Non abbiamo lavorato per cambiare la società

"Non ci siamo misurate con il potere considerandolo un tabù". Commento femminista assai critico sul femminismo: quello di ieri e quello di oggi. Di [Pina Mandolfo]

Non abbiamo lavorato per cambiare la società
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22 Ottobre 2013 - 22.51


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Mie care, fatemi essere drastica. Da Paestum 2013 mi sono portata a casa, nel mio lavoro, nella mia città, la delusione di quella che mi è sembrata un’altra occasione perduta. Per non dire dell’inutile diatriba tra femministe dell’ultima ora e storiche, che ha riempito il dibattito. Diatriba che si è spostata, a tratti con un livore malsano, nel folto gruppo su “Democrazia, autogoverno e istituzioni delle donne”.
Cosa dire della frustrazione di molte, tra quelle che si erano iscritte, che fino alla fine abbiamo, inutilmente, sperato e tentato senza esito, che il battibeccare di poche donne “autorevoli”, che nulla aveva a che fare con diritti e cittadinanza, ritornasse nel suo alveo?

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Io oggi penso, e non sono la sola che: ”L’illusione del femminismo sia stata quella che ciascuno di noi, individualmente o a piccoli gruppi, avrebbe cambiato la realtà. Ma non abbiamo mai immaginato, né lavorato per costruire un modello di società, di stato o di partito veramente alternativi a quelli esistenti. Soprattutto non ci si è misurate con il potere considerandolo un tabù. Tra ragionamenti sofisticati e divisioni, pur con la nostra libertà individuale, oggi siamo soggetti politici solitari e impotenti”.

Bene, ribadisco quello che ho scritto pensando a Paestum. Forse ancora una volta parliamo ossessivamente delle stesse cose senza pensare che sia giunto il tempo di confrontarci e proporre strategie possibili per un cammino verso una reale libertà femminile. A che serve decantare la libertà senza pensare ai modi di guadagnarla? Mentre noi ancora parliamo da decenni delle stesse cose, oggi, in un’epoca di grande restaurazione, chi si occuperà dell’inarrestabile oltraggio simbolico che colpisce il genere femminile? Del fatto che i nostri figli non portano il nostro cognome? Del mancato riconoscimento che il corpo femminile appartiene alle donna? Che il lavoro di cura non è un obbligo di natura? Che la lingua e i linguaggi negano l’esistenza delle donne? Che i canoni culturali e didattici legittimano la creatività maschile? Che il corpo femminile è inviolabile? Che i nomi delle strade valorizzano solo gli uomini? Che i corpi delle donne come il mondo intero sono uno scenario di guerra perché luogo di scambio e di possesso maschile? Delle oscenità che la pubblicità riesce ad immaginare usando i corpi delle donne? Chi imporrà la pace in quella guerra tra i sessi che ha luogo nelle case, in seno alle famiglie, nelle relazioni sentimentali, in quei luoghi nei quali da millenni le donne immaginano di essere al sicuro?

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Io credo che solo quando noi, le nostre figlie e i nostri figli, la nostra vicina di casa e suo marito, il nostro caporedattore e la sua segretaria, la donna che fa la spesa al supermercato o che si occupa dei nostri anziani genitori, la bambina che viene indottrinata dalla sua maestra, e tutti gli uomini autoimposti là dove si “comanda”, si troveranno di fronte ad una rappresentanza equa dell’autorità, anzi del potere – che nomino senza rischiare di sporcarmi la lingua – quando vedremo scorrere le immagini di tante donne sui banchi della politica, un numero di donne pari se non oltre alla guida delle istituzioni, delle multinazionali, della finanza, dei partiti, quando i nostri figli e le nostre figlie porteranno il nostro cognome, quando leggeremo per le strade delle nostre città i nomi delle donne taciute dalla storia. Quando tutti e tutte nomineranno le donne nei discorsi privati, istituzionali, e didattici, quando i canoni letterari faranno posto alle donne solo allora avremo la coscienza che possiamo prendere in mano il mondo e starci dentro come soggetti liberi.

Pensavo che a Paestum, questa volta, fosse indifferibile pensare ad azioni, proposte, strategie “eversive” formulate a gran forza, per guadagnare una vera libertà femminile e infrangere uno schema simbolico arcaico e misogino.

Ma mi sbagliavo.

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