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'Femminicidio, quaranta firme per un''antologia'

Introduzione a "Nessuna più", raccolta di scrittrici e scrittori sulle violenze contro le donne, uscita oggi per Elliot Edizioni. I proventi a Telefono Rosa. Di [Marilù Oliva]

'Femminicidio, quaranta firme per un''antologia'

Redazione

27 Marzo 2013 - 13.40


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‘L’idea nasce dall’esigenza di trattare un tema drammatico e attuale come la violenza contro le donne e di tentare un progetto non solo culturale, ma anche ad effetto concreto (i proventi del libro andranno a Telefono Rosa). Anche i più refrattari devono abbassare la testa di fronte ai numeri: 137 donne uccise nel 2011, 126 nel 2012 – stime probabilmente destinate a salire, perché la cifra non è stata registrata da un centro di monitoraggio della Polizia di Stato, ma da organizzazioni volontarie. Nella maggior parte dei casi gli artefici di questi misfatti sono coniugi, compagni, ex mariti, ex fidanzati, persone che condividevano con le vittime abitazione, prole, sogni, progetti, oppure spazi fondamentali quali quelli del lavoro o del tempo libero. Tant’è vero che le armi sono diversificate, ma quasi tutte – eccezion fatta per pistole e fucili – riconducibili a una quotidianità domestica che rispecchia la gestualità tipica dell’altra metà del cielo. O a una condivisione antica, quando a uccidere è un cuscino premuto contro il viso. Si elencano svariati oggetti d’uso consueto, alcuni compagni abituali di lavoro, soprattutto femminile: coltelli da cucina, padelle, ferri da stiro, mattarelli, bottiglie, fili elettrici, fili di ferro per le balle di fieno, calze di nylon, spilloni, cinture, picconi, il manico del filtro della macchina da caffé, una mazza, cinghie, martelli, bastoni, forbici, fuoco.

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Ecchimosi e lacerazioni rivelano percosse selvagge generate da una ferocia inaudita, forse repressa a lungo, certo non ascrivibile nella deviante locuzione raptus di gelosia. Così come non è il delitto passionale il movente, la passione non può portare ad assassini truci – spesso architettati, o comunque altre volte trattenuti se, come dimostrano le statistiche, il 10% di tali delitti ha come prologo ripetuti episodi di stalking – né ad uxoricidi davanti a bambini, figli di vittima e carnefice: la passione qui è bandita e lascia il posto al desiderio di distruzione, all’annientamento sorto dal bisogno autoreferenziale di imposizione – o possesso – nei confronti di chi non corrisponde al modello prefabbricato di femmina docile, remissiva, convergente anche quando vilipesa.

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I primi dati 2012 dell’Osservatorio del Telefono Rosa dimostrano che, nell’ultimo anno, “la percentuale di donne vittime di violenza psicologica ha toccato il 72%, seguita dal 44% di quante affermano di aver subito violenza fisica. A queste percentuali si devono aggiungere, inoltre, i numerosi casi di minacce, maltrattamenti economici e altri tipi di molestie, tra cui non manca lo stalking. A completare il quadro gli altri numeri sul tempo di esposizione ai maltrattamenti: nell”82% dei casi la violenza è continua, ripetuta. Nel 2012, inoltre, i casi di donne che subiscono violenza da oltre 20 anni raggiungono il 15% (erano il 12% nel 2011). Infine un dato che rende immensi il dolore e la tristezza: aumenta il numero dei figli che assistono alla violenza e che da questa saranno terribilmente segnati: nel 2012 raggiunge l”81% (salendo dal 75% del 2011)”.

