Le donne sono sempre più protagoniste nella vita del Paese, ma i media se ne accorgono poco e la loro presenza resta sottorappresentata nei programmi televisivi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Solo il 38,1% delle persone andate in onda sui tre canali della Rai sono donne. In sintesi meno di 4 su 10. Una percentuale cresciuta soltanto del 5% in dieci anni. I dati ci consegnano così il superamento della cosiddetta regola del terzo — quel limite invisibile che per anni ha confinato la presenza femminile in TV — ma siamo ancora lontane da una rappresentazione che rispecchi pienamente la complessità sociale.
A dirlo sono i dati contenuti nel monitoraggio 2025 sulla presenza della figura femminile nella programmazione del Servizio pubblico, che ogni anno la Rai, secondo quanto previsto dal vigente Contratto di Servizio, commissiona a un raggruppamento d’imprese esterne (ISIMM Ricerche srl, IZI spa e Infojuice srl), sotto la direzione scientifica della professoressa Francesca Dragotto, linguista, docente all’Università Tor Vergata.
Le persone e i personaggi analizzati nel rapporto sono stati 38.253 all’interno di 1.851 trasmissioni: approfondimento, fiction, intrattenimento, sport, telegiornali, documentari, contenuti digitali. La presenza femminile risulta più elevata nell’intrattenimento day-time (45,3%) e nella fiction di produzione (44,4%) ed è consistente anche nell’informazione, dove nell’ambito delle diverse testate è compresa in un range tra il 45% e il 39,4% nel caso delle rubriche dei TG e varia tra il 43,3% e il 34,6% per i telegiornali, mentre è pari al 34,8% nell’approfondimento informativo. Sopra la media complessiva anche l’intrattenimento prime time (39,4%). Questa quota si riduce nei programmi culturali (33,9%), nei documentari (23,5%), per scendere ulteriormente al 17% in quelli dedicati allo sport.
«Avere meno di 4 donne su 10 nelle trasmissioni del Servizio pubblico, solo 1 donna su 4 tra gli over 65 e una presenza marginale nello sport o tra le opinioniste esperte non sono fenomeni separati ma espressioni degli stessi modelli mentali», ha sottolineato Dragotto durante la presentazione del monitoraggio avvenuta l’8 maggio scorso alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, a Roma, organizzata dalla Commissione pari opportunità dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti e delle giornaliste della Rai.
Particolarmente critica è la rappresentazione delle donne anziane la cui presenza risulta inversamente proporzionale all’aumentare dell’età. Superati i 50 anni, spariscono dagli schermi, proprio mentre gli uomini vedono crescere spazio e autorevolezza. È come se per il racconto televisivo la competenza femminile avesse una data di scadenza che per gli uomini non esiste.
Non soltanto la quantità, ma anche la qualità della presenza femminile infatti conta nella costruzione dell’immaginario collettivo. I dati sulla presenza di donne per posizionamento sociale mostrano una forte polarizzazione nei ruoli sociali. Le donne risultano nettamente sovra-rappresentate in quelli legati al corpo, alla cura e alla sfera relazionale, come figure di assistenza, cura domestica e ruolo familiare. La parità di genere emerge quasi esclusivamente in ruoli neutri o di passaggio (studenti, lavoratori dei servizi, bambini, pensionati), caratterizzati da scarso potere simbolico. Al contrario, la presenza femminile diminuisce drasticamente nei ruoli di potere, autorità e competenza: politica, economia, diritto, scienza, tecnologia, forze armate e sport restano ambiti fortemente maschilizzati. Particolarmente significativa è la marginalità delle donne nelle figure istituzionali ed economiche, rafforzando così lo stereotipo culturale “leadership = maschilità”.
Come si legge anche nel monitoraggio, la programmazione Rai mostra nel complesso una buona capacità di aderire ai valori del servizio pubblico in tema di rispetto della dignità della persona e dell’identità di genere. Questo suggerisce una tendenza alla rappresentazione in grado di evitare forme esplicite di sessismo o negazione dell’identità. Però è come se la Rai avesse rinunciato al suo ruolo trasformativo e fosse più attenta ad evitare la violazione dei principi piuttosto che a promuovere il cambiamento.
«I dati del monitoraggio dimostrano quanto sul tema della rappresentanza il quadro sia fermo negli ultimi anni. E la riflessione che si può fare sulla realtà del Paese è la stessa», ha spiegato la statistica Linda Laura Sabbadini raccontando di un’Italia dove le donne che lavorano sono solo il 54% e dove gli stereotipi di genere sono forti anche tra ragazzi e ragazze.
In un contesto così poco confortante, spicca la buona pratica del progetto 50:50, sviluppata dalla BBC e adottata dalla Rai. «A marzo di quest’anno le esperte nei 90 programmi che hanno aderito erano il 46,2%», ha spiegato Mariangela Borneo, coordinatrice del progetto, ben superiore dunque alla media complessiva, ferma al 26,6%.
Sullo mondo dello sport e sulla sotto rappresentazione delle atlete, è intervenuta la due volte campionessa olimpica ed ex dirigente del Coni Antonella Bellutti, che ha ricordato come nonostante i grandi successi ottenuti in questi anni, le atlete restano parte di un sistema sportivo retrogrado e poco noto al grande pubblico. «Il 77% del campione delle sportive non ha né un contratto né una scrittura privata – ha detto – mentre il 44% ha subito violenza psicologica e il 22% soffre di disturbi alimentari» aggiungendo che nella dirigenza sportiva, solo 2 federazioni su 50 sono guidate da donne.
Sul tema dello sport è intervenuto anche il presidente della Fnsi Vittorio di Trapani, sottolineando l’importanza che nel settore vengano fatti passi avanti perché lo sport, coinvolgendo le giovani generazioni, può essere un potente strumento di cambiamento che può trascinare altri settori.
Un capitolo a parte è quello del linguaggio di genere. La Rai ha adottato delle policy nelle quali si invita ad usare il femminile per incarichi e mestieri. Su questo sono stati fatti passi in avanti, come sul racconto della violenza, ma si può e si deve migliorare, ha detto Alessandra Mancuso di GiULiA giornaliste, anche per superare una sorta di schizofrenia, sottolineando come ad esempio nelle fiction si usi a volte il maschile nei titoli (Notaio in Sorrento, un esempio fra tutti) e poi all’interno delle varie puntate si utilizza il femminile.
Durante l’evento – moderato da Monica Pietrangeli, coordinatrice della Cpo Usigrai – sono intervenuti anche Elena Capparelli, direttrice di RaiPlay; Daniele Macheda, segretario dell’Usigrai e Mara Pedrabissi, presidente della Cpo Fnsi.
