Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (dal 9 al 14 febbraio 2026)

Una settimana di notizie sui nostri media: come e quanto si parla di donne? E quante sono le donne a scrivere del mondo. GiULiA prosegue con il suo osservatorio sui giornali in ottica di genere.

Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (dal 9 al 14 febbraio 2026)
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15 Febbraio 2026 - 15.47


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Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, Il Messaggero, L’Avvenire, Domani, il Fatto quotidiano, Il Sole 24 ore, Qn, Il manifesto, Libero, La Verità, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello sport, con uno sguardo al web.

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Dal 9 al 14 febbraio 2026
Le firme in prima pagina uomini 1076, donne 307
Editoriali commenti analisi: uomini 195, donne 43
Le interviste: a uomini 256, a donne 110

La rassegna stampa di febbraio non poteva che aprirsi con le Olimpiadi.  Le numerose vittorie e il protagonismo delle donne per una volta hanno riempito i giornali, non solo di settore, sperando che questo ci lasci in eredità una costante attenzione allo sport femminile. Il linguaggio però  evidenzia come sempre l’esaltazione della maternità e i pezzi una scarsa analisi tecnica. Quanto ai numeri, i giornali sportivi non hanno riflettuto lo stesso protagonismo. La Gazzetta dello Sport ha avuto 117 firme maschili in prima pagina e 19 femminili. Un dato di nicchia ma  positivo c’è: su Domani  le firme delle giornaliste hanno superato quelle maschili. E c’è parità negli editoriali. Spiace che il Sole 24 ore , sempre molto corretto, si scivolato sul “ministro” Elvira Calderone.

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Nell’infografica i punti principali della nostra rassegna Sui Generis di febbraio.

L’Olimpiade delle donne, tra regine, cannibale e super mamme

Brividi e euforia. Un’autentica incredibile scorpacciata quella vissuta in questi giorni sulla stragrande maggioranza dei giornali (sportivi e non) perché è stata veramente una settimana olimpica indimenticabile. Atlete e atleti travolgenti. Il racconto dei Giochi ha preso pian piano spazio sui quotidiani sportivi in un’altalena di titoli e cronache, passati da misure contenute e pure modeste, all’apoteosi. Una discesa femminile verso l’ovazione, il plauso e la riconoscenza. Un salto eccitante spinto dall’evidenza di imprese grandiose. Condotte da donne, atlete, campionesse, trascinanti l’Italia della neve e del ghiaccio, in un medagliere tanto impensabile quanto prezioso. Prodezze riportate nei primi giorni in prima pagina solo nelle aperture, per poi irrompere con tutta la loro bellezza e energia occupando la totalità delle 3 testate di riferimento. Forse un record quello di venerdi 13, certo una rappresentazione della realtà finalmente equa e obiettiva. A riflettere le indicazioni delle Linee Guida pubblicate dal Comitato Olimpico Internazionale per la parità di genere e l’inclusione nello sport, giunte alla terza edizione in occasione di Milano Cortina 2026 e tradotte per la prima volta in italiano in collaborazione con la Fondazione.

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Assurdo che poi quello rimanga come un episodio sporadico, un’occasione fortunata, che si dissolve nella nebbia di una cultura sportiva fino ad oggi limitata. Alla “nostra” Olimpiade vengono dedicate ancora poche pagine interne, in alcuni giorni nemmeno quelle iniziali, tranne che sulla “rosa”. E così non c’è modo di rendere il giusto merito alle protagoniste donne con frequente scarso accento sulle prestazioni e sulle abilità e poco equilibrio tra tutte, con troppa enfasi differenziata. Ancora quasi del tutto invisibili i quarti e quinti posti nelle classifiche, nonostante l’esempio di Parigi 2024 e i riconoscimenti voluti dal Quirinale. Gli aggettivi scelti per descrivere le campionesse vincenti sono spesso superlativi ripetitivi (favolose, leggenda, mito…) o legati all’immaginario magico, fiabesco (la Regina, Il filo d’Oro…) e creativo (L’Orobrigida, Goggia a pioggia…). Colpisce la sproporzione sulle caratteristiche “fuori campo” (Super mamma, acconciature stravaganti, superstar, rimmel…).

