Tessere la pace, uno sguardo femminista sulla guerra

In Campidoglio domenica si sono ritrovate le donne che hanno promosso la Carta dell'Impegno per un mondo disarmato, un filo rosso che lega i pacifismi di ieri al rifiuto della guerra di oggi, intrecciato alla riflessione femminista

Tessere la pace, uno sguardo femminista sulla guerra
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Alessandra Mancuso Modifica articolo

21 Giugno 2026 - 19.15


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Guerra come forma estrema del patriarcato. C’è un filone femminista fecondo, che affonda le radici nelle parole e nelle visioni di pensatrici come Virginia Woolf, che già due secoli fa aveva svelato il legame tra potere, privilegio maschile e violenza armata (riconoscendo alle donne la capacità di immaginare civiltà fondate su altri valori), o come Rosa Luxemburg, che dal carcere nel 1917, scriveva «sono i padroni della terra, i potenti che, per difendere i loro profitti e il loro dominio, mandano milioni al macello. Ma noi abbiamo la forza di opporci, se solo ci uniamo» 

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Tutto questo è richiamato nella Carta dell’Impegno per un Mondo Disarmato promosso dall’UDI e dalla Rete 10,100,1000 Piazze di Donne per la Pace che ha già raccolto numerose adesioni dal mondo della cultura, dell’arte, dell’informazione e dell’impegno civile.  Un percorso, fino alla manifestazione nazionale che si è svolta domenica 21 in Campidoglio, a Roma, che dalla prima giornata nazionale del giugno 2025 è riuscito a coinvolgere contemporaneamente 160 piazze italiane, lo scorso 28 marzo, per “Tessere la pace – custodire il futuro”. 

«Un’idea nata nel 2022, poco dopo l’inizio della guerra in Ucraina, con un piccolo presidio per la pace a Palermo che si allargò rapidamente a tutta l’Italia– ricorda Daniela Dioguardi, originaria di Trapani, già docente, esponente nazionale dell’UDI ed ex parlamentare- Il tessere richiama la quotidianità delle donne, il loro incontrarsi, condividere esperienze, prendersi cura del presente e del futuro». 

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Un filone del pensiero della differenza che riemerge, con andamenti carsici, nei momenti più drammatici della storia dell’umanità, quelli in cui le scelte dei governi, con i loro eserciti, e delle industrie belliche, e ora anche di quelle dell’AI, mettono a rischio la Terra e la vita di miliardi di persone, presenti e future. 

La memoria mi riporta alle proteste cui partecipammo contro l’installazione dei missili Cruise nella base Nato di Comiso, in Sicilia, 45 anni fa, che hanno segnato uno dei più grandi movimenti pacifisti italiani, da Nord a Sud, come nell’intera Europa. Mi riporta alla potenza feconda dell’incontro tra le femministe inglesi di Greenham Common e quelle catanesi del Coordinamento Autodeterminazione, insieme nel campo antimilitarista fino a organizzare, nell’83, un 8 marzo internazionale a Comiso e a Catania con lo slogan “Donne separatismo disarmo: una parola in più” (e di nuovo il richiamo a Virginia Woolf), contro patriarcato, gerarchia, militarismo,  come racconta la storica catanese Emma Baeri in un libro di trent’anni fa, I lumi e il Cerchio, che illuminano l’elaborazione del “femminismo storico” di quegli anni, non solo siciliano. 

Allora il problema era il riarmo nucleare, sul finire della Guerra Fredda, e lo slogan nelle manifestazioni che attraversavano l’Italia era “disarmo unilaterale”. “Donne di Sicilia per il Disarmo Nucleare” e scoprimmo sorelle in Olanda, Francia, Germania, Irlanda, Danimarca. Oggi il problema sono le guerre totali che, solo per restare a Gaza e all’Ucraina, hanno già generato impatti ambientali devastanti, con milioni di tonnellate di CO2 emesse, oltre a un disastro umanitario di proporzioni bibliche, da Gaza al Sudan, di cui non si vede la fine. «La guerra non distrugge solo vite, ma la possibilità stessa della vita sulla Terra»,, si legge nella Carta dell’Impegno per un Mondo Disarmato.  E allora, tocca ripartire dai principi cardine, dall’idea che la guerra altro non è che la «conseguenza ultima di un sistema patriarcale che legittima la violenza come linguaggio e il dominio come unica forma di potere». 

