Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, L’Avvenire, Domani, il Fatto quotidiano, Il Messaggero, Il Sole 24 ore, Qn, Il manifesto, Libero, La Verità, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello sport.
Dal 12 al 17 ottobre 2026
Firme in prima pagina: 1006 uomini, 333 donne
Editoriali, commenti, analisi: uomini 184 donne 30
Interviste: uomini 237, donne 59
Iniziamo così, facendoci del male. Le firme femminili in prima pagina questa settimana sono circa un terzo di quelle maschili. Gli editoriali e i commenti con richiamo in prima pagina a firma femminile sono addirittura un sesto rispetto a quelle maschili. Le interviste a donne, un dato che non riguarda chi scrive ma chi risulta essere competente o interessante da far conoscere, sono quasi un quarto rispetto a quelle a uomini.
Per fortuna una figura di donna ha illuminato un po’ la scena mondiale, ed è la giudice sudafricana Navi Pillay, che ha ricevuto il premio Nobel per la pace, suscitando le ire ingiustificabili e violente di Trump e del ministro israeliano Sa’ar.
Per il resto questa è stata una settimana in cui le donne non sono state particolarmente protagoniste sulle pagine dei quotidiani, con poche notizie di rilievo e una presenza ancora marginale soprattutto in ambiti come lo sport dove è toccato alle calciatrici della Nazionale salvare un bilancio altrimenti desolante. Nella politica italiana, mentre Giorgia Meloni è rimasta relativamente defilata, hanno guadagnato spazio Elly Schlein, che ha dominato la scena all’assemblea del Pd, e Silvia Salis. Entrambe comunque raccontate dai giornali di destra attraverso un linguaggio ancora pieno di stereotipi e pregiudizi sessisti a cui non ci abitueremo mai.
Nell’economia, nonostante i risultati della benemerita legge Golfo-Mosca, i dati sulle disparità salariali e sulle difficoltà di accesso ai vertici hanno confermato la persistenza dell’eterno soffitto di cristallo. E la cronaca ha riporta al centro il tema del consenso nella violenza sessuale, soglia critica su cui si è inceppato il fondamentale disegno di legge 1715 depositato da 10 mesi in Commissione Giustizia che attende di essere ridiscusso
C’è una giudice all’Aja
Se c’è una donna protagonista sui media di questa settimana è senza dubbio la premio Nobel per la pace Navi Pillay, giudice sudafricana della Corte Penale Internazionale dell’Aja. A 85 anni è ancora attiva. Corriere e Repubblica riportano la sua meraviglia per aver ricevuto il premio per due ragioni, in primis perché sembra che non si accorgano delle donne: «Prima di me il premio è stato assegnato solo a 20 donne». Il secondo motivo è che non vengono premiati spesso i giudici.
Su Repubblica in particolare Pillay parla di Trump, che per ritorsione ha inflitto sanzioni durissime contro la Corte penale internazionale, del ministro israeliano Sa’ar che ha sostenuto che per questo Nobel «Goebbels applaude dall’inferno». La giudice respinge le accuse di aver usato un doppio standard nella valutazione tra le violenze alle donne israeliane il 7 ottobre ( «sono avvenute, non abbiamo potuto andare a fondo per la chiusura di Israele») e le violenze su Gaza.
Il Corriere si sofferma in particolare sulla sua storia di militanza contro l’ apartheid in Sudafrica. «Se ho paura? No. Noi sudafricani: abbiamo passato momenti troppo difficili per avere paura. Sono stata un’avvocata che difendeva gli attivisti, ed ero una di loro. L’apartheid ha dominato e umiliato le nostre vite. Ma da quella sofferenza siamo usciti più forti, con la straordinaria leadership di Nelson Mandela».
Gli scandali e i licenziamenti lampo alla Casa Bianca sono tra le notizie principali della settimana, protagoniste tutte donne. L’ambasciatrice in Grecia Kimberly Guilfoyle si dimette per corruzione; la neo-portavoce Katie Zacharia viene licenziata dopo soli 5 giorni per aver mentito sui propri titoli; l’ICE perquisisce la casa della deputata dem Ilhan Omar.
