Quando la cronaca diventa format, quando il giornalismo cede il passo alla sceneggiatura sottraendole regole, canoni e linguaggio, chi esercita il nostro mestiere farebbe bene a fermarsi un attimo, prendere un bel respiro e farsi due domande. Un attimo un po’ più lungo dell’éspace di un editoriale, che non si nega a nessuno, come i tanti che abbiamo letto in questi giorni a firma di autorevolissime penne, da Saviano a De Gregorio, da Sarzanini a Polito a Grasso, a commento di quel flusso narrativo continuo e pervasivo, disponibile ventiquattrore su ventiquattro per talk show, podcast, documentari e social network che è diventato il caso Garlasco. Una sorta di Blob infinito, di cronaca nera smontata, masticata e rimontata come non avrebbe potuto immaginare nemmeno Enrico Ghezzi in un Fuori Orario da incubo per insonni cronici. Editoriali piuttosto snob, come hanno commentato molti lettori, definiti “soloni spocchiosi” nel commento certamente più pop del direttore del settimanale Gente Umberto Brindani pubblicato in queste ore.
Salire sul carro dell’indignazione è facile, meno scontato è scendere sul marciapiede dove si arrabattono i neristi per portare a casa ogni giorno – anzi ogni ora, ogni diretta, ogni aggiornamento di pagina web – un dettaglio nuovo o spacciato per tale rigirandone uno vecchio come si faceva una volta nelle famiglie povere con i cappotti. Il caso Chiara Poggi (alla luce delle nuove indagini sarei prudente a definirlo femminicidio, anche se in carcere c’è da undici anni il fidanzato con sentenza passata in giudicato) è diventato paradigma di questo teatro del dolore a ciclo continuo, di un dramma che si riproduce in eterno, in attesa di un deus ex machina che sembra non poter scendere mai, di un finale che non arriva come in una pièce di Ionesco fatta di dialoghi ripetitivi e, alla lunga, senza senso.
Con il caso Garlasco si è forse raggiunto il punto di non ritorno della cronaca bulimica di una serie a episodi che non può permettersi di finire. Per lo meno non prima di essere soppiantata da una vicenda altrettanto ghiotta e ricca di retroscena. Facile stigmatizzare una serialità della narrazione come quella raggiunta dal delitto di Garlasco e il trattamento riservato alla vittima, alla “povera Chiara” triturata ogni giorno nelle trasmissioni televisive e cannibalizzata da esperti, millantatori, criminologi o sedicenti tali (lo sapete, vero, che non esiste l’albo dei criminologi?) e autori tivù svogliati capaci però di mettere in piedi produzioni – tra l’altro a costo zero – per un pubblico trasversale che si consola delle proprie disgrazie vedendo che ve ne sono di peggiori in casa di altri.
La cronaca nera si è mangiata i palinsesti? Tutta colpa del true crime?
Mettere tutto nello stesso contenitore sarebbe un errore concettuale, prima ancora che giornalistico. Il true crime non coincide necessariamente con lo spettacolo. Esiste una tradizione narrativa — letteraria, documentaria, persino investigativa — che usa il racconto del crimine per comprendere una società, i suoi conflitti, le sue ossessioni, i suoi fallimenti. Non c’è bisogno di essere Truman Capote per fare buona narrativa crime. Lo stesso Saviano, che pure critica il true crime e lo confonde con l’informazione spettacolo, è autore di una tra le migliori opere del nostro tempo di questo genere letterario, Gomorra. Sono perfetti true crime La scomparsa di Majorana di Sciascia e Petrolio di Pasolini sul caso Mattei, Romanzo criminale di De Cataldo sulla banda della Magliana e La città dei vivi di Nicola Lagioia, il Premio Strega La chiesa cattolica di Albinati sul delitto del Circeo.
Altra cosa è l’infotainment, brutta crasi tra informazione e intrattenimento, due parole che non dovrebbero nemmeno comparire nella stessa frase: un meccanismo che simula approfondimento mentre alimenta attenzione, suspense e consumo emotivo. Il suo compito è trattenere il pubblico tra uno stacco pubblicitario e l’altro, non necessariamente informarlo. All’infotainment non servono giornalisti, servono autori capaci nell’intrattenimento, come ha stigmatizzato anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli richiamando l’Agcom a una maggiore vigilanza sui processi mediatici in televisione.
