A Farian Sabahi, giornalista, professoressa associata in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria, autrice di Storia dell’Iran 1890-2020, Noi donne di Teheran, Alla corte dello scià, chiediamo perché le donne non siano al centro dell’ultima rivolta che ha infiammato il paese.
«La miccia che ha infiammato le piazze il 28 dicembre 2025 è diversa rispetto al settembre 2022. Tre anni fa, a scatenare le rivolte era stata la morte della ventiduenne iraniana di etnia curda Mahsa Amini, fermata dalla polizia morale e morta tre giorni dopo, per le percosse mentre era in custodia. Al centro delle proteste c’era l’obbligo del foulard che copre i capelli. Per fermare le proteste, il regime ha usato la macchina repressiva e, di fronte al loro prolungarsi, il Consiglio per l’interesse nazionale ha deciso che l’obbligo del velo non sarebbe più stato imposto con la forza, tant’è che da mesi le iraniane girano liberamente per le strade con i capelli sciolti, senza foulard.
Venti giorni fa le proteste sono scoppiate per la svalutazione del rial: i commercianti del bazar di Teheran che vendono telefoni cellulari hanno chiuso i negozi perché consapevoli che il prodotto che avrebbero venduto al dettaglio sarebbe stato più costoso, per loro, il giorno successivo all’ingrosso. Dopodiché, nei giorni seguenti le proteste sono scoppiate in aree marginali dell’Iran, dove il governo del riformatore Pezeshkian aveva fatto promesse di sviluppo economico che non ha mantenuto».
Durante le proteste Donna Vita Libertà abbiamo visto una sollevazione anche nelle università, nelle scuole, e una dura repressione. Il movimento è ancora vivo? E quali sono le notizie sulle detenute nelle carceri iraniane?
«Il movimento Donna Vita Libertà è ancora vivo, anche e soprattutto nella diaspora. In merito alle donne che, in Iran, lo hanno portato avanti, molte di loro sono ancora in carcere. Tra queste, la Nobel per la pace 2023 Narges Mohammadi. Bisogna però tenere presente che tante di queste donne, soprattutto in Iran, erano attive nella società civile e contro il regime ben prima che morisse Mahsa Amini».
Le sanzioni che forse sono anche alla base della crisi economica che ha contribuito a innescare la protesta, colpiscono duramente soprattutto le donne. Perché?
«In una società patriarcale come quella iraniana, il capo famiglia è il marito, come lo era d’altronde in Italia fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. Inoltre, secondo il diritto islamico, è il marito a dover mantenere la moglie e i figli. In questo contesto, quando c’è crisi economica i datori di lavoro licenziano dapprima le donne, cercando di salvaguardare i posti di lavoro degli uomini. Di conseguenza, in questi vent’anni di sanzioni internazionali in Iran il tasso di occupazione femminile è diminuito. Paradossalmente, le ragazze sono però i due terzi della popolazione universitaria e i due terzi dei laureati».
Cosa può aiutare davvero il movimento democratico iraniano e la lotta di liberazione delle donne?
«Potrebbe sembrare una provocazione, ma sono più di trent’anni che mi occupo di Iran come giornalista e accademica. Ho viaggiato in lungo e in largo in tutto il Medio Oriente. Ho memoria della povertà della popolazione irachena al tempo di Saddam Hussein, quando l’Iraq era sotto sanzioni internazionali. E ritengo che, a questo punto, dopo vent’anni di sanzioni internazionali, dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno 2025, dopo le minacce del presidente US Donald Trump di attaccare Teheran per poi far marcia indietro, l’unica soluzione sia mettere fine al regime sanzionatorio. Soltanto così la popolazione iraniana potrà tornare ad avere una vita dignitosa e riprendere le forze per rovesciare, con le proprie risorse, un regime che per anni ha negato i suoi diritti».
Secondo te come vengono raccontate le donne iraniane dalla stampa italiana?
«Con qualche eccezione, la narrazione delle donne iraniane da parte della stampa italiana è ridicola e, temo, animata dalla malafede. Veniamo rappresentate come donne senza istruzione e coperte dal burqa come se fossimo le afgane sotto il regime talebano. Viene da pensare che una tale narrazione sia volta a giustificare un attacco militare all’Iran. Detto questo, noi iraniane in Italia con un titolo di studio e un lavoro in ambito universitario rappresentiamo un pericolo per questa narrazione e, per questo motivo, molte di noi sono state minacciate di morte sia durante il movimento Donna Vita Libertà sia in questi giorni».