Repubblica, Domani e Il Messaggero adottano una linea critica, mettendo in luce l’inadeguatezza delle nomine (a voler guardare basate su uno standard estetico: bionde, magre, piacenti; e di fedeltà al capo e al movimento MAGA) e denunciano il metodo sessista di Trump, che assume, usa e licenzia a rotazione le donne del suo staff. Il Giornale e La Verità non negano la situazione imbarazzante ma evitano processi al Presidente.
Una ragazza di 23 anni è condannata all’impiccagione in Iran (dove si contano già 600 esecuzioni dall’inizio dell’anno) per un post considerato blasfemo. Stampa e Repubblica inquadrano la notizia in una questione di diritti civili e di genere, richiamando il caso di Mahsa Amini e affidando il commento a voci di alto profilo, come la Premio Nobel Shirin Ebadi. Domani utilizza un linguaggio duro parlando di ”macchina del boia”, e “vergogna assoluta” .
Spazio anche al Medio Oriente e alla guerra vista dalla parte delle donne, e molto rilievo sui media ha avuto l’aggressione da parte dei coloni israeliani alla video reporter americana Heide Levine, picchiata mentre svolgeva il suo lavoro. Repubblica racconta anche storie di gente comune, tra cui quella particolarmente toccante delle donne in Cisgiordania che cercano di avere figli anche oltre i 40 anni, tra mille difficoltà per ritrovare la tenerezza di un figlio dopo aver perso gli altri sotto le bombe.
Schlein, Salis, Meloni, la scena è loro
Non ci sono molti temi strettamente di genere trattati nelle pagine politiche dei quotidiani questa settimana, ma segnaliamo con una nota fuori tempo massimo il successo di Elly Schlein e l’ovazione ricevuta per il suo discorso domenica mattina in chiusura dell’assemblea del PD. Repubblica ha sottolineato la forza del suo discorso riportando qualche sua frase efficace . Candidandosi a premier «con o senza le primarie», ha detto «Io posso solo offrire le mie aggravanti personali. Essere donna, avere quarant’anni, essere libera e non essere proprio conforme a tutti gli standard» ma «se i loro standard valessero nel Paese, io qua non ci sarei mai arrivata».
E anche in settimana, mentre la figura di Giorgia Meloni è rimasta un po’ defilata, più attenzione hanno ricevuto la stessa Schlein ma soprattutto Silvia Salis. Nei giornali di destra e più filo-governativi è interessante vedere come il posizionamento politico si ribadisca anche con un linguaggio sessista più o meno sottile. Per esempio, sul confronto a distanza e mai diretto proprio tra Salis (intervistata ampiamente dal magazine 7 del Corriere della sera ) e Schlein la Verità titola: «Brutta botta per il primo cittadino di Genova. Elly Schlein la suona, e ha ribadito alla bionda compagna quale sia il ruolo di ciascuna». E Libero continua a scrivere indisturbato in ogni articolo «Silvia Salis, il sindaco di Genova».
Sempre sulla Verità Francesco Borgonovo se la prende (nuovamente) con Silvia Salis, che nel suo libro e nelle interviste abilmente distribuite tra i media, ciascuna con un focus diverso ( gli insegnamenti del padre, il valore della sicurezza tra l’altro) parla della sua maternità grazie alla fecondazione in vitro: «La Salis fa lo spot agli ovuli congelati, una moda importata dai dem Usa».
Cambiando bersagli, in un articolo de Il Giornale con il solito garbo Livia Turco, Anna Finocchiaro e Rosy Bindi vengono definite “vecchi arnesi della sinistra”.
Repubblica ospita poi un duro intervento di Linda Laura Sabbadini sulla decisione del governo di dirottare gran parte dei fondi ( 9 milioni in tutto) destinati all’educazione al rispetto e contro la violenza di genere nelle scuole alla lotta al cyberbullismo.
