Ci sono Festival che lasciano almeno il ricordo di una canzone. Ci sono altri Festival che restano per quello che rivelano del Paese. Questo lascia un’impressione: l’irrilevanza. Elegante, ordinata, perfino educata, comunque irrilevanza.
Partiamo dal passaggio di consegne alla conduzione, la fotografia più nitida: da Carlo Conti a Stefano De Martino, da un uomo a un altro uomo, una linea maschile continua, nessuna deviazione. Le donne? Corollario. Spalle nude, quote di leggerezza, di grazia, di bellezza. Mai centro pieno. Se la cartina di tornasole della cultura pop è l’Ariston, siamo ancora lontani dalla parità. Non di un passo, di un’epoca. Che fastidio!
In conferenza stampa, a una band tutta al femminile viene chiesto se il femminismo non sia ormai una contrapposizione superata. La risposta è stata elegante: non è “contro”, è “per”. Per la parità, ma il solo fatto che si debba ancora spiegare cos’è il femminismo racconta dove siamo, o meglio: dove non siamo arrivati. Siamo nel 2026 e dopo oltre settant’anni di Festival è ancora un’eccezione vedere un gruppo composto solo da donne in gara. Il problema non è la domanda ingenua: è il contesto che la rende possibile. Che fastidio!
Poi arrivano i segnali buoni. Il “maestra” rivendicato da Carolina Bubbico (e il giorno dopo da Nicole Brancale), accolto da Laura Pausini con un “finalmente” è stato un dettaglio potentissimo: rivendicare il femminile del proprio ruolo, il potere passa anche dalla grammatica. Ditonellapiaga che gioca con l’etichetta di “tramp” la svuota dall’interno, si riappropria di un termine usato per umiliare le donne e lo trasforma in arma di autodeterminazione. Le Bambole di Pezza che infilano i Led Zeppelin ricordano che il rock non ha cromosomi. Arisa porta la fragilità all’Ariston: e meno male. Non solo donne forti, performanti, impeccabili. Anche insicure, anche stanche. Umanissime.
Eppure il copione patriarcale rientra dalla porta principale. Gino Cecchettin sale sul palco, ma la sua testimonianza scivola oltre mezzanotte. Una testimonianza che avrebbe meritato la fascia più vista, con il pubblico sveglio, con il Paese davanti alla tv. La violenza di genere non è un riempitivo da fine scaletta, è questione centrale. Spostarla a notte fonda è una scelta editoriale e le scelte editoriali sono politiche.
La regia, poi. Bellissima l’analisi di Gianni Canova, un’analisi tecnica e illuminante: inquadrature brevissime, cambi continui, virtuosismi dall’alto, grandangoli inutili, primi piani negati proprio quando il volto chiederebbe concentrazione. Non è solo estetica, è un modo di esercitare potere. Un dispositivo che stordisce, che ostenta mezzi, che impone un ritmo invece di ascoltare la canzone. Autoritario, muscolare, compiaciuto. Che fastidio!
E veniamo a Sal Da Vinci, il vincitore. Il suo brano è un manifesto sentimentale dell’Italia che siamo. L’uomo sconosciuto che diventa re grazie all’amore, la donna regina in abito bianco, la promessa “davanti a Dio”, la vita che “senza te non vale niente”. È tutto lì: il matrimonio come compimento, la coppia come destino, il sì come parola eterna. Nessuna ambiguità, nessuna zona d’ombra. Un amore totale, assoluto, salvifico. Bello? Forse. Sicuramente rivelatore. Perché dentro quella retorica si annida un’idea precisa: la donna come sposa, come casa, come senso ultimo dell’esistenza maschile. Non soggetto autonomo, ma orizzonte relazionale. È la comfort zone culturale di un Paese che si racconta ancora così: famiglia, promessa, protezione: guai a scalfire il quadro. Che fastidio!
Intanto, sul palco, c’è chi, come la co-conduttrice Irina Shayk, si definisce femminista “a modo suo”, precisando di amare e rispettare gli uomini. Bene, certo. Colpisce sempre questa necessità di rassicurare: tranquilli, non vogliamo eliminarvi. Come se il femminismo dovesse sempre presentarsi con il certificato di buona condotta. Che fastidio!
Sul fronte narrativo, le dediche romantiche hanno occupato molto spazio. Uomini che celebrano le proprie compagne con sguardi intensi e parole solenni. Tutto legittimo, per carità. La differenza di percezione resta evidente: l’artista maschio che resta identico a sé stesso per decenni viene definito “coerente”, “eterno”. La donna che esce dai canoni, troppo emotiva, troppo fisica, troppo libera, diventa facilmente bersaglio di giudizi estetici e morali. Compresa Elettra Lamborghini col suo essere sopra le righe; viene definita “matta”, in fondo è solo simpatica con i suoi “festini bilaterali” a rivendicare il diritto al sonno. Che fastidio!
E poi quel bacio tra due donne, sfiorato e subito sottratto dall’occhio della regia. Non è il gesto in sé a contare, ma il taglio. L’interruzione. L’istinto di proteggere il pubblico da un’immagine che nel 2026 dovrebbe essere normale. È lì che si misura il coraggio di un Festival. Non nell’ospitare il gesto, ma nel sostenerlo fino in fondo. Che fastidio!
Sanremo un tempo divideva. Oggi non disturba nessuno ed è pure noioso. È diventato lo specchio prudente di un’Italia che confonde equilibrio con assenza di posizione. Non anticipa, non guida, non rischia, al contrario, imita, asseconda, sta lì e galleggia.
Non è brutto perché sbaglia. È brutto perché non osa e il coraggio, quando affiora, viene immediatamente addomesticato: le donne sono ancora racconto laterale in una narrazione centrale maschile e la parità è evocata, ma non strutturata.
Non è un Festival autoritario perché urla, è autoritario perché amministra. È un Festival di regime che amministra il dissenso, amministra il coraggio, amministra perfino l’emozione e quando l’emozione va fuori scaletta, la taglia. Non è il Festival che divide l’Italia. È il Festival che la tranquillizza, indossando il vestito della festa. Questa è la cosa più politica di tutte.
Che fastidio!
