Di certo, Emma era ben consapevole della sua rilevante e straordinaria attività politica ed istituzionale: deputata dal 1976 al 2008, prima donna italiana commissaria europea dal 1995 al 1999; vicepresidente del Senato dal 2008 al 2013, ministra degli Affari Esteri nel Governo Letta dal 2013 al 2014, solo per citare alcune tappe della sua incessante carriera politica. Eppure dalle donne che l’hanno conosciuta e frequentata negli anni, non avrebbe gradito coccodrilli ampollosi, ma solo frasi autentiche, magari anche affettuose, perché dietro quel carattere non facile, sotto quella fronte impegnata, corrugata e concentrata sui pensieri, sullo scrivere e sul fare della politica, che è stata la sua vita, spiccavano due occhi acuti e brillanti che esprimevano attenzione e compassione, oltre ad una formidabile intelligenza.
Europeista convinta, era aperta al mondo in ogni sua valutazione, soprattutto sulle donne e sulle bambine. Fondatrice dell’organizzazione Non c’è pace senza giustizia per l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili, è stata anche delegata per l’Italia all’Onu per la moratoria sulla pena di morte. Caparbio e tenace il suo impegno in Africa contro l’infibulazione. In Africa comunicava e si relazionava rispettando le usanze locali. Lì amava ballare con le donne e con tutti, nei riti di gruppo, per festeggiare o augurare qualcosa. A volte le capitava anche qui, in Occidente, di voler condividere nel ballo un lieto fine. Nel maggio 1999, quando intraprese la sua impresa, folle per molti, ma geniale nella strategia comunicativa, di autocandidarsi per la Presidenza della Repubblica, lo fece indossando una maglietta bianca con su scritto: “Finalmente l’uomo giusto”. Anche in quell’occasione ci fu una serata elettorale in un noto locale notturno romano, dove chi volesse sostenerla in questa sfida, era invitato letteralmente ad indossarla. Anch’io lo feci e con me la giornalista Miriam Mafai. Allora le chiesi perché avesse scritto “l’uomo giusto” e lei mi rispose che era un modo per mettere in evidenza l’impossibilità, in questo Paese, di nominare il sostantivo donna affianco a quello di Presidente della Repubblica. Così il problema delle parole veniva superato dal volto di una donna che esiste, nonostante non la si voglia vedere o nominare.
Il suo monito era quello che la pratica ed il comportamento, anche il corpo, possono fare la politica, esibendola. Quella stravagante campagna elettorale le fece capitalizzare molti voti per le europee del 13 giugno 1999, dove la “lista Bonino” vinse con l’ 8,46 % ed elesse ben 7 europarlamentari.
Emma, come Marco Pannella, si definiva con orgoglio radicale e liberale, ma aggiungeva anche “femminista”. Noto il suo impegno per la legge sull’aborto ed il divorzio negli anni ‘70, ma anche dopo, affiancò e sostenne subito l’impegno delle donne per far abrogare la legge 40/2004, che fingeva di voler aiutare le coppie infertili con la fecondazione assistita, imponendo, invece, proprio alle donne, pratiche mediche poco rispettose dei loro corpi e della loro salute, nonchè della autonomia eresponsabilità professionale dei medici.
Emma non praticava i compromessi e si lanciava in sfide politiche impervie e spiazzanti, sapendo di non poter contare molto sui partiti, anche se alleati. Preferiva tentare quasi l’impossibile, se necessario, per segnalare non tanto il possibile oggi, quanto il punto di arrivo verso dove spostarsi domani.
La sfida, ad esempio sulla trasparenza dei dati nella pubblica amministrazione sottolineata nel 2010, durante la campagna elettorale alla Regione Lazio, persa, contro Renata Polverini, indicavano un approccio, allora nuovissimo, proposto in modo molto radicale, estremo. Fin da subito Il suo femminismo lo espresse anche così, con l’affermazione forte di sé, in un rapporto duale con il leader Marco Pannella, che era il suo alter ego per molti aspetti politici, ma non per alcune modalità, su cui lei manteneva la sua linea, a costo di baruffe e confronti duri, anche dentro il Partito radicale. Dove maschile e femminile restavano conflittuali e complici al contempo.
Emma è stata una leader che non amava far parte di un gregge, oppure obbedire ad un dictat gerarchico, per questo è rimasta a lungo fedele alla sua famiglia di origine, il Partito radicale, per poi decidere di percorrere la sua strada, perché Emma era cresciuta o forse proprio perché lei voleva essere solo Emma.