E l’esagerazione nel sottolineare come straordinari per le atlete comportamenti insiti nello spirito sportivo (determinazione, abnegazione, audacia, coraggio…). Isolate le firme delle giornaliste, che lasciano però parole e affermazioni troppo poco ascoltate, ma puntuali e decisive (stesso valore di mamma atleta e papà atleta, donne semplicemente atlete, …). Fra le poche segnaliamo Emanuela Audisio che su Repubblica punta sull’impresa di Federica Brignone   dopo l’infortunio. «Le donne emotive? Ma dove, ma quando? Continuano a vincere, a tenere testa al mondo, a provarci e a riuscirci. Non da ragazzine che vogliono strafare, ma da donne mature». 

Le immagini utilizzate nella maggioranza dei casi trasmettono poi le emozioni del momento, pur certamente toccanti; difficilmente il gesto tecnico, la supremazia agonistica, l’essenza della performance. 

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La rappresentazione risulta distorta e non offre giusta valenza al merito e alla qualità. Per la presenza delle donne nei diversi ruoli nello sport, in particolare tra quelli tecnici e organizzativi, la norma è l’invisibilità. Le citazioni più volte non riportano il nome con il cognome, insinuando confusione o per lo meno non evidenziando il genere; o solo il nome con minor rispetto e utilizzano l’articolo determinativo femminile, anche per abitudine, in maniera discriminatoria (la + il cognome).

Discorso a parte merita il rapporto fra la vita di atleta e quella di mamma evidenziato dai due ori di Francesca Lollobrigida con un figlio di 3 anni appresso. Brutale la sua analisi sul Corriere: «Un’atleta senza aiuti non sarà mai madre». La campionessa fa una denuncia importante: lei ha potuto fare un figlio perché ha trovato il supporto della Federghiaccio. Non tutte le Federazioni hanno il progetto maternità. Ci sono atlete che, quando comunicano al club di aspettare un bambino, perdono lavoro e stipendio. E poi sottolinea l’assenza di asili nei ritiri per gli atleti in Italia: «In Norvegia ai mondiali di Hamar dell’anno scorso, la palestra aveva un nido incorporato, con le maestre per intrattenere i bimbi per il tempo necessario». Però è anche vero che quando una madre eccelle, la lente si sposta subito sulla gestione domestica, come se la sua performance professionale avesse bisogno di una spiegazione.

 Anche la rovinosa caduta di Lindsey Vonn porta ad una serie di importanti considerazioni. Valga per tutte l’analisi di Antonella Belluti su Domani.  Posto che è bello pensare che Vonn abbia gareggiato per confermare a sé stessa che ogni giorno può essere un successo e non per le pressioni cui sono sottoposti gli atleti ai massimi livelli, queste pressioni esistono e sono fortissime.  Il mito del sacrificio fa parte dello sport, ma c’è, dal punto di vista degli atleti, il rischio di fare coincidere l’accettazione di sé con i risultati che può produrre depressione e senso di vuoto. C’è soprattutto un sistema sportivo governato da Federazioni, medici e tecnici che troppo spesso chiede obbedienza. Poi ci sono le pressioni degli sponsor. E chi sa che la carriera di un atleta finisce presto, considerare l’aspetto economico non è venale.  Restano profondi gli stereotipi di genere che definiscono i comportamenti: maschili giusti, femminili deprecabili. Perciò si premia la durezza di atlete che lottano contro il dolore e gareggiano “come uomini” (Brignone, Goggia, Vonn) e di stigmatizza chi, tipo Musetti, si ferma per preservarsi “come una femminuccia”.  

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C’e spazio anche per un argomento, le mestruazioni, finora considerato tabù: nel biathlon Dorothea Wierer agguanta il quinto posto con una prova dignitosa nel giorno sbagliato (“per noi donne una volta al mese è così”), si legge su La Verità.

Lascia francamente senza parole il racconto riferito ad Arianna Fontana (atleta più medagliata delle Olimpiadi) fatto da Avvenire: si scrive della “freccia bionda”, soprannome ufficiale, ma anche di “Wonder woman” “del “cigno dagli occhi di ghiaccio”, della “cannibala” (dello short track). E si mette in collegamento la sua ascesa «all’amore dell’uomo della sua vita che è anche l’artefice di parte dei suoi trionfi», quell’Anthony che ai Giochi di Torino mentre gareggiava «ha conosciuto la sua principessa».  

