Un linguaggio di cura

Un seminario promosso da GiULiA giornaliste, Concorso Lingua Madre e Pastorale Migranti richiama l’attenzione sul ruolo del linguaggio nel racconto di migrazioni e conflitti. Tra dati sull’hate speech e principi della Carta di Roma, il giornalismo è chiamato a una pratica più consapevole, capace di evitare stereotipi e discriminazioni

Un linguaggio di cura
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Elena Pineschi Modifica articolo

6 Marzo 2026 - 18.52


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«Ancora oggi il linguaggio può diventare sessista e razzista al contempo, eppure GiULiA già nel 2014 ha realizzato e pubblicato il libro Donne grammatica e media proprio con i suggerimenti per l’uso corretto dell’italiano a cura di Cecilia Robustelli. E non pensiate che queste siano solo mere questioni formali, perché la forma è sostanza». Queste le parole di Daniela Finocchi, giornalista iscritta a GiULiA Piemonte e ideatrice del Concorso Lingua Madre, al seminario di aggiornamento giornaliste/i organizzato da queste due realtà insieme all’Ufficio per la Pastorale dei Migranti – Arcidiocesi di Torino, il quale ha ospitato la formazione intitolata La Carta di Roma. Sguardi di donne su migrazione e conflitti. Un appuntamento annuale che porta ad interrogarsi sulla continua attualità di questi temi e sul mancato accoglimento di indirizzi e principi deontologici noti.

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Non sono infatti necessarie invenzioni o stravolgimenti della grammatica per arrivare all’utilizzo di un linguaggio rispettoso e non sessista, perché in molti casi sarebbe sufficiente applicare le regole che già esistono.

Allo stesso modo, è dal 3 febbraio 2016 che la Carta di Roma è stata recepita nel Testo unico dei doveri della/del giornalista, approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine, e fornisce dunque indicazioni per utilizzare un linguaggio appropriato, tutelare le fonti ed evitare stereotipi sulle persone migranti.

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Non si tratta quindi di assenza di regolamentazioni, ma di conoscenza, di aggiornamento dei propri modelli, anche se novecenteschi, di cura. Ed è stata infatti proprio quest’ultima la parola utilizzata da Elena Miglietti, coordinatrice GiULiA Piemonte, nel presentare i principi deontologici della Carta di Roma: «La cura del linguaggio in quanto giornalisti e giornaliste prevede un doppio canale perché è anche la cura delle persone che ci leggono».

Sono ugualmente persone quelle straniere o con background migratorio per cui è necessario evitare termini impropri, anche perseguibili, o rispettare culture e identità, facendo particolare attenzione alle discriminazioni sovrapposte.

Spesso sono proprio le donne a subirle maggiormente. Solo per fare un esempio, sul social X sono il gruppo più colpito da discorsi d’odio a sfondo sessuale e violenze di tipo intersezionale. Secondo il XXXIV Rapporto Immigrazione 2025 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes il 50% dei post negativi nel 2024 ha carattere di misoginia e il 72% di quelli correlati a persone straniere ha sentiment negativo. È stato il curatore Simone Varisco, ricercatore della Fondazione Migrantes, a presentare le analisi e le chiavi di lettura che ogni anno danno di tutti i principali dati disponibili rispetto alla mobilità umana, ottenuti da enti governativi o paragovernativi, internazionali o interni come quelli registrati dagli uffici Caritas. Oltre al mondo digitale, anche lavoro, salute, scuola: più di 400 pagine in cui non si trova un solo capitolo specifico sulla presenza femminile in quanto «sarebbe stato riduttivo, quasi segregativo, a partire dalla percentuale di donne straniere o con background migratorio che è il 50% del totale».

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Per Sergio Durando, referente Pastorale Migranti dell’Arcidiocesi di Torino, mappare questa presenza «significa anche intercettare le diverse tipologie di sfruttamento» dato che nei lavori di cura – carico da sempre affidato in maggioranza alle donne – il 51,8% delle persone si trova in condizioni di irregolarità lavorativa e questo porta più probabilmente a condizioni di marginalità molto forte.

Per questo la Pastorale Migranti si occupa di accoglienza e solidarietà: come ha spiegato Durando scegliere di fare investimenti sul futuro si traduce in «formazione, scuola, coesione sociale, partecipazione e diritti di persone che sono arrivate da altre parti del mondo».

In conclusione, Elena Miglietti ha riportato l’attenzione sul linguaggio parlando del lavoro che ha svolto per scrivere insieme a Stefania Doglioli Male-dette. Manuale di imprecazione etica (Capovolte edizioni). Da sempre si inveisce e non bisogna smettere di farlo – visto che l’atto ha anche potenzialità terapeutiche, propiziatorie o rilassanti –, ma si possono trovare dei risignificanti che non prendano in causa le donne, quando invece misoginia e sessismo si notano ancora nei più svariati settori e periodi storici. È possibile continuare a imprecare usando modalità creative e nuove che non ledano le persone e per questo il libro offre anche una “cassetta degli attrezzi”.

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Il seminario stesso si è proposto, grazie a tutti gli interventi, come una formazione concreta da usare quotidianamente nel proprio mestiere di giornaliste/i: un’opportunità per acquisire dei veri e propri strumenti di lavoro che, come ha affermato Elena Miglietti, costruiscano «uno spazio di democrazia nel racconto dei fatti».

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