Non un titolo a caso, quello dell’incontro organizzato il 16 giugno a Cagliari da GiULiA giornaliste, dall’Università di Cagliari e dalla CO.A.DI. (Consulta Comunale Associazioni Disabili Cagliari), in occasione dell’uscita del libro Donne, disabilità e media. Parole vs barriere: “Parliamone insieme”. Più che un invito, un’urgenza di comunicare la propria presenza, la voglia di esserci ed essere partecipi ad un dibattito collettivo con le proprie esperienze di vita, facendo emergere dal cono d’ombra un tema, la disabilità, che impone scelte consapevoli, una visione sistemica e mutamenti radicali di paradigma. Non solo lessicali, ma anche, conseguentemente, prospettici, e ancor di più politici.
La presentazione del libro, denso di sollecitazioni, è l’occasione per dar voce a chi la disabilità la vive in prima persona e vuole essere interprete di sé stesso/a. Lo ribadiscono Sabrina Pili, presidente della CO.A.DI., e Manuela Arca che ha voluto fortemente questo incontro e testimonia, come giornalista di GiULiA e come insegnante, la rilevanza di un confronto diretto con le associazioni per dialogare insieme. La Carta di Olbia è un punto di arrivo che richiede attuazione. Susi Ronchi, coordinatrice regionale di GiULiA Sardegna, ne ricostruisce la storia, frutto di una nuova consapevolezza che riguarda il mondo dell’informazione, ma lancia un messaggio sociale perché, attraverso il linguaggio, cambi lo sguardo sulle persone con disabilità nell’informazione, ma non solo. E sono ancora le parole a fornire il canovaccio di una discussione appassionata in cui tutti i presenti si sentono chiamati in causa. Le relatrici e autrici del testo, Donatella Rita Petretto, Delegata del Rettore per le Politiche della Disabilità, e Francesca Ervas, Coordinatrice del Cds in Scienze della Comunicazione UNICA, ne suggeriscono alcune: equità, potenzialità, ingiustizia epistemica che priva di credibilità un essere umano sulla base della sua disabilità, specie se mentale. Ancora, intersezionalità, che, nel caso delle donne con disabilità, produce l’effetto di moltiplicare le discriminazioni e di condannarle a un’invisibilità multipla. Perché le parole non sono mai neutre.
Focus del problema è la narrazione con cui si racconta la disabilità, colta nella sua corretta dimensione entro il riconoscimento di quel diritto di uguaglianza, che, nell’articolo 3 della Costituzione, prescrive, tra l’altro, di rimuovere tutti gli ostacoli che “di fatto,” ne limitano l’esercizio. Si tratta di ridefinire la lingua con cui esprimere una condizione che è, sì, individuale, ma impone risposte collettive, politiche e istituzionali. Giuseppe Martini (RP Sardegna OdV ETS, Associazione dei Ciechi, Ipovedenti e Retinopatici sardi) precisa però che «con le parole bisogna cambiare il pensiero. Cosa significa abilità e disabilità? Tutti abbiamo qualità personali che meritano di essere prese in considerazione, oltre la disabilità. Che non è un mondo a parte, ma una delle componenti di una realtà che dovrebbe apparire a tutti nella sua normalità, se spazi e condizioni della vita sociale offrono strumenti appropriati per superare ogni barriera, non solo fisica, ma concettuale, ideologica». Gli interventi si susseguono in una piena di testimonianze che vogliono uscire allo scoperto con determinazione. Margherita Orgiana, giornalista responsabile del settore culturale RP Sardegna OdV, sottolinea quanto sia essenziale l’autonomia delle persone con disabilità, nello specifico visiva, e illustra il suo impegno nell’allestimento della Biblioteca sulle disabilità, in cui gli strumenti tecnologici per la lettura agevolata, gli spazi per la consultazione e lo studio, creano le condizioni per annullare barriere di impraticabilità e di distanza mentale. Anche se non sempre questo accade, come rileva un rappresentante dell’Ens, Ente Nazionale Sordi che, attraverso la sua interprete LIS, lamenta la mancata attenzione per chi utilizza il linguaggio dei segni, specie nell’accesso alle strutture sociosanitarie, dove è ancora più tortuoso comprendere e farsi comprendere.