 Resistono ancora i paragoni riferiti agli uomini, facendo intendere che lo standard sia quello maschile in ogni caso. I Giochi Olimpici sono una vetrina potente per la presa di coscienza della necessità di un’alleanza comune a favore di una maggiore equità. Con grandi speranze affidiamoci alla guida mondiale della Presidente CIO, Kirsty Coventry, e all’impegno che deve poter coinvolgere in maniera più diffusa, consapevole e molto più ferma e decisa. Verso un traguardo, seppure più vicino, fino a questo momento però troppo distante. Perché – come sottolineato dal Messaggero con un commento di Andrea Sorrentino questi giorni ci hanno raccontato una nuova realtà: «Le medaglie delle donne italiane sono ormai una certezza. Perché le nostre ragazze sanno fare tutto e meglio degli uomini, da un pezzo. E li hanno sorpassati alla grande. Nella vita di tutti i giorni, com’è sempre più chiaro da un milione di segnali e di storie, e anche nello sport che ci spiega, spesso in anticipo, il mondo in cui viviamo. Già alle Olimpiadi estive di Parigi 2024 si era capita la tendenza: 17 medaglie su 40 alle donne, che avevano anche vinto 7 dei 12 ori totali, compresi quelli storici nella pallavolo e nel tennis sempre negati agli uomini». Si chiude con «Le donne sono più brave punto. Carissimi uomini quando vi sveglierete? C’è anche bisogno di voi in questa Italia. Ma fate presto». 

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Per il resto le solite briciole dedicate a volley e calcio ma di questo ormai non ci stupiamo più. 

Esteri

Pur nella generale ridotta attenzione ai grandi fatti di esteri durante la settimana delle Olimpiadi, alcune notizie riguardano molto da vicino le donne e i temi di genere.

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In primis il caso Epstein: la pubblicazione dei file (una quantità enorme di materiale, tra cui 1,4 milioni di mail) sta aprendo uno scenario inquietante a proposito della rete di relazioni influenti e il sistema di schiave sessuali minorenni messo in piedi dal miliardario pedofilo. Via via che, soprattutto dalla stampa americana, arrivano notizie e approfondimenti sui personaggi coinvolti anche i giornali italiani se ne occupano. Tra le personalità vicine a Epstein Corriere della Sera, per esempio, approfondisce le figure delle sue assistenti personali (che sapevano e organizzavano), della responsabile dell’ufficio legale di Goldman Sachs, la 54enne Kathryn Ruemmler amica personale di Epstein e di Sultan Ahmed bin Sulayem, uomo d’affari emiratino e presidente di DP World.

Sarebbe lungo fare l’elenco di tutte le personalità citate nelle varie testate  ma vale la pena riportare due riflessioni. Aldo Cazzullo sul Corriere: «Il vero punto del caso Epstein è l’esistenza di un’élite internazionale ormai convinta della disuguaglianza tra gli esseri umani. Persone ricche e potenti sicure di poter disporre del corpo e della vita di altre persone, spesso povere e fragili. Leader convinti di vivere in un’assoluta impunità. Un ambiente da Squid Game, in cui un pugno di uomini dispone della massa, pescando a scelta le vittime». L’altra riflessione è quella di Carlotta Cossutta sul Manifesto, secondo cui la mole di dossier dell’inchiesta «è una cartografia dell’impossibilità di disgiungere il sessuale dall’economico. Impossibile separare i corpi dal potere. L’uso dei corpi femminili non è il prodotto perverso di un accumulo di potere e di una logica capitalistica, ma ne è il fondamento. Il capitale non è pensabile senza il dominio patriarcale.  Quindi la questione degli abusi sulle bambine e sulle donne non è morale ma politica, non è culturale ma profondamente materiale».

Ultima nota sul modo in cui è trattato il caso Epstein: il Giornale ne parla se può usarlo ai fini di propaganda politica: quando è uscito nei file il nome di Rula Jebreal (per altro solo per aver partecipato a cene di rappresentanza) ne ha fatto un articolo con grande foto titolando “Così prova anche lei la gogna mediatica”.

