E’ diventato anche linguaggio istituzionale, violento, con il decreto anti-maranza, ma era già sdoganato da tempo nel discorso pubblico, anche dal sindaco di Milano Beppe Sala. Un termine dispregiativo, “maranza”, dalle origini incerte e alla fine fatto proprio da chi quel marchio di infamia ha deciso di indossarlo come una bandiera “contro”, i ragazzi delle periferie, le seconde generazioni incazzate, come ci racconta la cronaca di questi giorni.
C’è anche la versione femminile, “maranzine”, per indicare non solo le ragazze dei maranza ma molto, molto di più. Ed è un viaggio nel dolore e insieme nella speranza quello che Gabriella Simoni, storica inviata di guerra di Mediaset e ora inviata ai margini delle nostre giungle urbane, compie nel suo libro Non solo maranzine, con una presentazione del cappellano del carcere minorile Beccaria don Claudio Burgio. In questa spedizione nell’abisso e nella rinascita di adolescenze ferite si parla di molto violenza subita e agita, di stupri, di droga, di suicidio, di autolesionismo, di vita di strada. Il filo rosso che tiene assieme le storie di queste ragazze “cattive” è la rabbia, una rabbia a volte inspiegabile per le stesse protagoniste, che le porta in strada, a spingere sempre oltre alla ricerca dell’esperienza più forte. Un tratto comune è anche la seduzione del “ragazzo arabo” da esibire come un trofeo in quella vita borderline che si fa manifesto.
Non sempre, ma quasi sempre, dietro a queste undici storie ci sono famiglie deflagrate, padri violenti, patrigni o zii molestatori, madri distratte dalla droga, povertà. Molte delle ragazze hanno conosciuto la vita di strada fin da bambine e lì si sono rifugiate anche da adolescenti, perché la strada ti fa sentire libera, o almeno lo credi.
La più spavalda è Gaia, 18 anni, da quando ne aveva 13 dentro e fuori dal carcere minorile, padre spacciatore ammazzato per strada da un cliente balordo, una madre che ha tentato di tenerla lontana dai guai, senza riuscirci. La necessità di fare la dura per sopravvivere. Poi ci sono Flor, origini peruviane, picchiata dal padre fin da bambina, tanto da finire all’ospedale, o Simona, cinese, presa a botte tutti i giorni e sfruttata dalla madre. Noemi, abituata alla violenza feroce del padre sulla madre, l’infanzia in un canile abbandonato diventato casa, la fuga dalle comunità e la rabbia. Nonno tossicodipendente, padre tossicodipendente e Marilena si sente condannata ad una coazione a ripetere, a cercare nella strada, nei ragazzi e nelle sostanze quello che non trova altrove. O la giovane clochard che si è fatta di tutto, faceva la cameriera in nero e dormiva per strada sotto i portici di Torino, fino a che un adulto l’ha vista senza scarpe e gliene ha regalate un paio. Ma soprattutto l’ha vista.
Simoni le incontra nel momento del turning point delle loro vite, quando si apre uno spiraglio, una via d’uscita. La parola magica è “ascolto”. Tutte raccontano di non essere state viste, ascoltate, per anni, nemmeno dalle figure istituzionali che in teoria dovevano occuparsene e solo quando è avvenuto, da parte della direttrice di un carcere minorile, di un prete, un’assistente sociale, anche in moschea, si sono date la possibilità di un cambiamento. In effetti sono undici storie a lieto fine. Come scrive don Burgio: «Le ragazze di questo libro interpellano la nostra coscienza adulta: prima di essere giudicate e condannate senza appello, vanno viste nel contesto culturale e sociale di cui spesso sono vittime». Simoni lo fa con garbo e cautela, anche prudenza: non tutto si può raccontare, non tutto va raccontato. Lei si è messa in una dimensione di ascolto ed empatia. Come dovremmo fare tutti.
Il libro è illustrato con le bellissime foto di Asia Romero.
Non solo maranzine di Gabriella Simoni, Il margine, pagg,170 , 16 euro.
