Stesso lavoro, meno stipendio: il divario nelle redazioni piemontesi

Ricerca promossa dall’Ordine con l’Università di Torino a cui ha aderito anche GiULiA fotografa le criticità del settore. Giornaliste penalizzate dal lavoro di cura. Peggiorata la loro retribuzione negli ultimi 5 anni

Stesso lavoro, meno stipendio: il divario nelle redazioni piemontesi
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Stefanella Campana Modifica articolo

7 Marzo 2026 - 09.57


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Precarietà, ritardi nella stabilizzazione e la conferma del gender pay gap. E’ una fotografia a tinte fosche quella che emerge dalla ricerca voluta dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e realizzata in collaborazione con il Cirsde dell’Università di Torino sul giornalismo della regione a cui ha aderito anche GiULiA Giornaliste. L’indagine, presentata al Circolo della stampa,  condotta su un campione di 221 professioniste e professionisti, in larga maggioranza donne (62,9%) e con elevata anzianità di servizio, mostra con evidenza la criticità strutturale che il settore sta attraversando anche in Piemonte, tra l’altro penalizzato dalle incertezze legate alla vendita del quotidiano storico La Stampa.  Non a caso emerge un dato negativo: solo il 38,5% del campione ha un  contratto a tempo indeterminato.

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A farne le spese di questa situazione critica sono soprattutto le giornaliste, penalizzate dai lavori di cura  per figli, anziani, problemi familiari (21,6% contro 8,5% degli uomini), costrette quindi a chiedere più frequentemente i congedi parentali (23% contro il 3,7% degli uomini) con ripercussioni significative sulla carriera lavorativa. Al rientro, il 20,9% delle giornaliste segnala difficoltà, demansionamenti o ripercussioni  negative su salario e carriera, contro il 2,4% degli uomini. Oltre un quarto  denuncia che negli ultimi 5 anni  ha subito un peggioramento della propria retribuzione contro il 15,9% degli uomini.  Squilibri retributivi e di benefit che le giornaliste riconoscono con  maggiore evidenza rispetto ai colleghi che esprimono valutazioni più positive rispetto all’equità delle opportunità di carriera e all’impegno delle aziende nel contrasto al divario di genere. Non stupisce questa diversa percezione.

Una maggiore trasparenza salariale potrebbe far superare il gender gap retributivo?  In aiuto la nuova disciplina sulla parità retributiva introdotta dalla Direttiva UE 2023/970  che consente al lavoratore di chiedere dati comparativi sulle retribuzioni. Con una differenza retributiva media uguale o superiore al 5% non giustificata da criteri oggettivi per un medesimo lavoro, cioè di pari valore, scatta l’obbligo per il datore di lavoro entro sei mesi di giustificare e correggere il divario. Direttiva che dovrà essere applicata entro il 2028. Come è stato ricordato, le leggi per non cadere nel gender pay gap non  mancano, il problema è la loro applicazione. C’è da chiedersi se non sarebbe auspicabile seguire l’esempio dell’Islanda, primo paese a rendere illegale il divario di retribuzione tra donne e uomini. Anche perché, come ha ricordato Carla Piro Mander, Consigliera e responsabile del progetto per l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte: “Il giornalismo non è soltanto un settore produttivo, ma un presidio democratico. Le disuguaglianze che attraversano le redazioni non incidono solo sulle condizioni di lavoro ma anche sulla pluralità di visione, sull’accesso ai ruoli decisionali e sulla qualità dell’informazione. La disparità di trattamento economico o di progresso in carriera rappresentano un tema di genere ma anche un tema di giustizia sociale. La ricerca vuole essere un punto di partenza per agire su consapevolezza e condivisione”.

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La realtà fotografata dalla ricerca – è stato ripetuto nei vari interventi – chiama in causa tutti gli attori del settore ad abbandonare vecchi schemi e chiusure di fronte a un mondo dell’informazione profondamente cambiato: editori, sindacato, Ordine dei Giornalisti. Lo impone in tutta la sua drammaticità quello che i dati rivelano, a cominciare da questa ricerca, certo limitata, ma un campione significativo per quello che denuncia.  

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