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L’altro grande tema di esteri della settimana è il caso Francesca Albanese e le dichiarazioni attribuitele al forum di Doha – «Israele nemica dell’umanità» – poi rivelatesi una estrapolazione manipolata.

Praticamente tutte le testate riportano la protesta di Francia, Germania e Italia che chiedono le dimissioni della giurista da relatrice speciale Onu. Rattrista osservare che la solita “caccia alla strega” lanciata dalle testate di destra è stata cavalcata anche quotidiani più autorevoli. Antonio Polito sul Corriere la accusa platealmente di antisemitismo e schieramento pro-Hamas.

Il Fatto Quotidiano è tra i pochi a fare una ricostruzione diversa: la relatrice Onu è stata “linciata” in primis dalla Francia perché denunciò l’export di armi verso Israele di un colosso d’oltralpe. Elnet (gruppo europeo di lobbying pro-Israele) ha pagato i viaggi pure a deputati di Macron. E Travaglio denuncia il taglia e cuci fatto sulle dichiarazioni di Albanese per farle dire quello che non ha detto.

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Repubblica riporta le dichiarazioni del segretario generale Gutierrez che pur dicendosi “non sempre d’accordo con lei” spiega che non spetta a lui cacciarla: non è una dipendente delle Nazioni Unite ma una esperta esterna, spetta agli Stati membri perché sono loro che l’hanno scelta.

Il Manifesto è l’unica testata che riporta le dichiarazioni del cardinale Pizzaballa (che erano in Ansa): «Albanese è una figura controversa ma coraggiosa, capace di alzare l’attenzione sul dramma di Gaza dove nulla si è mosso».

Grande rilievo è stato dato nei primi giorni della settimana alla vittoria (con grandi numeri) della premier giapponese Takaichi, Corriere la definisce “la nuova dama di ferro”: la leader liberaldemocratica (partito che è al potere da 70 anni) ha superato la maggioranza dei due terzi e questo le dà il potere di cambiare la Costituzione. Interessante la diversa lettura che viene data di questa vittoria elettorale sulle diverse testate anche per via dell’interpretazione che data della parola “femminista”. Federico Rampini sul Corriere della Sera: “Ai giovani piace il messaggio femminista che la sua ascesa al potere trasmette”. E la potenza femminista di Takaichi sarebbe, secondo Rampini, nella sua biografia: «Da ragazza di provincia dovette vincere le resistenze dei genitori che non volevano neppure mandarla all’università. Da adulta si è sposata due volte con lo stesso uomo, ma alla seconda ha voluto che fosse il marito a prendere il suo cognome».

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Il Messaggero, però, dà una diversa spiegazione del suo successo tra i giapponesi sotto i 30 anni (Il 90% di loro l’ha votata). E’ una fanatica del rock e dell ‘heavy metal, ha suonato la batteria in una band, va in moto e apprezza le auto veloci. Sa come farsi apprezzare sui social e come approfittare della tendenza dei giovani giapponesi ad apprezzare che cosa è riconoscibile e facilmente imitabile.

Sul Manifesto Lorenzo Ramperti rincara la dose sulla nuova premier che «ha fondato il successo su una comunicazione aggressiva, priva della cautela dei predecessori. Retorica diretta sui social, diplomazia pop tra selfie in stile manga con Giorgia Meloni, stage di batteria col presidente sudcoreano Lee Jae-Myung e cappellini Maga per omaggiare Trump».

Tutte le testate infine riportano la notizia della nuova condanna inflitta in Iran a Narges Mohammadi, ingegnera, attivista e Premio Nobel per la Pace. Sei anni di carcere per «assembramento e collusione contro la sicurezza nazionale» e un anno e mezzo per «propaganda contro il regime».

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Politica

 Il dibattito politico si concentra su alcuni snodi comuni — il caso Andrea Pucci a Sanremo, le polemiche sulla Rai e sul direttore di Rai sport Paolo Petrecca, il referendum sulla giustizia, le nuove indagini su Daniela Santanchè, fino al vertice Italia-Africa — ma in controluce emerge soprattutto e come al solito la figura di Giorgia Meloni.
Il primo “caso” della settimana, apparentemente frivolo ma capace di innescare una polemica politica  è la rinuncia del comico Andrea Pucci, voluto dalla destra e accusato di sessismo nei suoi testi, alla co-conduzione di Sanremo.