La scuola è importantissima nel creare i presupposti di una cultura della cittadinanza attiva in cui le differenze sono un’occasione di arricchimento, nonostante i limiti strutturali e culturali che la caratterizzano, rileva Katalina Vegvari, ungherese d’origine, ventotto anni in terra sarda, impiego amministrativo in UNICA. «Quel che importa è la formazione delle nuove generazioni. Se coinvolte e educate alla complessità delle relazioni umane, di cui la disabilità è solo una componente non totalizzante nel rapporto con l’altra/o, si ottengono grandi risultati» dichiara Anna Maria Cadeddu (Aicmt Associazione Italiana Charcot-Marie-Tooth Sardegna), diploma di tecnica informatica e lavoro da dipendente, dopo che per una patologia neurodegenerativa ha dovuto lasciare la sua attività d’imprenditrice. Perché, spesso, gli ostacoli impongono scelte di vita che possono essere nuove occasioni. Ma realizzare sé stesse in una realtà lavorativa, come quella italiana che è povera di offerte rispondenti al proprio curriculum, può essere ancora più complicato per una persona con disabilità, e ancor di più per una donna. Lo sa bene Lucia Balìa (Associazione Nazionale privi della vista e ipovedenti), che da laureata ha dovuto misurare i suoi progetti entro confini non rispondenti a due delle parole chiave, equità e potenzialità, enunciate inizialmente come garanzia di democrazia sostanziale delle persone con disabilità. «Ho sempre rincorso i miei sogni, come quello di essere avvocata, non penalista, ma civilista sì, per esempio, nell’attività di recupero crediti. Ma i pregiudizi sulla mia capacità di svolgere appropriatamente questa professione hanno limitato le opportunità di mettere alla prova le mie competenze. Molti non sono disposti a fidarsi, abituati a inquadrare le persone con disabilità entro il recinto di mansioni precostituite e sminuenti».
Poi ci sono le reazioni automatiche che rivelano stratificazioni di pregiudizi. «È incredibile quante volte, nello svolgere il mio lavoro, la persona cui ho fatto una richiesta si è rivolta non a me, ma a chi mi accompagnava. Come se muovermi con una sedia a rotelle mi sottraesse credito», afferma Sabrina Pili, in possesso di numerosi titoli acquisiti nonostante le barriere di ogni tipo.
Ci sono temi, poi, che risultano dei veri e propri tabù, come la sessualità e la violenza, fisica e psicologica. La voglia di raccontare e raccontarsi esorbita la tempistica della scaletta e va ai tempi supplementari. Con un vocabolario aggiornato, perché, come fa notare sempre Pili, persino gli acronimi delle associazioni con disabilità, contengono parole – disabili, paratetraplegici – che fanno a pugni con la Carta di Olbia e con tutte le Convenzioni nazionali e internazionali che tutelano le persone con disabilità. La lingua cambia e introduce una sensibilità diversa sul tema e un approccio che aspira non solo all’inclusione, ma a un allargamento dello sguardo, oltre che ai confini della normalità. Sorride per questo, Carmelo Addaris, portavoce dell’A.Sa.P (Associazione Sarda Paratetraplegici) e per tutte le definizioni che nel corso del tempo hanno preteso di denotare la disabilità, tra eufemismi e ipocrisie, senza riuscire a percepirne la corretta rappresentazione. E vuole testimoniare la pienezza della sua vita affettiva- è sposato ed ha avuto dei figli, così come altre donne con disabilità presenti- dopo il trauma midollare che l’ha privato dell’uso degli arti inferiori. Con lo stesso tono di ironico distacco racconta le dinamiche perverse del senso comune, per le quali sessualità e disabilità sarebbero termini idiosincratici. «La gente andava a controllare se mia figlia mi assomigliasse, perché più forte era il pregiudizio della realtà dei fatti». Lo sport è compartecipazione per superare letteralmente gli ostacoli. Ne è certo Andrea Siddi (Responsabile comunicazione Asd. Millesport) che si occupa da anni della preparazione di atlete e atleti con disabilità: «Bisogna concentrarsi sulla formazione dei giovani perché l’attività sportiva crea spazi di condivisione e incrementa l’autostima».
Si creano sinergie per nuove iniziative di approfondimento e collaborazione. Come quella cui è disponibile Francesca Solarino (DG Politiche Sociali, Regione Autonoma della Sardegna), in concomitanza con il ventennale della Convenzione ONU 2006 per la tutela dei diritti delle persone con disabilità, e per la realizzazione di corsi, aperti a tutti gli ordini professionali. La promessa di Susi Ronchi è un coinvolgimento di tutte le associazioni rappresentate dalla Consulta nei prossimi corsi di formazione promossi da GiULiA giornaliste, in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti e l’Università di Cagliari, in concomitanza con la presentazione del libro Donne, Disabilità e Media. Parole vs Barriere. Perché parlare insieme è un impegno comune di civiltà e democrazia che riguarda non solo l’informazione, ma la società intera.
