Marocco, la piaga delle domestiche-bambine

'L''infelice destino di migliaia di ragazzine: durissimo lavoro, basso salario ma soprattutto violenze. Poca fiducia in una legge che le tuteli, di cui si ricomincia a parlare.'

Marocco, la piaga delle domestiche-bambine
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20 Novembre 2012 - 16.47


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‘Tunisi, 19 nov – La fanno passare per una tradizione, ma l”utilizzo di bambine per i lavori domestici, con il corollario di sfruttamento e violenze che questo fenomeno si porta dietro, è e resta una piaga per il Marocco che si affanna, soprattutto dopo l”ascesa al trono di Mohamed VI, a cercare di dare di sé un”immagine moderna e proiettata verso l”Occidente.

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E” difficile tracciare i contorni numerici di questo problema – denunciato di recente anche da Human Rights Watch – perché ancora oggi, ogni anno, migliaia di bambine vengono mandate dai loro stessi genitori a lavorare nelle case della media borghesia marocchina. Spesso il loro pur esiguo stipendio è la sola fonte di sostentamento delle famiglie. Denaro che non vedono nemmeno, perché passa direttamente nelle mani dei genitori. Lo stesso denaro che è anche il vincolo che impedisce loro di ribellarsi, magari di denunciare quel che subiscono nel chiuso delle mura delle case di cui si occupano sin dall”alba e fino a sera, in un ciclo continuo che le costringe a restare sempre sigillate in casa, ad eccezione di quando escono per comprare qualcosa per la famiglia. Mura che, talvolta, sono anche mute testimoni delle violenze sessuali che le domestiche-bambine subiscono dai padroni (padre, figli) che si trasformano in orchi, nell”omertà delle donne della famiglia. Perché questa e” la tradizione, dicono sconsolate le femministe marocchine, consapevoli di cercare di affrontare un problema vecchio di secoli con strumenti inadeguati.

Violenze che non vengono mai denunciate. Per superare uno stato di cose come questo ci vuole sempre uno shock, dicono. Come è stato qualche mese fa la morte di una delle piccole domestiche, Khadija, ridotta in fin di vita dalle violenze cui la sottoponeva la figlia della padrona di casa. Ma anche quell”episodio, seppure agghiacciante e commovente insieme, sembra essere stato dimenticato, quasi che la morte di una bambina di undici anni, uccisa a nerbate inflittele da una ragazza poco piu grande di lei, fosse la normalità. Un fenomeno atavico, con più matrici: quella culturale, ma anche quella economica e, insieme, anche la mancanza di opportunità per le bambine che vengono dalle zone rurali dove spesso non ci sono scuole e la sola via che c”è porta lontano, nelle città, dove è ancora facile trovare lavoro, seppure in condizioni che sono sin troppo vicine alla schiavitù.

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Ora si ricomincia a parlare di una legge che tuteli il lavoro minorile, autorizzandolo solo a partire dai quindici anni, ma in pochi si aspettano una soluzione degna di tale nome, ricordando che spesso coloro che sono chiamati a fare rispettare le leggi (giudici e poliziotti) sono essi stessi padroni di una domestica-bambina. In ogni caso, dicono oggi le autorità marocchine, il lavoro minorile nel 2010 riguardava 147 mila soggetti, ma nel 1999 erano 517 mila. Numeri, che però corrispondono a persone e pensare che in un Paese come il Marocco ci siano ancora almeno 140 mila bambine e bambini che lavorano, in condizioni indicibili, per i difensori dei Diritti umani e del minore, è già una sconfitta. (di Diego Minuti per l”Ansa)

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