Su la Repubblica il tema viene inserito nel più ampio conflitto tra la premier Giorgia Meloni e l’opposizione. Meloni parla di “deriva illiberale” della sinistra e denuncia un doppio standard: quando gli attacchi colpiscono lei sono considerati satira, quando colpiscono altri diventano sessismo. E Domani con Stefano Iannaccone interpreta la vicenda come un uso strategico del vittimismo. Secondo il giornale, la premier alza il livello dello scontro e si accredita come paladina della libertà di satira, anche a costo di difendere un comico accusato di battute omofobe. L’operazione viene letta come parte di una battaglia per l’egemonia culturale. Per Il Fatto Quotidiano il nodo è la distinzione tra satira contro il potere e derisione del corpo. Le vignette di Natangelo, criticate da Meloni, vengono ripubblicate con la tesi che Pucci colpisca “un corpo”, mentre la satira politica colpisce “il potere”.  Il Giornale e La Verità assumono ovviamente una posizione opposta: Pucci è descritto come vittima del politicamente corretto e di “purghe democratiche”.  E Il Giornale insiste sugli attacchi sessisti rivolti a Meloni, sostenendo che la sinistra li giustifichi come satira. In tutto ciò la leader del Pd Schlein rappresenta una sinistra “Woke” accusata di censura. La Stampa offre infine con Flavia Perina una lettura più sofisticata: l’“auto-editto” di Pucci diventa esempio di una strategia comunicativa in cui la destra occupa tutte le parti in commedia — vittima, censore, difensore della libertà — trasformando il conflitto culturale in vantaggio politico.

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Nota a margine, sempre sulla Stampa Ilario Lombardo spiega la strategia comunicativa di Meloni contro “la sinistra” in vista delle elezioni che vorrebbe anticipare al 2027 che consiste anche nel mettere in campo nuovi media, come ITabloid, salutata dalla destra come «testata libera garanzia di un’informazione vera e professionale». Il periodico digitale nasce come organo di Giornaliste Italiane, l’associazione fondata dall’ex portavoce di Meloni, Giovanna Ianniello, ora alla vicedirezione del Secolo d’Italia.

Le polemiche sulla criticatissima telecronaca dell’inaugurazione dei giochi olimpici da parte del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca aprono un secondo fronte contro la TV di Stato. Di fatto la gran parte dei giornalisti Rai ha scelto per protesta di non firmare i servizi sportivi e ha dato mandato al cdr per 3 giorni di sciopero alla fine dei giochi. Domani insiste sull’isolamento crescente di Petrecca, raccontando come perfino sindacati vicini alla destra prendano le distanze. Anche qui il genere si intreccia alla lotta per il controllo culturale della Rai. Così un articolo di Antonella Baccaro sul Corriere racconta nuovi particolari circa il modo in cui Petrecca avrebbe gestito il budget di Rai Sport, interessato da tagli che, secondo il sindacato, supererebbero il 20%. Ma contestualmente il direttore avrebbe aumentato la spesa di collaboratori esterni. In particolare il sindacato gli contesta l’uso massiccio in video di collaboratrici esterne anziché ricorrere al personale interno. La risposta «È che loro hanno il physique du rôle » gli è valsa il deferimento alla commissione Pari Opportunità Rai per sessismo strutturale.

Un ostacolo per la premier sono state anche le nuove indagini su Daniela Santanchè, sulle quali Meloni non si è pronunciata.  Per Domani e Il Fatto Quotidiano il suo silenzio pesa politicamente: la premier è chiamata a rispondere della posizione di una ministra pluriindagata.

