Lo scandalo del dialogo Ue-talebani: non si rimpatria verso l’apartheid di genere

In Afghanistan le donne non sono semplicemente discriminate. Secondo l’Afghanistan Gender Index 2024 di UN Women, le donne afghane raggiungono appena il 17,3% del loro potenziale di esercizio di diritti e libertà; rispetto agli uomini, hanno accesso solo al 23,7% dei risultati misurati in salute, istruzione, inclusione finanziaria e partecipazione alle decisioni. Il divario di genere complessivo è del 76,3%. Non è arretratezza. È un sistema istituzionalizzato di segregazione, dominio e annientamento della soggettività femminile.

Lo scandalo del dialogo Ue-talebani: non si rimpatria verso l’apartheid di genere
Foto di Wanman uthmaniyyah su Unsplash
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Marilù Mastrogiovanni Modifica articolo

29 Giugno 2026 - 16.45


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In Afghanistan le donne non sono semplicemente discriminate. Sono amministrate come assenze. Cancellate dalle scuole, dal lavoro, dalla giustizia, dalla cura, dalla libertà di movimento, dalla parola pubblica. Il regime talebano non impone soltanto divieti: costruisce un ordine sociale in cui metà della popolazione viene ridotta a corpo sorvegliato, voce proibita, cittadinanza revocata.

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Per questo le parole contano. Chiamare tutto questo apartheid di genere” non è un esercizio retorico, ma un atto politico e giuridico necessario. Significa riconoscere che la persecuzione delle donne afghane non è una somma di abusi isolati, ma un sistema istituzionalizzato di segregazione, dominio e annientamento della soggettività femminile.

I numeri dicono la stessa cosa, con la freddezza dei dati. Secondo l’Afghanistan Gender Index 2024 di UN Women, le donne afghane raggiungono appena il 17,3% del loro potenziale di esercizio di diritti e libertà; rispetto agli uomini, hanno accesso solo al 23,7% dei risultati misurati in salute, istruzione, inclusione finanziaria e partecipazione alle decisioni. Il divario di genere complessivo è dunque del 76,3%. Non è arretratezza. È sottrazione organizzata di esistenza sociale.

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La scuola è il primo luogo di questa cancellazione. L’UNESCO ricorda che l’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui l’istruzione secondaria e superiore è formalmente vietata a ragazze e donne. Quasi 2,2 milioni di ragazze sono escluse dalla scuola oltre il livello primario. Dal ritorno al potere, i talebani hanno adottato oltre 70 decreti che violano i diritti di donne e ragazze, soprattutto il diritto all’istruzione. E dal 2021 più dell’80% delle donne che lavoravano nei media ha perso il proprio impiego.

Il blocco dell’istruzione non produce solo ignoranza forzata: produce dipendenza economica, isolamento, povertà ereditaria. UN Women stima che il 78% delle giovani donne afghane non studi, non lavori e non segua percorsi di formazione, contro il 20% degli uomini. La partecipazione femminile alla forza lavoro è al 24%, mentre quella maschile arriva all’89%. Solo il 6,8% delle donne possiede un conto bancario, personale o condiviso, o ha usato servizi di mobile money, contro il 20,1% degli uomini. Anche il denaro, in Afghanistan, è diventato un confine di genere.

La sanità mostra il lato più concreto di questa segregazione. UNICEF avverte che, se le restrizioni su istruzione e lavoro continueranno, entro il 2030 l’Afghanistan potrebbe perdere fino a 20.000 insegnanti donne e 5.400 operatrici sanitarie. La rappresentanza femminile nei servizi pubblici è già scesa dal 21% al 17,7% tra il 2023 e il 2025; le insegnanti nell’istruzione di base sono diminuite di oltre il 9%, passando da quasi 73.000 nel 2022 a circa 66.000 nel 2024. Ogni ragazza esclusa dalla scuola oggi è una medica, un’infermiera, una maestra, una giudice, una giornalista che domani non potrà esserci.

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Anche la partecipazione politica è stata azzerata. L’Afghanistan Gender Index assegna valore zero alla presenza delle donne nelle strutture formali di governo locale e nazionale. Non si tratta di sottorappresentazione, ma di espulsione istituzionale. A questo si aggiunge la violenza: secondo i dati richiamati da UN Women, il 34,7% delle donne afghane ha subito violenza fisica o sessuale da parte del partner nei dodici mesi precedenti, quasi tre volte la media globale del 13%. Senza protezione legale, senza autonomia economica, senza voce pubblica, la violenza diventa parte del sistema.

Non è più soltanto il linguaggio delle attiviste afghane, che pure per prime hanno nominato questa forma estrema di oppressione. È ormai il linguaggio delle Nazioni Unite. Il Relatore speciale ONU sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha descritto il Paese come attraversato da un sistema sempre più radicato di discriminazione, oppressione e dominio di genere contro donne e ragazze. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha usato parole ancora più nette: la segregazione imposta alle donne e alle ragazze afghane ricorda l’apartheid, solo che il criterio non è la razza, ma il genere.

