“Atti indesiderati, non reciproci e imposti”. Dentro questa definizione delle molestie dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ci sta tanto, tantissimo, tutto pesantissimo, violento, aggressivo: palpeggiamenti, sguardi, commenti sessualmente allusivi e sull’aspetto fisico. Anche discriminazioni di genere, anche stupri. Emergono, e quasi neppure ci si sorprende, perché è una realtà nota, fortemente invalidante, eppure fatica ad emergere. Ora, nel mondo del giornalismo il velo, greve, è stato definitivamente sollevato, grazie all’inchiesta di Irpimedia, condotta da Stefania Prandi, che è anche una Giulia, insieme ad Alessia Bisini, Francesca Candioli e Roberta Cavaglià. Che va nel solco tracciato, nel 2018 – 2019, dalla Commissione Pari Opportunità della Fnsi, con le 1132 risposte al questionario da cui era emerso un dato che aveva tolto il fiato: 85 per cento di colleghe, nel corso della vita lavorativa, aveva subito una violenza. Impressionante come cifra, potenzialmente ancora più alto perché quel lavoro era stato svolto ‘intervistando’, in anonimato, le giornaliste nelle redazioni. E già allora la reazione della politica era stata offensiva: richiedere un elenco dettagliato dei maltrattanti, come se servisse una controprova, come se alle donne che, finalmente, avevano l’opportunità e il coraggio di parlare non si potesse credere fino a conferma da parte del violento di turno.
L’inchiesta di Irpimedia porta dentro la mappa le voci anche delle freelance, per consegnare un quadro, se possibile, ancora più duro, a tratti raccapricciante, che deve generare una lunga onda di rabbia, certo, di reazione. Sicuramente la conferma di una informazione ancora fortemente intrisa del patriarcato più becero, che considera la donna solo come il mezzo per affermare il proprio potere, una sorta di ‘ius lavori’ concesso dietro prestazioni che annullano la dignità di chi le subisce. Cento interviste, l’anonimato, come già nel 2019, e l’assenza a riferimenti su editori, direttori, capiredattori, capiservizio, perché una identificazione esplicita avrebbe determinato, con assoluta certezza, reazioni e ripercussioni, professionali e personali.
E, però, i nomi di fantasia non attenuano l’effetto sconvolgente di quanto emerge, e viene da pensare che nella migliore delle ipotesi è mobbing, condizione devastante. I fatti svelati, le storie che escono dal sommerso, sono soprattutto recenti. Ce ne sono anche di più datate, ma ancora in grado di sprigionare il loro effetto che annulla la persone e la fiducia in sé.
Tutte le 100 colleghe hanno subito violenze, ricatti sessuali, molestie verbali o discriminazioni in forma anche di demansionamenti, cambi di contratto, ostacoli continui all’uso del linguaggio di genere, spesso anche negato. Emerge anche che il picco delle violenze, 61 per cento, è nella fascia 25 – 34 anni, vale a dire chi prova ad affacciarsi nelle redazioni per una assunzione o una collaborazione e trova, soprattutto, direttori (42 per cento) e capiredattori (26 per cento), quasi il 70 per cento degli autori di violenza sta in quel cerchio magico da cui le giornaliste sono escluse e, anzi, sono bersagli per esternare un senso del potere meschino e e una manifestazione di virilità, che mai possono essere derubricate, come fa qualcuno, a battute goliardiche e scherzi.
Perché sono le donne a subire e Adele può raccontare come lo stupro subito l’abbia portata vicina al suicidio, per quel senso di sporco e di sbagliato che si porta addosso e dentro come uno stigma per tutta la vita. Non creduta neppure dalle colleghe, che sapevano, anzi dileggiata. E il maltrattante? Per nulla condizionato, perseverante nei suoi atteggiamenti, anche nei confronti di altre, per quella impunità che cresce scalando la scala gerarchica in cui le donne restano, comunque, alla base. E la mancata progressione di carriera, le ritorsioni per l’attività sindacale, il mobbing sono violenze quotidiane orrende (chi scrive le ha subite, con cambio di contratto, negazione del ruolo esercitato per 25 anni e poi messa fuori dal giornale), eppure taciute dall’informazione che, magari, si scalda in convegni e dibattiti quando il tema si sposta investe altri ambiti lavorativi.
Le conseguenze durano una vita, non ci si libera, anzi la sensazione è il soffocamento E chi ha rifiutato il ricatto sessuale si è trovata da un giorno all’altro senza lavoro, perché il corpo, la concessione sessuale, è il fattore che fa scegliere a chi affidare un incarico, non la preparazione, non la competenza, non il merito.
Per avere un rinnovo di contratto (di collaborazione) la richiesta di sedersi sulle ginocchia del direttore per firmarlo: solo le donne, i maschi ovviamente no.
Comportamenti coperti da una rete di protezione maschile molto forte, perché gli uomini si aiutano tra di loro, anche quando c’è da decidere una progressione di carriera. E’ la segregazione verticale, generatrice di violenza economica, ma anche di sottorappresentazione delle donne, un doppio gap per una società che continua ad essere disparitaria.
Perché nelle redazioni c’è ancora sessismo, e c’è omofobia, ci sono capiservizio che, ad ogni femminicidio, obbligano a scrivere pezzi per sostenere che i maschicidi sono in numero superiore, e altri che cambiano le parole quando le colleghe, in un articolo o in un servizio, usano il linguaggio di genere.
Perché servono inchieste per smascherare una informazione patriarcale? Perché, come nei casi di violenza di genere, denunciare è difficile, per la paura di non essere credute anche da chi deve giudicare e non è sufficientemente formato sulle molestie. E, spesso, anche quando si arriva alla fine di un processo lungo e faticoso con un verdetto positivo, non è mai una vittoria completa, anzi il rischio è di pagare questo ‘successo’ con altri atteggiamenti violenti. E, però, da questa inchiesta, come già da quella della Cpo Fnsi nel 2019 e dal sondaggio del Gendeg della Federazione Europea nel 2025 con dati simili all’Italia rilevati anche in altre nazioni, deve arrivare la spinta per il cambiamento, anche attraverso la ribellione urlata e non più sussurrata o taciuta. Per le donne, per la dignità del giornalismo, che è battaglia quotidiana di Giulia.
L’autrice, oltre che di Giulia fa parte della Giunta esecutiva e Cpo Fnsi