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E’ questo sguardo femminista che ha portato nel 2003, in Liberia, con la premio Nobel Leymah Gbawee, a un movimento per la pace che ha unito donne cristiane e musulmane in una lotta non violenta: preghiera, sciopero del sesso, occupazione degli spazi pubblici. Come le Donne in nero, donne israeliane in solidarietà con le palestinesi, poi donne serbe con croate, bosniache e kosovare; fino all’oggi con le donne israeliane di Women Wage Peace e le palestinesi Women of the Sun, che rifiutano la logica della vendetta e dell’odio. 

Si tratta allora di riprendere i fili del nostro sapere e intrecciarli, fisicamente come nei grandi arazzi, coperte, tovaglie, patchworks coloratissimi, portati da tutta Italia ed esposti al Campidoglio, sotto un sole a picco, simbolo del nostro tessere relazioni al posto di sopraffazione e dominio, come unico percorso di pace, giustizia e trasformazione. Costruire relazioni, solidarietà e partecipazione civile come impegno politico. 

Come prima cosa, tra i punti della Carta, si vuole “Disarmare il sistema”. Non solo interrompere la corsa al riarmo e restituire risorse alla vita, ma disarmare anche le menti a partire dal contrasto alle narrazioni distorte della sicurezza che normalizzano la violenza. Significa «mettere al centro la vita, la nascita, non la morte, la relazione, non la competizione, la libertà non il dominio, la pace come giustizia attiva».

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Poi “Costruire una grammatica della pace”. Opponendo al linguaggio bellico che permea notizie, leggi, discorsi, una grammatica della pace che costruisce senso, racconta la vita, nomina l’ingiustizia, apre immaginari. 

E poi una “diplomazia incarnata”, il contrario di una diplomazia basata sull’uso della forza come leva negoziale: mediazione, dialogo, relazioni internazionali fondate sulla coesistenza. Capace di riconoscere le soggettività, di ascoltarle, di elaborare soluzioni condivise.  E non basta invocare la presenza femminile ai tavoli negoziali: «E’ necessario che le donne che vi siedono sappiano rompere con l’orizzonte simbolico maschile e con il linguaggio della forza». Approfittando della loro lunga esclusione dalla storia, come invitava Carla Lonzi, per entrarci non allo scopo di essere incluse, ma per trasformarla. 

La pace, si legge ancora, è un modo diverso di stare al mondo: «E’ relazione, responsabilità, costruzione di convivenze. E’ pratica quotidiana». Un pacifismo che non è neutro né disincarnato, che sceglie di stare con tutte le vittime, senza distinzioni. Che rifiuta che non tutte le vite vengano trattate allo stesso modo, tra “vite che contano” e “vite che non meritano il lutto”, le vite dei palestinesi come esempio più evidente. Anche smascherare la gerarchia delle vite è parte dell’impegno politico per la pace. 

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La manifestazione in Campidoglio.

Infine si tratta di “Disertare l’odio” come atto radicale di responsabilità politica. In ogni guerra si annida una pedagogia dell’odio: un addestramento alla disumanizzazione, che insegna a cancellare l’altro/a. L’odio si espande come unica grammatica relazionale possibile, imposta e interiorizzata. E in questo «Gaza è specchio e laboratorio di un ordine globale in cui la violenza di Stato diventa infrastruttura emotiva e politica del presente». E come Gaza, i conflitti armati africani, che continuano nell’indifferenza mediatica, con l’Occidente complice e attore diretto. Disertare l’odio significa «rompere l’automatismo tra offesa e risposta armata, tra paura e annientamento, tra vulnerabilità e dominio». Significa rifiutare anche le violenze sistemiche contro le/gli immigrati, le stragi in mare, l’espulsione delle persone povere: «Sono facce diverse dello stesso sistema patriarcale, coloniale e capitalista che si nutre di esclusione, paura e morte».

L’urgenza dunque è di «rilanciare un’etica della vita, dell’amore e della giustizia, da far vivere ogni giorno come pratica attiva di opposizione». Con questa Carta si vogliono unire le voci e coordinare le azioni per cercare nuovi linguaggi e nuove visioni del vivere insieme. Per una convivenza disarmata, fondata sulla cura, sulla giustizia e sulla responsabilità.

 Il pensiero è riemerso, e non se ne è mai andato in fondo, con un movimento dal basso di corpi e di voci. Ora si tratta di rafforzare l’azione. Di relazionarsi anche con le protagoniste, più giovani, dei nuovi femminismi, tra il loro sentire, pensare, agire contro la guerra e il nostro pensiero di lungo corso. Per creare un movimento ancora più largo. Le relazioni, da tessere e intrecciare, per definizione non hanno confini. E come fu negli anni Ottanta, una dimensione europea, anche questa, sarebbe più che mai necessaria.

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