Il punto, allora, non è lessicale. È giuridico. La persecuzione di genere è già prevista dallo Statuto di Roma come crimine contro l’umanità, ma non basta a nominare fino in fondo la struttura ideologica, istituzionale e sistematica della dominazione talebana. Per questo Amnesty International chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine autonomo di diritto internazionale. Per questo, in Italia, CISDA ha lanciato la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere”, chiedendo il riconoscimento dell’apartheid di genere come crimine contro l’umanità e, insieme, il non riconoscimento, né giuridico né di fatto, del regime talebano.

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Anche il Parlamento europeo si è mosso in questa direzione. Il 21 maggio 2026 ha condannato l’adozione, da parte dei talebani, del nuovo Codice di procedura penale per i tribunali, denunciando l’istituzionalizzazione di violazioni massive dei diritti fondamentali, tra cui apartheid di genere, schiavitù, punizioni corporali e matrimoni forzati o precoci. Nella stessa risoluzione, il Parlamento ha chiesto che questi atti siano riconosciuti come crimini contro l’umanità nel futuro Trattato sulla prevenzione e punizione dei crimini contro l’umanità. Ha chiesto anche di mantenere la linea del non riconoscimento e della non normalizzazione del regime talebano.

Qui si apre la contraddizione europea. Perché mentre le istituzioni dell’Unione nominano l’apartheid di genere, l’Unione europea ha ospitato a Bruxelles, il 23 giugno 2026, per la prima volta, una delegazione talebana per colloqui tecnici su rimpatri, riammissioni, servizi consolari e canali di interlocuzione. Bruxelles e gli Stati membri ripetono che il dialogo tecnico non equivale a riconoscimento politico. Ma la diplomazia non è fatta solo di formule. È fatta di porte aperte, tavoli concessi, interlocutori selezionati, visti rilasciati, canali che si consolidano.

Secondo la stampa internazionale, anche l’Italia figura tra i Paesi che hanno chiesto un “dialogo aperto” con i talebani sui rimpatri. E mentre la società civile afghana ed europea denuncia il rischio di normalizzazione, una petizione al Parlamento europeo, indicata da fonti afghane come n. 0778/2026, chiede il riconoscimento dell’apartheid di genere in Afghanistan e la sospensione di ogni legittimazione politica del regime. Su questa petizione è necessario mantenere prudenza documentale, perché la sua tracciabilità nel database pubblico del Parlamento europeo non risulta pienamente verificabile; ma il dato politico resta chiaro: attiviste, organizzazioni e reti internazionali chiedono all’Europa di non trasformare la gestione delle frontiere in una legittimazione di fatto dei talebani.

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Non si può chiedere giustizia per le donne afghane nei documenti ufficiali e poi negoziare con chi le cancella dalla vita pubblica. Non si può denunciare un crimine contro l’umanità e, nello stesso tempo, discutere procedure di rimpatrio con i suoi amministratori. Non si può invocare il diritto internazionale solo quando conviene e sospenderlo quando diventa scomodo per le politiche migratorie.

La questione non è se parlare o non parlare con i talebani in assoluto. La questione è a quali condizioni, con quali limiti, con quale mandato politico e con quali garanzie per chi rischia di essere rimandato indietro. Ogni interlocuzione che abbia come obiettivo principale la riammissione forzata di cittadini afghani deve misurarsi con un principio non negoziabile: non si rimpatria verso la persecuzione, e non si rimpatria verso un sistema che le Nazioni Unite descrivono come segregazione di genere.

L’Europa dovrebbe fare l’opposto: sostenere senza ambiguità la codificazione dell’apartheid di genere come crimine internazionale, rafforzare le sanzioni mirate contro i responsabili, escludere ogni riconoscimento giuridico o di fatto del regime talebano, aprire canali sicuri di protezione per donne, attiviste, giornaliste, giudici, avvocate, minoranze, oppositori e persone a rischio, applicare senza eccezioni il principio di non respingimento.

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L’Afghanistan è diventato il banco di prova della credibilità europea. Se l’Unione accetta che il controllo delle frontiere valga più della libertà delle donne, allora il problema non è soltanto Kabul. È Bruxelles. È Roma. È la nostra idea di diritto, di democrazia, di umanità.

Fonti dei dati statistici inseriti

UN Women, Afghanistan Gender Index 2024: punteggio WEI 17,3%, parità rispetto agli uomini 23,7%, divario di genere 76,3%, 78% di giovani donne NEET contro 20% degli uomini, partecipazione femminile alla forza lavoro 24% contro 89%, accesso a conto bancario/mobile money 6,8% contro 20,1%, rappresentanza politica femminile pari a zero, violenza fisica o sessuale da partner al 34,7% contro media globale del 13%.

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UNESCO, dichiarazione del 14 agosto 2025: Afghanistan unico Paese al mondo in cui istruzione secondaria e superiore sono vietate a ragazze e donne; quasi 2,2 milioni di ragazze escluse dalla scuola oltre il livello primario; oltre 70 decreti contro i diritti di donne e ragazze; oltre l’80% delle donne nei media ha perso il lavoro dal 2021. (UNESCO)

UNICEF, analisi 2026: rischio di perdita entro il 2030 di 20.000 insegnanti donne e 5.400 operatrici sanitarie; rappresentanza femminile nei servizi pubblici scesa dal 21% al 17,7% tra 2023 e 2025; costo economico annuo di 84 milioni di dollari; insegnanti donne nell’istruzione di base diminuite da quasi 73.000 a circa 66.000 tra 2022 e 2024. (unicef.org)

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