Garlasco, in questo senso, è diventato il laboratorio perfetto della cronaca nera in chiave soap opera dark: il punto in cui il confine tra informazione e intrattenimento ha iniziato a dissolversi sotto la pressione dell’audience. Tranquilli, però, non c’è niente di nuovo. Già Pasolini, sessantasei anni fa, scriveva: «So quanto l’operazione giornalistica sia falsa: prende, della realtà, dei brani isolati, appariscenti, il cui significato sia immediatamente accettabile, che diventa subito una specie di formula; e poi li ricucisce insieme malamente attraverso un “tono” moralistico che è al puro e semplice servizio del lettore. Non pensa, il giornalista borghese, nemmeno per un istante, a servire la verità; a essere in qualche modo onesto, cioè personale. Egli si spersonalizza totalmente, per far parlare al suo posto un ipotetico pubblico, che egli naturalmente considera benpensante ma idiota, normale ma feroce, incensurato ma vile» (su “Vie Nuove” n. 41, 1960, in riferimento al tentato suicidio di Brigitte Bardot). Insomma, eravamo già così ben prima di internet e dell’intelligenza artificiale.
Oggi, però, il pubblico non è più solo passivo, ma si sente parte dell’indagine, addirittura può dare un suo contributo in puro stile citizen-investigator. In molti casi il true crime mette in discussione l’autorità giudiziaria, mostrando errori, depistaggi o discriminazioni. Questo rafforza un interesse sociale per la verità e i diritti delle vittime e degli innocenti accusati. Il delitto di Garlasco appartiene a quest’ultimo caso. Si tratta di una vicenda giudiziaria talmente complessa e ricca di colpi di scena, che difficilmente un autore di thriller potrebbe immaginare e, soprattutto, far risultare credibile per la serie di sottofinali che rimettono tutto in discussione. Tant’è che, su di una vicenda ritenuta conclusa malgrado vistosi buchi narrativi, negli anni sono state scritte diverse opere di true crime che, alla luce degli attuali eventi, paiono mestamente avviate al macero.
Quel patto narrativo tra autore e lettore che viene chiamato “sospensione dell’incredulità”, nella vicenda riguardante l’omicidio di Chiara Poggi rischia di saltare in diversi momenti. È proprio un carattere della cronaca nera il fatto che la realtà fattuale superi la creazione romanzesca. Molti crimini reali si fondano su motivazioni che sembrano irrazionali, assurde o grottesche, eppure sono vere. Un romanzo non reggerebbe la credibilità di un movente tanto irrazionale, la realtà sì. Gli autori del delitto spesso non sono criminali incalliti o sicari di mafia, ma persone comuni: padri di famiglia, studenti modello, figlie amorose, casalinghe di mezza età. Nella realtà assassini, e anche inquirenti, compiono una quantità di errori che renderebbero un romanzo non credibile. Il punto è che la realtà romanzesca si basa su ferree regole narratologiche, mentre nella vita regnano il caos e l’imprevisto. A Garlasco non c’è bisogno di inventare nulla, l’infotainment sul caso rischia piuttosto di apparire il tentativo di manipolare il pubblico (e i futuri giudici popolari in corte d’assise) e di portare il processo mediatico all’esasperazione, con conseguenze che non sappiamo immaginare.
Lo abbiamo già visto nel caso Pifferi, la mamma responsabile della morte della figlioletta abbandonata per giorni sola in casa, come raccontato su questo sito da Paola Rizzi. In quella vicenda, il processo mediatico è divenuto come un circuito parallelo a quello giudiziario, capace di incidere sulla formazione della prova e sull’imparzialità del giudice. La sentenza d’appello nel caso Pifferi ha evidenziato, infatti, come una narrazione mediatica invasiva deformi la realtà, influenzi la difesa dell’imputata — ridotta a “spettatrice” del proprio processo — e comprometta l’attendibilità di testimoni e consulenti. Uno stravolgimento tale per cui si deve applicare il concetto della “pena naturale”: la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha valorizzato il clamore mediatico e il linciaggio pubblico come sofferenza aggiuntiva da compensare. Tale riconoscimento, posto a base delle attenuanti generiche che hanno portato la pena per Alessia Pifferi dall’ergastolo a 24 anni, ha trasformato il processo mediatico in criterio di commisurazione della pena, riaffermando il primato del diritto sulla giustizia sommaria dei media.
Il true crime come genere letterario ha, come è evidente, le sue radici profonde nel giornalismo e ciò lo espone a tutte le derive che può avere la professione, se non si mantiene dritta la barra dell’etica personale e della deontologia professionale. Fare giornalismo d’inchiesta significa scavare nel fango, e a volte anche in qualcosa di peggio. Da sempre, nelle redazioni di cronaca vige la “regola delle tre esse”: sesso, sangue e soldi sono i temi che attraggono i lettori, che fanno più click, più visualizzazioni. La serialità moderna ha trasformato il delitto in forma di intrattenimento visivamente e narrativamente accattivante. Piattaforme come Netflix, pur con l’alta qualità dei loro prodotti, rischiano di estetizzare il crimine, di spettacolizzare il dolore delle vittime (nella docu-serie su Yara Gambirasio, ad esempio, vengono riportati gli strazianti messaggi lasciati dalla madre nella segreteria telefonica della bambina scomparsa e in realtà già morta) e di eroicizzare i colpevoli, facendoli passare in un battito di ciglia da un estremo all’altro, da mostri a idoli.
