Pratiche di vita possibile: scuola, sanità, solidarietà

“Emergenza Fase2 - Riflessioni e proposte in un’ottica femminista”: un futuro in cui si privilegi il territorio, la ricerca, ricordando che tutelare non significa rinchiudere. [Di Giovanna Pezzuoli]

Picasso, "Ritratto di Dora Maar" (1937)

Picasso, "Ritratto di Dora Maar" (1937)

Giovanna Pezzuoli 9 maggio 2020

Non solo recriminazioni, ma proposte concrete, pratiche per vivere e non sopravvivere perché è possibile “immaginare come potrebbe o dovrebbe essere il mondo trasformato dal femminismo”, come scriveva Judith Butler. Così l’epidemiologa Sara Gandini condanna una politica trasformata in controllo politico della vita dei singoli, che bandisce come inopportuna ogni critica e protesta. E sottolinea che relazioni e desideri sono per noi il tessuto di politiche, mai indifferenziate, che pongono al centro vulnerabilità e libertà.


E dunque attorno ai pilasti di sanità e scuola si disegnano soluzioni a lungo termine per il dopo Covid. Un futuro possibile in cui si privilegi la dimensione territoriale, si investa nella ricerca scientifica, sottraendosi alle logiche del profitto per tenere conto delle differenze e ricordare che tutelare non significa rinchiudere.
Visioni utopiche? Piuttosto analisi acute e documentate, e talora sperimentazioni in atto: è accaduto alla Casa delle Donne di Milano, durante il dibattito in streaming “Emergenza covid-19 e Fase 2 – Riflessioni e proposte in un’ottica femminista”. Anita Sonego ha dialogato con Sara Gandini, insieme alle giornaliste Floriana Lipparini, fondatrice di “No muri, no recinti” e di “Città, bene comune”, e Silvia Neonato, redattrice della rivista Leggendaria e direttrice di Letterate Magazine (nonchè Giulia), e all’attivista di Ri- Make e filosofa politica Maria Moїse.


Dei paradossi e delle follie svelati dalla pandemia parla Floriana Lipparini, notando come siano venuti in primo piano la fragilità e i limiti dei corpi negati dalla cultura dominante. E poi hai voglia di mettere muri, confini, recinti, il virus non conosce frontiere, e in assenza di certezze della scienza toglie la possibilità di difendersi.


Un cambiamento radicale è possibile solo se si parte dalla cura, intesa non come accudimento ma come forma e centro della politica, rovesciamento dei valori patriarcali e neoliberisti. Ma attenzione: i confinamenti potrebbero anche peggiorare. Le politiche razziste e fasciste messe in atto contro i migranti erano già il nucleo di un mondo fatto di recinti che la pandemia rende ora accettabile. Le grandi crisi possono portare cambiamenti positivi ma anche progetti di esclusione ancora più forti.
Perché la liberta, come scriveva Hannah Arendt ripresa da Judith Butler, è potersi muovere altrimenti è l’inizio della schiavitù. E oggi sperimentiamo meccanismi di confinamento che sono la negazione di questa libertà e della felicità di stare insieme con i corpi nello spazio pubblico.


La riscoperta del mutualismo e la cassa nazionale di solidarietà sono pratiche sperimentate da Maria Moïse, che racconta come lo sportello di Ri-Make di Bruzzano “non sei sola, non sei solo” con l’emergenza si sia trasformato nella consegna a domicilio di cibi e medicinali. “Pur con le attuali grandi limitazioni abbiamo cercato di portare avanti forme di condivisione con bambini e anziani – dice Maria –, affrontando anche il panico delle tante persone che hanno perso il lavoro. E le difficoltà maggiori che abbiamo incontrato scaturivano dalle stesse politiche di contrasto al virus, basate sull’auto-isolamento come se fosse possibile un individuo irrelato. Individuo che diventava un potenziale untore anziché una risorsa”.