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Ma non ci sono solo grane: Giuliano Giubilei su Il Giornale rilancia un articolo del settimanale tedesco Die Zeit che elogia “le sorelle d’Italia” — Meloni, Arianna Meloni e Marina Berlusconi , intervistata dal Corriere — come prova che la destra starebbe “battendo il patriarcato”. Qui l’argomento è chiaro: non serve definirsi femministe per emanciparsi; la destra avrebbe costruito una classe dirigente femminile più efficace della sinistra. Repubblica e Domani sono più scettiche: la leadership femminile non è di per sé emancipatoria. L’uso del titolo maschile “il presidente”, la difesa di Pucci e l’ambiguità su questioni LGBT+ vengono letti come segnali di una distanza dal femminismo. Un atout sembra anche offerto da un’intervista de Il Fatto quotidiano a Livia Turco, che riconosce di stimare Meloni per la sua biografia diversa da quella del berlusconismo e che non ha scambiato il sesso con il potere. Turco ricorda però a Meloni che la fiamma che resiste nel suo simbolo è il segno «di una politica che ha sempre fatto male alle donne». Il Corriere della Sera presenta nel frattempo una nuova figura di dirigente politica, Annamaria Frigo, vicina alle posizioni tradizionaliste di Vannacci, che propone un modello di donna legato alla maternità e alla dedizione domestica.

Tra il 13 e il 14 febbraio i principali quotidiani offrono letture diverse ma convergenti su un punto: la centralità di Giorgia Meloni nello scenario politico internazionale. Il Messaggero la racconta al tavolo europeo sulla competitività come leader pragmatica e determinata, impegnata a spingere l’UE verso interventi rapidi su automotive, energia e industria. Colpisce anche l’immagine: unica donna tra i partecipanti, segno di una presenza che si distingue in un contesto ancora prevalentemente maschile.  Avvenire insiste invece sul vertice Italia-Africa in Etiopia, dove Meloni appare come artefice del Piano Mattei e protagonista di una strategia che intreccia sviluppo, cooperazione e gestione dei flussi migratori. Anche qui è l’unica donna tra i leader presenti, elemento simbolico che rafforza la sua figura, tanto che Domani titola su di lei con malcelata ironia “Regina d’Africa”. Diverso il taglio di la Repubblica, che legge la scelta di disertare la Conferenza di Monaco come uno smarcamento politico dall’asse tedesco e un segnale sulla collocazione internazionale dell’Italia.

Cronaca

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Il caso di Zoe Trinchero, la diciassettenne uccisa a Nizza Monferrato è stato il fulcro della cronaca. Inizialmente presentato come un mistero, il caso si è chiuso con la confessione dell’amico Alex Manna. L’autopsia ha rivelato una realtà brutale: Zoe era ancora viva quando è stata gettata nel canale dopo essere stata colpita con pugni. Molti quotidiani(Corriere, Repubblica, La Stampa) hanno sottolineato con forza il tentativo dell’assassino di incolpare un giovane musicista di origini africane, Naudy Carbone. E pubblicano un’intervista allo stesso Naudy Carbone, che ha rischiato il linciaggio: il giovane appare incredibilmente equilibrato. La Stampa in uno degli articoli lo definisce “ragazzone di origini africane”. Anche il Giornale racconta la confessione dell’assassino, con tutte le sue contraddizioni. Poche righe e nessun riferimento nella titolazione al fatto che Manna ha provato ad accusare un altro ragazzo. Domani e La Stampa hanno analizzato come la “caccia all’uomo nero”sia stata una reazione razzista che strumentalizza il corpo della donna bianca, vista come “proprietà del gruppo” per sfogare odio xenofobo, ignorando invece i femminicidi commessi da italiani “di successo” come nel caso di Federica Torzullo. La Stampa sottolinea la tendenza ad accusare gli stranieri come capri espiatori. Dal caso di Erika e Omar, all’omicidio di Meredith alla strage di Erba. E’ sempre colpa dell’uomo nero.

