L'emergenza aborti nell'emergenza sanitaria per il virus

Appelli di associazioni di donne al governo e in particolare al ministro della Salute, per facilitare l'aborto farmacologico in regime ambulatoriale. Perché ci sono sempre più ostacoli.

Covid 19, emergenza aborti

Covid 19, emergenza aborti

Redazione 18 aprile 2020

Coronavirus e aborto. Emergenza nell'emergenza. Ci sono Paesi come la Polonia che approfittando della pandemia vogliono vietare l'interruzione di gravidanza, o l'Ohio, dove vengono considerate "procedure mediche non essenziali". E l'Italia. Dove il diritto ad applicare la legge, oltre che dall'obiezione di coscienza, ora è di fatto limitato dalla crisi sanitaria. E' dell'8 aprile un appello ai governi europei da parte di più di 100 organizzazioni europee, tra cui le italiane Cgil e la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per applicazione legge 194) accanto a sigle come Amnesty International e Human Right Watch, per «garantire un accesso sicuro e tempestivo alle cure per l'aborto durante la pandemia Covid-19» che prevede tra l'altro la promozione della telemedicina, dell'aborto farmacologico e nei paesi che ancora lo prevedono, come l'Italia, l'eliminazione dell'obbligo dell'ospedalizzazione in caso appunto di Ivg farmacologica.


 

E stanno rimbalzando da una città all’altra, rilanciati dai social e sulle chat, gli appelli lanciati dalle associazioni delle donne alle istituzioni per tutelare la salute e i diritti delle donne - nel rispetto di tutte le misure necessarie per contenere e contrastare il diffondersi della pandemia - facilitando l'utilizzo dell'aborto farmacologico in questo periodo di emergenza Covid-19.


 


Pubblichiamo la lettera inviata al ministro della Salute, primo firmatario il Coordinamento dei Comitati territoriali di Snoq, che su change.org ha già raccolto migliaia di adesioni (segnalando come anche altri appelli, in particolare delle ginecologhe e dalle mediche, siano stati inviati al governo):  


 


“In questi giorni di emergenza sanitaria, è emerso, in molte province italiane, soprattutto nelle regioni del Nord Italia più colpite dall’epidemia di Covid-19, un grave problema rispetto al diritto di effettuare l’Interruzione volontaria di gravidanza in sicurezza e rispettando i tempi previsti dalla L.194/78.


Infatti considerato che in questo momento molti reparti ospedalieri sono stati dedicati alla cura dei pazienti Covid 19,  che  gli accessi in ospedale devono sempre essere ridotti all’indispensabile e che, in situazioni gravi come quella che stiamo vivendo, tali accessi devono essere limitati alle sole urgenze, per ridurre le possibilità di contagio, si rischia che le donne non possano esercitare con tranquillità il loro diritto ad interrompere volontariamente la gravidanza.


Le interruzioni volontarie di gravidanza non possono essere rimandate, la procedura farmacologica ambulatoriale alleggerirebbe gli ospedali e limiterebbe il rischio di contagio, ma servono provvedimenti nazionali per cambiare le antiscientifiche indicazioni del ministero della Salute e del Consiglio superiore di sanità, che prevedono un ricovero ordinario della durata media di tre giorni.


Nell’ottica di limitare i rischi, si dovrebbe facilitare l’accesso alla Ivg farmacologica, eliminando la raccomandazione del ricovero ordinario, riducendo ad un solo accesso in ospedale e/o in consultorio o in telemedicina, così come previsto in moltissimi Paesi europei. 


Già da tempo la scelta fatta dal nostro Paese, della procedura più restrittiva per quanto riguarda l’IVG farmacologica,  è ritenuta sconsiderata, inappropriata e antieconomica dal punto di vista della Sanità pubblica, nonché offensiva ed umiliante per le donne, quasi che dovessero espiare una colpa rendendo la decisione di abortire più lunga e difficile.


Riteniamo che in questo particolare momento di emergenza sanitaria il Ministero della Salute debba provvedere ad agevolare in ogni modo l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale, e portando il limite da 7 a 9 settimane come avviene in tutta Europa. Una soluzione più corretta dal punto di vista sanitario e che più garantisce il diritto delle donne”.


Tra i primi firmatari:


SeNonOraQuando? Coordinamento nazionale Comitati


Rete per la Parità


ASSIST Ass.Naz.Atlete