Dopo due mesi, sono emerse dalle stesse pratiche di solidarietà forme di relazione nuove e impreviste: le risposte ai bisogni sociali non dipendevano tanto da come continuare a stare nell’isolamento quanto a come rimanere in relazione nonostante l’emergenza. E la stragrande maggioranza di chi ha chiesto aiuto o è stata disponibile a offrilo, osserva Maria Moïse, sono state le donne. Che del resto hanno un’abitudine alla vulnerabilità che le spinge a sostenersi a vicenda. Donne che si attivano quando è minacciata la stessa riproduzione della vita.


La pratica del mutualismo ha coperto gravi buchi lasciati dalla politica dall’alto. “Non per fare da stampella al sistema ma per mettere in atto pratiche di solidarietà alternative basate sulla reciprocità”, dice ancora Maria Moïse. Nessuna rete di assistenti sociali, in altre parole, ma la messa in comune di risorse: un’attività di supporto sindacale, per esempio, è stata contraccambiata dall’aiuto fornito dalle stesse infermiere quando è stata ricoverata la nonna di Maria… Ri-Make ha poi messo in atto forme di condivisione nella cura dei bambini, visto che dal bonus baby sitter restavano escluse le donne migranti, ricomponendo fratture e ribaltando logiche date per scontate, con uomini che prestano lavoro di cura ai figli piccoli delle immigrate. E chi ha ricevuto un sostegno economico oggi mette parte del suo reddito nella cassa di solidarietà nazionale, per non lasciare nessuno indietro nell’attuale lotta (www.fuorimercato.it).


Ultimo capitolo, la scuola. Gravissimo che se ne parli così poco, dice Silvia Neonato, mentre si sprecano discorsi sugli ombrelloni distanziati nelle spiagge. Eppure la scuola coinvolge 8 milioni di persone, con un buon il 60% delle 800mila docenti italiane (sono donne nell’80% dei casi) impegnate nella cosiddetta Dad (didattica a distanza). Pratica che per la stessa ammissione della ministra Lucia Azzolina oggi esclude 1 milione e mezzo di studenti, quasi un quinto del totale.


L’emergenza Covid, sottolinea Silvia Neonato, ha costretto le insegnanti – che insieme a infermiere e cassiere dei supermercati sono le categorie generalmente più ignorate – a un corso accelerato per imparare a usare le piattaforme Internet, visto che abbiamo uno dei sistemi scolastici meno digitali d’Europa.  


E la didattica a distanza ha comportato un notevole aggravio del lavoro (chi, ad esempio, doveva correggere i compiti degli scolari delle elementari mandati in foto per whatsapp…), ma ha anche creato una nuova alleanza politica tra insegnanti e genitori, che si sono accorti della grande fatica delle maestre e delle inadeguatezze dei propri figli. C’è stato un avvicinamento fra mamme e maestre, che non si sono più sentite svalorizzate dal ruolo eventualmente loro attribuito di baby sitter (chi tiene i bambini se le mamme tornano a lavorare?), accettandolo invece in cambio di un riconoscimento di competenze. In un mondo in cui la cura non sia più qualcosa di spregevole anzi da privilegiare e riproporre nelle nostre politiche, esattamente come hanno fatto la premier finlandese, Sanna Marin, o la norvegese Erna Solberg, e in parte la stessa Angela Merkel, che si sono rivolte ai ragazzi, dando loro valore, insieme alle insegnanti e alle famiglie. 


La scuola del dopo Covid, immagina Silvia Neonato, dovrebbe poter contare su più insegnanti e più insegnanti di sostegno e su un nuovo collegamento (senza le istituzioni) tra famiglie, ragazzi, insegnanti. Una scuola più tecnologica ma anche una “scuola diffusa” con l’occupazione di spazi esterni, palestre, cortili, giardini, che offra soluzioni adatte ai bambini più piccoli, legandosi all’idea del bene comune e del volontariato.