Ad altri casi viene dato uno spazio minore. Tra questi, a Roma un uomo di 62 anni è stato arrestato dai carabinieri per aver aggredito e minacciato con un coltello la compagna, davanti al figlio di dieci anni. Lo racconta il Corriere. Il Messaggero e Avvenire scrivono di una ragazza segregata, torturata e stuprata dall’ex a Sassari.  Repubblica e La Stampa sulla vicenda di un uomo che ha seppellito la mamma, raccontando poi che era partita per un viaggio. Si indaga. Il caso della bambina di 2 anni morta a Bordighera ha acceso un dibattito sulla figura materna. Vittorio Feltri su Il Giornale ha sostenuto che la violenza non ha genere e che l’idealizzazione della madre come soggetto incapace di nuocere porti a ignorare i segnali di pericolo. La Verità torna a parlare della “Famiglia nel bosco”, con toni critici verso i servizi sociali, descrivendo la madre come vittima di un sistemaburocratico oppressivo. Anche Repubblica racconta che la mamma ha interrotto i test psichici: non ce la fa più. Si torna a parlare anche della strage a Crans Montana, in occasione dell’interrogatorio dei Moretti. E’ Repubblica a dare più spazio all’argomento, con interviste, in due giorni diversi, ad ue mamme, una delle quali ha perso il figlio, l’altra ha due figlie rimaste gravemente ferite. Anche il Corriere dà spazio all’argomento dall’aggressione ai Moretti da parte delle famiglie delle vittime, pubblicando anche un’intervista ad una mamma.

Diversi casi hanno riportato l’attenzione sulla precocità della violenza. A Brescia, l’arresto di un padre che ha abusato della figlia minorenne fino a metterla incinta ha scosso l’opinione pubblica (Avvenire, La Verità). La Verità riporta anche il commento l’eurodeputata Lara Magonidi, Fdi: «Un crimine mostruoso. Dobbiamo rafforzare la prevenzione e intercettare subito i segnali di disagio». Il rapporto Save The Children – Ipsos citato da Avvenire traccia un quadro allarmante: una ragazza su due subisce avances indesiderate eil 37,6% delle giovani ha subito violenza fisica o sessuale negli ultimi 5 anni. Lo psicologo Matteo Lancini su La Stampa suggerisce che la violenza dei giovani maschi oggi derivi da un ”vuoto identitario”; e da una gestione patologica del rifiuto, definendo il ritiro sociale come l’equivalente maschile dell’anoressia. Il rinvio a giudizio per stalking e lesioni ai danni dell’ex ministro Sangiuliano è stato trattato con ampio risalto. I titoli si sono concentrati sulla natura “ossessiva “di Maria Rosaria Boccia (Messaggero) e sulle “interferenze illecite”; nella vita privata del politico. “Fatale” la definisce LaVerità.

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Economia e lavoro

«Un giorno qualcuno dovrà scrivere la storia segreta dei grandi imprenditori. Perché esiste una storia segreta che nessuno conosce: quella delle loro compagne di vita»: è l’incipit sul Sole 24 ore di un pezzo di Paolo Bricco sulla morte a 87 anni di Maria Franca Fissola, moglie di Michele Ferrero, patron dell’azienda che detiene il 38 per cento della produzione mondiale di nocciole e il 12 per cento di quella di cacao. A lei i giornali hanno dedicato paginate, con in testa ovviamente la Stampa (4 pagine un giorno, due un altro). Ne viene fuori il ritratto di una donna che ha tenuto in piedi il rapporto tra azienda e territorio, come ha sottolineato Carlo Petrini sulla Stampa, soprattutto come presidente della Fondazione Ferrero, che si è occupata di welfare per i dipendenti. Aveva conosciuto il marito in azienda, dove era stata assunta a 22 anni come interprete, le lingue le aveva studiate all’estero. Schiva, nello stile famigliare, nelle due o tre interviste doveva sempre specificare: «Anche se è stato scritto decine di volte, non sono mai stata la segretaria di Michele Ferrero. Quel che è vero è che con lui fu il classico colpo di fulmine».

