«Dopo troppi anni di silenzio, ho deciso di fare coming out in quanto orfano di femminicidio per aiutare e parlare della realtà che questi orfani devono affrontare dopo un dramma così violento e vissuto in famiglia per il resto della loro vita. Dare visibilità a questi ragazzi perché siano accolti nella nostra società con normalità è importante». Sono le parole di Marco Sancandi, diventato orfano di femminicidio a 23 anni, 40 anni fa, quando suo padre uccise sua madre e poi si suicidò. Per decenni si è tenuto tutto dentro, poi ha deciso di parlare e di farsi parti attiva nel sostegno ai sopravvissuti e a chi ha vissuto la sua stessa tragedia. Quello di Marco è uno dei volti del progetto realizzato dalla cooperativa Iside che ha invitato cinque orfani e orfane a raccontare la propria storia attraverso la mostra fotografica Io esisto. Il racconto degli orfani e delle orfane di femminicidio, inaugurata nei giorni scorsi a Palazzo Bo di Padova ( fino al 17 maggio) e che poi sarà allestita a Milano, Mestre, Pordenone, Bologna. Un percorso che si dipana nelle regioni che hanno aderito al progetto Orphan of femicide invisible victims a cui partecipano diversi enti, istituzioni, centri antiviolenza della rete D.I.RE, per offrire strumenti utili per la ricostruzione di una vita dopo la violenza, attraverso percorsi di sostegno psicologico e sociale, consulenza legale, supporto allo studio e accompagnamento all’inserimento lavorativo. Sono stati realizzati anche corsi e momenti di approfondimento sul tema della rappresentazione nei media della violenza di genere a cui ha collaborato GiULiA.
E’ una giulia anche Stefania Prandi, autrice degli scatti, che al tema della violenza di genere ha dedicato molta della sua attività di fotogiornalista. «Mi sono piaciuti, prima di tutto, la sensibilità di Stefania per questa tematica – ha detto Sancandi –lo stile delle sue fotografie, il modo di approcciare questa tematica difficile e violenta con la dolcezza e la sensibilità della sua scrittura». Uno scatto lo ritrae mentre annusa una boccetta di profumo che aveva regalato a sua madre. In altri è in riva al mare, dove la madre lo portava spesso. Ogni orfana e orfano ha scelto un luogo, un oggetto o un’immagine simbolica per rappresentare quello strappo.
«Per avvicinarsi al dolore di un femminicidio bisogna muoversi verso l’oscurità del lutto e verso un profondo senso di ingiustizia. Se sono riuscita a scattare le foto e a raccogliere le parole di questo progetto è stato grazie al fondamentale contributo delle persone ritratte, figlie e figli di madri uccise, che mi hanno indicato le strade da percorrere insieme – spiega Prandi-. Tratti brevi, ma intensi, con limiti da non valicare e non detti da rispettare. Osservando le immagini si può vedere il mondo del dopo, del post-femminicidio, un mondo che contiene anche una profonda speranza per una società migliore. E si può scorgere il ricordo di madri luminose che non ci sono più, che hanno lottato per restare in vita e che continuano a esistere, indimenticate, nel cuore di chi hanno messo al mondo».
Nelle regioni coinvolte dal progetto Il progetto Orphan of Femicide Invisible Victim si è anche cercato di fare una contabilità degli orfani. Com’è noto non esistono dati ufficiali, nonostante la legge del 2018 lo prevederebbe. In base ai dati raccolti dal 2022 ad oggi si contano 68 orfani e orfane di femminicidio nelle regioni coinvolte: Trentino-Alto Adige 3, Veneto 16, Lombardia 42, Emilia-Romagna 2, Friuli-Venezia Giulia 5.
In generale il 75,7% degli orfani e delle orfane ha assistito a violenze domestiche/stalking prima del femminicidio e il 48,5% degli orfani e delle orfane era presente sul luogo del femminicidio (dati elaborati dall’Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli», partner del progetto).
La mostra dal 18 al 20 giugno sarà a Milano con Cerchi d’Acqua Cooperativa Sociale e Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate.
