Partiamo dall’inizio: anno 1986, la violenza sessuale è ancora un reato contro la morale, ossia viene perseguita solo se disturba la pubblica opinione, non esiste la legge sullo stalking, codice rosso, femminicidio nemmeno a parlarne, il delitto d’onore è stato abolito da soli 4 anni. Per parlare di violenza maschile non c’è nemmeno un vocabolario. Cosa può fare una donna che vuole fuggire da un compagno violento? A Milano proprio quell’anno un gruppo di pioniere, avvocate, psicologhe, soprattutto femministe, decide di fare un atto rivoluzionario nominando con parole chiare il fenomeno e aprendo il primo centro contro la violenza maschile d’Italia, la Casa delle Donne Maltrattate (Cadmi). Nel 1991 sarà aperta la prima casa rifugio segreta, oggi a Milano sono 10, e poi il movimento dei centri antiviolenza si diffonde per tutta Italia. In 40 anni sono 38mila le donne passate dal Cadmi, legioni, 800 hanno trovato accoglienza in uno dei rifugi e ogni anno sono centinaia quelle che vanno a bussare alla Casa. Nei giorni scorsi il Cadmi ha orgogliosamente festeggiato il 40ennale a Palazzo Marino con un convegno, illuminando non solo quello che è stato fatto, moltissimo, ma soprattutto quello che si deve ancora fare, ancora moltissimo.
«Senza le femministe questo paese non sarebbe cambiato». E’ tassativa la presidente Cadmi Maddalena Ulivi. Sono state e sono loro un motore di trasformazione, che ha permesso la ricodifica della violenza maschile da “fatto privato” o “questione di morale” a violazione dei diritti umani e priorità politica. Lo hanno ammesso i vari rappresentanti istituzionali presenti (assessori, servizi sociali, magistrati): le associazioni delle donne hanno capito prima e meglio come si doveva affrontare il problema. La parola che ricorre più spesso è relazione: relazione tra donne, relazione con le istituzioni, con i servizi.
Illuminante la testimonianza del presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia che ha ricordato il primo ufficio che in Procura si occupava di reati contro la famiglia. «Era il 1991, eravamo considerati pm di serie B». Un presidio che si è subito avvalso della collaborazione delle donne del Cadmi e della loro capacità di intercettare e riconoscere il femomeno. Applausi meritati quando Roia ha ricordato che, a differenza di chi vorrebbe che i magistrati si limitassero ad applicare le leggi senza interpretarle, se allora non avessero interpretato in senso evolutivo un codice penale spoglio di strumenti per contrastare la violenza di genere sarebbe stato quasi impossibile determinare quando una donna era maltrattata. E anche se oggi ci sono le leggi, la lettura di genere del diritto penale è ancora piena di resistenze nel sistema giudiziario, secondo l’osservatorio di Claudia Pecorella, docente ordinaria di diritto penale presso l’Università degli Studi Milano-Bicocca. Resistenze che si rintracciano anche nella raccolta dei dati ufficiali, per esempio sugli omicidi disaggregati per genere, che sul sito del Ministero degli Interni dal 2024 sono passati da un aggiornamento settimanale ad uno trimestrale e senza nessuna analisi di contesto. Fondamentale, ancora una volta, e politica, è la raccolta dei dati dal basso, da parte dei vari osservatori delle associazioni, dei centri antiviolenza, dei media gender sensitive, perché, come ha detto la giornalista Donata Columbro che si occupa di data feminism, se non si conosce il fenomeno a fondo è più difficile contrastarlo. Per esempio da alcuni report è emerso chiaramente che uno dei problemi più grossi è quello dell’isolamento sociale: il 65% delle donne uccise tra il 2018 e il 2019 non aveva mai espresso a nessuno la sua paura. Così come il fatto che più cresce l’età più aumenta il rischio di essere vittima di violenza, a dispetto di quella che sembra essere l’emergenza raccontata ahimé anche dai media che preferiscono le vittime giovani e belle.
La battaglia è, a tutti i livelli, culturale: «I centri antiviolenza sono centri dove si fa politica per cambiare la cultura -dice Cristina Carelli, presidente di Dire, la rete nazionale dei centri antiviolenza- per difendere la libertà delle donne, anche quella sessuale, messa in discussione da leggi che non riconoscono il diritto al consenso». E la battaglia culturale deve cominciare presto, alle elementari, dice Ulivi, con l’educazione sessuoaffettiva che tanto fa paura al governo in carica, prima che si determinino gli stereotipi e la “ruolizzazione” su cui sedimenta l’abuso. Una battaglia culturale che è anche nel Dna di GiULiA giornaliste, che da anni collabora con Cadmi e tanti centri antiviolenza, per riscrivere il racconto della violenza.