Il gender gap morde ai vertici
Ci piace iniziare l’analisi delle notizie di economia “di genere” comparse in questa settimana sui quotidiani (poche) con le parole di Lella Golfo, madre della legge che ha introdotto le quote di genere nei consigli d’amministrazione e collegi sindacali delle società quotate in borsa e delle società controllate dalle amministrazioni pubbliche. Intervistata il 16 ottobre su il Sole 24 Ore, Golfo ha sottolineato come la scarsa presenza femminile nei ruoli decisionali incida negativamente anche sull’instabilità geopolitica globale: «Non si può continuare a vedere il mondo solo da una parte. Sappiamo che l’esperienza, l’innovazione e la preparazione delle donne spesso fanno la differenza». Ricordando che una piena occupazione femminile aumenterebbe il PIL dei paesi del G20 del 12%, Golfo ha invitato a spingere sulla formazione STEM affinché le donne non diventino le prime vittime dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul mercato del lavoro. Se giudica positivamente quanto la prima donna premier in Italia ha fatto in tema di incentivi alle assunzioni e conciliazione, ha ribadito l’importanza di difendere le conquiste storiche: «Noi donne sappiamo che il cambiamento non arriva da solo ma lo dobbiamo conquistare – incalza -. E mi dico sempre che le conquiste, una volta raggiunte, vanno difese. Quante donne, arrivate ai piani alti dei cda, rimandano giù l’ascensore per costruire opportunità per le altre donne?»
Intanto è da registrare che puntare in alto costa ancora fatica e discriminazioni ingiustificabili: in un rapporto sui dottori di ricerca italiani emerge che nonostante l’eccellente tasso di occupazione — che arriva al 94,1% ad un anno dal titolo (+2,9% sul 2024) e sfiora il 97% a tre anni dal conseguimento —, persiste una spiccata disparità salariale tra uomini e donne. I dati del Sole 24 Ore mostrano che gli uomini guadagnano l’11,9% in più rispetto alle colleghe (2.092 euro contro 1.869 euro). Il quadro è completato dalla costante fuga di cervelli: il 14,4% lavora all’estero, ottenendo una retribuzione media superiore del 47% rispetto a chi sceglie di restare in Italia (2.745 euro contro 1.858 euro).
Tetto di cristallo bello solido per quanto riguarda la presenza delle donne nel notariato, dove, secondo i dati del Sole, rappresentano il 40,16% del totale (2.069 su 5.152). La progressione è favorita dall’accesso tramite concorso pubblico neutrale, al punto che nella fascia under 40 si registra una sostanziale parità (con punte fino al 55% di donne in Basilicata). Tuttavia, il gender gap si sposta ai vertici istituzionali: nei 90 distretti notarili italiani, solo 22 vedono una donna alla presidenza.
E ai massimi vertici delle istituzioni finanziarie i cambiamenti in arrivo non premieranno le donne ma toglieranno una pedina importante. Articoli su La Stampa e Il Fatto Quotidiano riportano infatti le indiscrezioni sulla possibile uscita anticipata di Christine Lagarde dalla presidenza della BCE rispetto alla scadenza naturale di ottobre 2027. La banchiera potrebbe assumere la presidenza del World Economic Forum di Davos già a inizio novembre, nonostante le recenti smentite dell’interessata. La mossa permetterebbe al presidente francese Emmanuel Macron di partecipare alla scelta del successore prima delle elezioni presidenziali francesi di aprile, scongiurando il rischio che la nomina ricada in mano a un’eventuale presidenza di Marine Le Pen, contraria all’ortodossia europea. Tra i papabili successori figurano l’olandese Klaas Knot e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos. Due uomini.
Abusi, consenso e violenza economica
«Manette e taser, violentata per 12 ore dal compagno»/ La donna aveva revocato il consenso a una pratica sessuale estrema (Corriere della Sera).
«Costringe la compagna a pratiche sadomaso arrestato per tortura»/A Chieri la donna seviziata 12 ore con taser, pistola a gas, fruste e altri strumenti. La difesa dell’uomo: «era un gioco consensuale»(La Repubblica)
«Taser, botte e dodici ore di sevizie. Il gioco erotico si trasforma in un incubo»/ Torino, la vittima è una donna di 28 anni. L’uomo arrestato è accusato di tortura. (La Stampa).
«Il sesso estremo diventa tortura: lei seviziata lui arrestato»/Rapporto sadomaso inizialmente consensuale, poi lei si sarebbe tirata indietro, lui avrebbe continuato per 12 ore (Libero).