Di donne e professioni si è parlato molto in questa settimana in occasione della Giornata mondiale delle donne e delle ragazze nella scienza, in particolare per il rapporto Almalaurea ripreso da tutti. I dati da anni certificano che le ragazze sono più brave ma poi sono costrette a fermarsi: le donne sono il 60 per cento di chi accede alla laurea, il 60,9 per cento si laurea in corso (55, 4 per cento gli uomini) e con un voto migliore (104 su 110 contro 102 su 110). Il rapporto sottolinea che per le ragazze la laurea funziona di più come ascensore sociale: mentre il 36 per cento dei maschi laureati ha almeno un genitore laureato, nel caso delle ragazze è solo il 29,7. Dopo di che il primato si ribalta. Le laureate Stem sono il 41 per cento del totale e il 36,7 per cento dei dottori in ricerca. Gli stipendi degli uomini sono in media del 15 per cento in più. In media i laureati di primo livello guadagnano 1.935 euro mensili contro i 1.686 euro delle ragazze; mentre quelli di secondo livello ne percepiscono 2.012 euro contro i 1.722 delle coetanee. Se poi le donne, insieme alla carriera, hanno anche la pretesa di avere dei figli, lo svantaggio raddoppia: 34,3 per cento. A spiegare il gender gap nell’area stem su La Stampa è Alessia Ciancio, professoressa dell’Università di Torino che studia le malattie del fegato e vincitrice del bando Fellowship: in Italia la ricerca è caratterizzata da lunghi periodi di precarietà che penalizzano in modo sproporzionato le donne, soprattutto negli anni in cui carriera scientifica e vita privata si intrecciano. Lei stessa alla prima gravidanza ha temuto di non farcela, ma la determinazione conta.

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Un focus particolare riguarda il settore dell’Intelligenza artificiale. Ne parla il Sole recensendo il libro Nessuna fuori dal codice di Alessia Canfarini e Simona Rossitto: nel mondo dell’Ai a livello globale le donne sono solo il 22%, il rischio di amplificazione dei bias cognitivi è molto alto.

Sulla questione del gender pay gap notizia della settimana è il recepimento della direttiva europea sulla trasparenza salariale: le imprese dovranno indicare la retribuzione negli annunci di lavoro e fornire informazioni sui criteri retributivi e sui salari medi per genere. Sul Sole ne parla in un’intervista, in termini ancora abbastanza generici, la ministra del Lavoro Maria Elvira Calderone: da notare però che nel corso di tutto il colloquio viene indicata al maschile, il ministro. Ci pare un arretramento rispetto alle abituali policy del Sole.

Il gender gap riguarda anche gli investimenti sulla salute, il Sole la vede come un’opportunità di investimento ma il quadro che emerge è sconfortante: secondo uno studio Bcg per il World Economic forum le donne rappresentano la metà della popolazione mondiale, ma attirano appena il 6% degli investimenti privati in sanità. Di questi, il 90% confluisce in soli tre ambiti: tumori femminili, salute riproduttiva e salute materna. La salute femminile resta così una delle aree più sottovalutate dell’economia globale, nonostante le donne vivano più a lungo, trascorrano il 25% di tempo in più in condizioni di scarsa salute o affette da disabilità e consumino una quota crescente di risorse sanitarie. Tra le condizioni ad alta prevalenza, oggi poco finanziate ci sono malattie cardiovascolari, osteoporosi, menopausa e Alzheimer.

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 Infine vale la pena citare la doppia pagina sul Fatto quotidiano a firma Selvaggia Lucarelli che assesta un duro colpo alla reputazione di Brunello Cucinelli. Titolo “Il fanfarone sgarbato- l’altra faccia di Brunello, il cultore di sé”. Si racconta tramite testimonianze, tutte anonime, come nel 2011 per scoraggiare l’ingresso dei sindacati in azienda Cucinelli abbia fatto trovare ai dipendenti un ricco bonus natalizio, o su come le entrate e uscite dall’azienda, sincrone- non ci sono cartellini da timbrare – siano l’altra faccia della scarsa flessibilità. «Non hai idea di quante mamme siano costrette a sforzi inauditi per poter accompagnare i bambini a scuola». «Se poi parliamo di diritti dei lavoratori – permessi, malattie dei figli, part-time- mi limito a dire che una percentuale molto alta di donne si licenzia al massimo dopo aver fatto il secondo figlio». Continua Lucarelli: «Alcune donne (SOLO DONNE) raccontano di aver dovuto preparare i pasti a Cucinelli, nonostante non fosse il loro lavoro». Un quadro in netto contrasto con il docufilm celebrativo con la regia di Tornatore e le musiche di Piovani.


Questa rassegna è frutto del lavoro di squadra di Luisa Brambilla, Laura Fasano, Paola Farina, Claudia Giordani, Elisa MessinaPaola Rizzi, Luisella Seveso, Maria Luisa Villa, Agnese Zappalà.

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