Oggi la cronaca è perennemente in overbooking. Nelle redazioni, un tempo le notizie si cercavano; oggi si selezionano tentando di distinguere il grano dal loglio e di fare opera continua di fact checking. La scelta dei temi è in funzione degli ascolti, delle visualizzazioni e dei click. Dopo l’avvento del web il concetto di agenda setting si è capovolto: si parla di ciò che attira di più in quel momento l’interesse (o la curiosità, o la morbosità) del pubblico, non di ciò che viene ritenuto notiziabile secondo criteri giornalistici e secondo una scala d’importanza. L’informazione è sempre più in funzione dell’intrattenimento. Ogni dibattito, talk show, contenitore mattutino, pomeridiano o serale d’informazione tivù lo dimostra.
La serialità è una caratteristica del giornalismo e anche dei format televisivi italiani: un caso di cronaca nera viene portato avanti il più possibile, lo si fa entrare nell’immaginario comune, diventa a tutti gli effetti una storia che rappresenta il Paese. Non è una tendenza attuale perché già Gramsci osservava che la cronaca giudiziaria dei grandi giornali è redatta come un perpetuo “Le mille e una notte”, concepito secondo gli schemi del romanzo d’appendice, pur sottolineando sempre che si tratta di fatti veri. In una formula ibrida, tipica della comunicazione contemporanea soprattutto televisiva e digitale, quale è l’infotainment, l’intrattenimento finisce con il sovrastare l’informazione e la notizia è funzionale solo alla sua spettacolarizzazione per attirare audience. Si assiste addirittura a una personificazione dell’informazione: i conduttori diventano personaggi carismatici, i protagonisti (vittime, colpevoli, testimoni) delle vicende di cronaca sono riconoscibili e popolari, non più persone ma personaggi a loro volta, chiamati confidenzialmente per nome: Giulia, Chiara, Alberto, Melania, ecc.
La notizia viene sminuzzata, frammentata e semplificata; si confondono le informazioni con le opinioni e talvolta con le fake news; si costruiscono narrazioni emotive per alimentare la polarizzazione come su di un ring tra innocentisti e colpevolisti; la narrazione segue la struttura del thriller: indizi, misteri, rivelazioni, testimonianze e, ovviamente, colpi di scena. I social giocano un ruolo decisivo nel crime infotainment moderno: sono un megafono e un tribunale del popolo, generano inchieste parallele amatoriali e sono l’alternativa alla televisione della generazione under40. L’intrattenimento travestito da informazione è diventato un oggetto di consumo, in cui non ci sono più né la realtà né la fantasia, ma solo il mercato. Questo genere d’informazione televisiva alimenta la suspence («ve lo diciamo dopo la pubblicità») esclusivamente ai fini del “restate con noi”, esattamente al contrario delle regole giornalistiche che impongono di dare subito la notizia più importante per poi procedere, per cerchi concentrici, sviscerando i dettagli.
Non siamo più capaci di lasciar parlare i fatti, la cronaca nuda e cruda, i documenti e gli atti giudiziari (quando si riesce ad averli in mano). Possibilmente senza farsi richiamare dal Garante della Privacy, come è accaduto due giorni fa a causa della indebita diffusione audio e della trascrizione visiva, in una trasmissione tivù, di una conversazione avvenuta nel 2007, poco dopo il delitto di Garlasco, tra Alberto Stasi e il suo difensore dell’epoca, il professor Angelo Giarda, per altro oggi defunto. Chi scrive trova bizzarro che ci si scandalizzi quasi di più per l’azione giornalistica (illecita, sia ben chiaro) che non per quella di chi ha disposto l’intercettazione dei colloqui tra l’indagato e il suo avvocato, violazione gravissima del Cpp, ma tant’è.
Fare le pulci ai giornalisti, quando sbagliano, è doveroso e sacrosanto, ma è anche facile perché sotto gli occhi di tutti. Sappiamo che qualsiasi opinione venga espressa rischia di invecchiare male nel giro di ventiquattrore. Anche questo editoriale, probabilmente, che potrebbe aver senso su di un quotidiano cartaceo e non su di una testata online. Forse basterebbero meno ridondanza, più fatti e meno opinioni, più cronache e meno “suggestioni” (sarebbe da proporre alla Treccani come parola dell’anno, per l’uso e l’abuso che se ne fa), più giornalismo e meno storytelling.