E’ il consenso mancante la parola chiave della notizia che ha riempito pagine dei quotidiani di questa settimana: tolti i dettagli è tutta qui. Però nel primo titolo del pezzo di Floriana Rullo questa revoca è un dato di fatto («lo aveva revocato»); nel quarto di Susanna Barberini un dato da accertare («poi lei si sarebbe tirata indietro»); nel terzo manca nella titolazione (ma di consenso si parla nel testo di Caterina Stamin e Antonella Torra). Nel secondo titolo “consensuale” appare, ma nella prospettiva difensiva del (presunto?) aggressore.
Intanto il disegno di legge 1715 che introduce il consenso per discriminare tra violenza sessuale o no, basato sul principio “solo si è sì” e approvato alla Camera all’unanimità il 19 novembre 2025, si è fermato. Dopo il rinvio dell’approvazione definitiva, per impulso di parte della maggioranza in Senato, in Commissione giustizia è depositato da gennaio 2026 l’emendamento Bongiorno per regolare la questione secondo il criterio “del dissenso”.
La violenza di genere non si esaurisce in quella sessuale, le cui denunce sono in calo del 2,8 per cento secondo i dati dell’Indice della Criminalità 2025 del Viminale riportati da Il Sole 24 ore, ma ha spesso ricadute economiche. Valentina Petrini sulla Stampa scrive di Viola che non riesce più a pagare l’affitto nella abitazione che divide con il figlio minorenne in una casa popolare di Roma, perché non entrano più i soldi dell’ex marito violento, che lei ha denunciato. E, oggi, senza consenso si può (ancora) «svuotare il conto del coniuge». Carlo Rimini, ordinario di diritto privato della Statale di Milano, segnala sul Corriere della Sera come la Corte Costituzionale con la ordinanza 162/2026 abbia sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art.649 del Codice Penale, secondo cui «non sono punibili i reati contro il patrimonio commessi all’interno della famiglia». La norma è inserita nel Codice Rocco, approvato nel 1939. Quindi, esemplifica Rimini, «un marito non viene punito se si appropria di un bene della moglie o del saldo del suo conto bancario, abusando di una delega rilasciata sulla base della fiducia». Già nel 2015 la Corte aveva invitato il Parlamento a intervenire. Senza avere risposta. Nel giro di qualche mese, se il Parlamento resterà inerte, la norma sarà giudicata incostituzionale. Scrive Rimini: «Svuotare il conto dell’altro coniuge, privarlo (ma più spesso privarla) dei suoi risparmi e della sua indipendenza economica può avere conseguenze perfino peggiori di un’aggressione fisica».
Meno male che ci sono le azzurre del pallone
Meno male che questa volta ci sono state le ragazze della Nazionale di calcio: grazie a loro e al pareggio conseguito contro la Bielorussia che permette l’accesso alla finale playoff per i Mondiali non siamo costrette a chiudere con un desolante zero il bilancio di questa settimana di sport.
Per due giorni consecutivi (martedì e mercoledì) le calciatrici (Martina Piemonte sulla Gazzetta dello sport, Elisa Pioli su Tuttosport e Cristiana Girelli sul Corriere dello sport) hanno almeno occupato un po’ la scena raccontandosi fra aspirazioni e voglia di successi. Bella soprattutto l’intervista alla Piemonte, miglior marcatrice azzurra, descritta così: «faccia da dura, espressione grintosa, tatuaggi che raccontano lei e la sua storia, ma occhio che l’apparenza inganna: dietro l’armatura c’è una donna sensibile, appassionata, tutto istinto che può sciogliersi in un pianto liberatorio dopo un gol importante».
