Oltre il visibile: quando il giornalismo impara a guardare davvero 

Un libro, ma anche un manifesto operativo: un altro lavoro di GiULiA Giornaliste, curato da GiULiA Sardegna, che smonta il racconto comodo e ne pretende uno vero

Oltre il visibile: quando il giornalismo impara a guardare davvero 
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Beatrice Curci Modifica articolo

29 Marzo 2026 - 11.31


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C’è un punto, preciso e scomodo, in cui il giornalismo smette di raccontare la realtà e inizia a deformarla. È lì che si colloca “Donne Disabilità e Media – Parole vs Barriere” a cura di GiULiA Giornaliste Sardegna. Un saggio a più voci che non si limita a denunciare questa frattura, ma la attraversa, la espone e prova a ricucirla con gli strumenti più potenti che abbiamo: le parole, lo sguardo, la responsabilità. Un libro che, fin dalle prime righe, colpisce come un pugno gentile ma deciso: non esiste solo il silenzio dell’assenza, ma quello ben più sottile della mancata rappresentazione. È in questo vuoto che si muovono le vite delle donne con disabilità, troppo spesso invisibili o, peggio, raccontate attraverso stereotipi logori: vittime da compatire o eroine da celebrare. Nessuna delle due narrazioni restituisce complessità. Nessuna è vera. Il merito più grande di questo libro corale, scritto da giornaliste e giornalisti, è proprio quello di rifiutare la semplificazione. Qui l’intersezionalità non è un concetto teorico da citare, ma una lente viva, necessaria, attraverso cui leggere il mondo. Autrici e autori mostrano con lucidità come genere, disabilità, salute mentale e linguaggio si intreccino in una rete fitta di discriminazioni, ma anche di possibilità. Particolarmente potente è la riflessione sull’ingiustizia epistemica: quando a una persona viene negata la credibilità, la capacità stessa di raccontarsi. È una forma di violenza sottile, spesso invisibile, che attraversa le esperienze delle donne con disabilità e con disturbi mentali, amplificata da un sistema mediatico che privilegia narrazioni facili e rassicuranti. Il libro non si limita però alla denuncia. È anche un manifesto operativo. Dalla Carta di Olbia alla Carta di Trieste, emerge con forza l’urgenza di un giornalismo etico, capace di abbandonare pietismo e sensazionalismo per restituire dignità e agency. Le parole, qui, non sono mai neutre: costruiscono mondi, includono o escludono, liberano o imprigionano. Uno dei passaggi più incisivi riguarda il corpo: quello delle donne con disabilità, troppo spesso cancellato, negato o reso “indicibile”. In questo spazio di rimozione si annidano alcuni dei tabù più resistenti della nostra società, come la sessualità e il diritto al piacere. Il libro li affronta senza imbarazzo, con una chiarezza che disarma e apre. Così come la violenza contro le donne con disabilità, non un fenomeno marginale ma una realtà strutturale aggravata da una pericolosa invisibilità. Attraverso dati, esempi e riferimenti normativi, il testo mostra come la violenza assuma forme specifiche e spesso più pervasive quando si intrecciano genere e disabilità: dalla dipendenza economica e relazionale fino a pratiche estreme come il controllo del corpo e delle cure. Ne emerge un quadro allarmante, in cui la difficoltà di riconoscere e denunciare gli abusi diventa parte stessa del problema. Accanto all’analisi, il volume allarga lo sguardo ai media, al linguaggio e agli spazi digitali, evidenziando come stereotipi, hate speech e rappresentazioni distorte contribuiscano a rafforzare discriminazioni e isolamento. Un testo dal forte valore culturale, formativo, politico-sociale, che non si limita alla critica, ma propone strumenti e prospettive di cambiamento per promuovere un cambio di paradigma. Dove dietro ogni storia, ogni riflessione o cronaca, c’è un filo conduttore coerente: la centralità della persona e la critica ai modelli narrativi distorti quali: pietismo, eroismo, medicalizzazione. Quello che il libro restituisce è un lavoro solido, attuale e socialmente rilevante, con la capacità di affrontare il tema della disabilità da più prospettive: mediatica, culturale, normativa, esperienziale. E con il chiaro intento di decostruire stereotipi e promuovere un cambiamento nel linguaggio e nella rappresentazione, soprattutto attraverso l’autorappresentazione sui social e la richiesta di un giornalismo più consapevole. Sintetico ma incisivo, il testo è un invito urgente ad adottare uno sguardo intersezionale: non solo per comprendere meglio la violenza, ma per costruire risposte davvero inclusive. Perché, come emerge chiaramente, ciò che non si vede – o non si vuole vedere – continua a fare più male. Un testo necessario, soprattutto per chi fa informazione, completo e stratificato, in grado di parlare sia a un pubblico accademico che a uno più ampio. Ma non solo. È un libro che interpella chiunque partecipi, anche inconsapevolmente, alla costruzione dell’immaginario collettivo. Leggerlo significa accettare una sfida: abbandonare lo sguardo comodo e imparare a vedere davvero. Perché, come emerge con forza da queste pagine, non si tratta semplicemente di raccontare meglio. Si tratta di cambiare prospettiva. E, forse, anche un po’ di mondo.

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