che eseguire operazioni matematiche, anticipando di oltre un secolo il concetto stesso di programmazione. Le sue intuizioni rimasero a lungo ignorate e furono riscoperte soltanto nel Novecento. Oggi il suo nome è diventato un simbolo internazionale dell’eccellenza femminile nelle discipline STEM, tanto che ogni anno l’Ada Lovelace Day rende omaggio alle donne impegnate nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria e nella matematica.
Sport. Vittorie e prime volte
Qualche piccolo segnale. a guardar bene. questa settimana c’è stato malgrado i campionati del mondo di calcio abbiano, come era scontato, polarizzato tutta l’attenzione dei giornali sportivi e non. Il merito è soprattutto di Larissa Iapichino capace di superare nel salto in lungo il record che deteneva la madre Fiona May addirittura dal 1998 e degna di essere finalmente intervistata al posto dell’onnipresente padre-allenatore. E le sue – sulla Gazzetta dello sport – non sono parole banali. In futuro si immagina avvocata perché – dice – le esigenze degli sportivi sono crescenti, alla categoria servirebbero molti riconoscimenti giuridici, un sindacato. Tanti sarebbero i passi da compiere come garantire contratti con le necessarie tutele, a cominciare dalla maternità. Anche la tennista Jasmine Paolini, dopo un lungo periodo di infortuni e sconfitte, ha ritrovato sull’erba di Wimbledon la verve ( e scrivono tutti i giornali il sorriso) dei tempi andati sia pure dovendo cedere il passo nei Quarti all’ucraina Marta Kostyuk. L’ultima citazione la meritano le ragazze del volley che con il ritorno delle big hanno ripreso a suon di vittorie il loro cammino in National League.
Per il resto ci piace sottolineare che per una volta il pezzo di apertura di un comparto tutto al maschile qual è la Formula uno sia stato firmato sulla Gazzetta da una donna Giulia Toninelli, abbattendo anche in questo caso un tetto di cristallo. Medesimo discorso vale, sempre sulla Rosea, per Federica Cocchi a cui è stato affidato il pezzo di apertura sulla semifinale di Sinner a Wimbledon. Se vogliamo anche Maria del Carmen Villalba un piccolo record lo ha centrato nel padel: gioca, come ci raccontano Tuttosport e Corriere dello sport incinta e per lei è sì una sfida ma anche una scelta naturale.
Nel comparto amarcord bello il ritratto stilato da Avvenire dedicato a Nadia Comaneci che 50 anni fa, quando aveva solo 14 anni, vinse l’oro olimpico a Montreal alle parallele asimmetriche. Oggi vive in Oklahoma, è una donna serena, sposata con un ex ginnasta. Ma la sua storia è un manifesto politico involontario di tutte le donne che fuggono al controllo degli uomini e ne portano le conseguenze sulla propria pelle, ma che non smettono mai di correre verso la propria indipendenza. C’e anche su Repubblica una moglie, la giornalista romana Francesca Brienza, consorte di Rudi Garcia, ct del Belgio. La sua è un’intervista tra calcio e vita. Dopo il caso Balogun (il calciatore a cui è stata tolta la squalifica dopo l’intervento di Trump), si dice sorpresa positivamente dai tantissimi messaggi di sostegno da tutto il mondo, da chi crede nelle regole, molti dei quali proprio dagli Stati Uniti.
Infine l’ultima segnalazione la dedichiamo al solito lucido pezzo (con tanto di richiamo in prima) di Antonella Belluti su Domani a commento della sentenza dei giudici americani della corte suprema contro le atlete trans, che non potranno gareggiare nelle squadre femminili scolastiche e universitarie. Per Trump la fine di una situazione assurda, tanto che aveva ridicolizzato le sollevatrici di pesi trans imitandole durante un comizio. «Lo sport e la politica non hanno mai difeso le donne dal divario salariale, della mancanza di diritti, risorse, violenza, rappresentanza. Oggi però vogliono difendere la femminilità, con una nuova forma di controllo. Invece per gli uomini trans, nati donne che gareggiano con gli atleti maschi nessuno si agita o protesta. La questione infatti non è una difesa del principio di equità sportiva ma dello stereotipo della fragilità femminile e della forza maschile. La convergenza tra corte suprema e Cio è una operazione politica che deliberatamente confonde e mescola, ignorando la genetica che ha dimostrato l’ esistenza di un numero importante di persone non binarie». E c’è chi resiste come ci racconta lo stesso Domani con un reportage di Maria Michela D‘ Alessandro da Washington. Qui il Federal Triangles Soccer Club è un luogo di appartenenza e resistenza contro omofobia e pregiudizi. In campo ci sono infatti uomini, donne, gay, transgender non binary. Per qualche ora il calcio insomma riesce a fare quello che negli Usa di oggi continua a dividere tribunali e parlamenti.
Questa rassegna è frutto del lavoro di squadra di Luisa Brambilla, Paola Farina, Laura Fasano, Elisa Messina, Paola Rizzi, Luisella Seveso, Maria Luisa Villa, Agnese Zappalà.