Due altre protagoniste si ritagliano un minimo di spazio: Francesca Lollobrigida (sulla Gazzetta), stella mondiale del pattinaggio. doppio oro alle Olimpiadi di Milano-Cortina che aspetta il secondo figlio ma ostenta serenità grazie al programma atleta-mamma della Federazione e la nuotatrice Sara Curtis, 20 anni, (su Tuttosport ) che non paga delle 6 medaglie conquistate a Parigi agli Europei in vasca lunga si cimenta nella nuova College Summing League continuando a mietere successi. Il suo allenatore Thomas Maggiora è certo: «Sara è una forza della natura». Chi è alle prese con molti problemi è Federica Brignone che sul Giornale si sfoga: «Non mi spaventa il ritiro ma convivere con il dolore. Io non temo “il dopo”, vorrei arrivarci, però, da “sana. Invece la mia salute è cambiata. Oggi ci sono ancora cose che non riesco a fare. Le scale possono essere un problema, non corro, il tennis è ancora off limits…»
C’è infine un minimo di spazio per il campionato di volley e per una notizia commentata addirittura con un “Wow” su Tuttosport nel titolo: la Federazione tennistavolo (prima volta nella storia) affida la nazionale maschile ad un donna Andreja Ojstersek Urh, 63 anni, slovena.
Da segnalare su Il Giornale una pagina dedicata ai Malati di sport (Sinner, Raspadori) che mette sotto accusa i calendari folli, con l’intervista a Roberta Marcenaro Lyon che ha fondato l’agenzia IMARK 20 anni fa, e che ora è impegnata a portare nuova linfa nello sport italiano. Tra i progetti in arrivo anche quello sulla salute mentale dei campioni alle prese con problemi fisici sempre più frequenti.
Da Wilma de Angelis a Susan Sarandon
Questa settimana le pagine di cultura e spettacolo raccontano donne molto diverse: attrici, registe, scrittrici, sportive, cantanti. Più ancora dei nomi, però, cambia il modo in cui vengono messe a fuoco: attraverso il lavoro, la biografia, l’identità, il potere oppure, ancora, rivalità e vita privata.
La Stampa sceglie due temi esplicitamente legati alla storia delle donne. Claudia Gerini presenta Ricordati ragazza, docufilm che parte dalle 21 madri costituenti per ripercorrere le conquiste femminili. Gerini definisce quella femminista «l’unica rivoluzione importante». Nelle stesse pagine, la recensione di Cattive italiane di Barbara De Luna porta il discorso su un terreno meno celebrativo: quello delle donne accusate di collaborazionismo durante la guerra civile. Il punto è mostrare come alla responsabilità politica si sovrapponesse una colpa specificamente femminile: ciò che resta nell’immaginario è il loro corpo e il tradimento.
La memoria torna anche altrove. I giornali – dal Messaggero a Repubblica, dal Corriere a Libero –ricordano Wilma De Angelis e già nei titoli si vede quanto uno stesso personaggio possa essere ricostruito in modi diversi. Il Messaggero insiste sulla cantante che “sfidò Mina”; il Corriere la chiama “la signora del sorriso”; Repubblica sceglie “Regina dei fornelli”, spostando il centro della carriera dai palchi di Sanremo ai programmi culinari. Libero prova a tenere insieme i due mondi con “regina pop di musica e cucina”, ma aggiunge anche gli “amori tribolati”.
Repubblica, invece, intervista due donne di teatro: Monica Guerritore e Sonia Bergamasco. La prima, dopo la malattia che ha raccontato con schiettezza, parla di teatro, relazioni e politica, fino al giudizio (negativo) su Giorgia Meloni. Bergamasco, che porta in scena Lady Oscar, personaggio cresciuto come un maschio e costruito su un’identità di genere non lineare, non si limita a un intervento sull’identità di genere ma usa la storia per parlare di privilegi, disuguaglianze e potere. Un altro esempio di donne che usano la notorietà per intervenire sull’attualità politica e sociale è Susan Sarandon, che a Roma ha presentato il suo film The Accompanist. Ne parlano il Manifesto, il Fatto Quotidiano e il Messaggero, che la definisce «Uragano rosso» e non disdegna di descrivere nei dettagli il suo look: il ritratto di una donna pubblica passa ancora facilmente dall’aspetto.
Questa rassegna è frutto del lavoro di squadra di Luisa Brambilla, Paola Farina, Laura Fasano, Elisa Messina, Paola Rizzi, Luisella Seveso, Maria Luisa Villa, Agnese Zappalà.