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Questa è la realtà, queste le cifre: nella realizzazione dell’antologia il passaggio dalla crudezza del concreto all’astrattezza propria del narrato l’abbiamo lasciata al percorso della singola autrice, del singolo autore. Alcune storie, in questo libro, sono liberamente inventate nella misura in cui il dato di cronaca può essere inquadrato semmai come dedica e occasione di ricordo: il resto va ceduto all’autonomia propria dell’arte. Le voci di chi narra scuote nel profondo perché fanno ribollire sentimenti schiacciati, rancori, ripicche, dissensi covati, insoddisfazioni, frustrazioni e altri mali di vivere. Scovano le debolezze, le lacune umane, i soprusi. Vagliano ogni momento, approfondiscono le premesse, si calano in media res oppure tornano sul luogo del delitto molti anni dopo, magari nelle vesti di un discendente.

I punti di vista sono molteplici e spaziano da quelli delle scomparse a quelli dei persecutori, di un estraneo, di un soffio vitale, addirittura di un luogo. Non abbiamo imposto restrizioni di sorta a chi scrive – uomini e donne, a conferma che la questione non è di appannaggio di un genere, ma dell’intera umanità –, perché l’inventio potesse seguire, sciolta, tutte le mappe disegnabili. Alcuni moventi rimangono ad oggi sconosciuti e tali lo sono rimasti, per altri siamo ricorsi alle ossessioni, distinguibili in brame (moventi sessuali, moventi di denaro) e manie, alcune così futili da sembrare inammissibili e subito far scattare la domanda: Ma come è possibile, per così poco? Come nel caso delle due eliminate da un signore – suocero della prima e nonno della seconda – perché “lasciavano sempre il cancello aperto”. O anche in quello della sorella colpita a morte perché la piega dei pantaloni non era venuta perfetta.

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Le violenze – perché al plurale occorre declinarle – vengono riportate senza accenti sensazionalistici o intrisi di pathos. Spesso si tratta di volti sfigurati, corpi deturpati, bruciati, devastati, perché l’idea prorompente del gesto è l’annientamento. Donne massacrate di botte o prese a calci e gettate dalla finestra, martiri, tutte queste, che non troverete specificatamente nell’antologia, se non nella misura in cui l’uccisione barbarica anche solo di una creatura rimanda a un olocausto più ampio, in cui siamo tutti demoliti, sia noi che ne veniamo a conoscenza e inorridiamo, sia chi prende le distanze e nega o giustifica. Perché l’indifferenza reca in sé la più grande sconfitta, quella della rinuncia. La rinuncia dell’uomo a compartecipare del suo status umano. Pur senza alcun intento moralizzatore è in questa direzione che vanno i racconti: verso la solidarietà, il compatire inteso in senso etimologico, ovvero soffrire insieme, provare le stesse emozioni.

Mentre ci si impantana per decidere a proposito di questioni che non avrebbero nemmeno bisogno di delibera, quali se utilizzare o no il termine femminicidio (con altrettante diatribe riguardo all’introduzione del relativo reato: certo che è necessario introdurlo), oggi l’Italia è ancora del tutto inottemperante rispetto agli standard e agli impegni internazionali. Le Nazioni Unite hanno, più volte e in diversi consessi internazionali, tirato le orecchie allo stato italiano per il suo inefficace impegno nel contrastare la violenza alle donne. Il Comitato CEDAW (Comitato per l’implementazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne) e la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne ci hanno rivolto una serie di raccomandazioni, palesando diverse preoccupazioni per situazioni qui da noi ancora irrisolte, tra cui:

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– l’inquietante numero di uccise;

– il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica;

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– l’insufficiente ascolto e coinvolgimento che viene riconosciuto alle realtà che da anni praticano politiche e cultura di genere nel rispetto delle differenze;

– le risposte casuali e discontinue, provenienti dalle istituzioni, sul fenomeno e il disinteresse verso le Convenzioni internazionali;

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– la violazione dei diritti umani;

– il silenzio istituzionale sul persistere di una diffusa rappresentazione stereotipata e svilente delle donne e dei loro ruoli in famiglia e nella società, nei media e nelle pubblicità;

– un’informazione che troppo spesso racconta in maniera obsoleta e scandalistica la violenza sulle donne, arrivando a scusare il comportamento degli uomini violenti.

Un esempio sull’ultimo punto? Citerò San Terenzo, paesino che si affaccia sul golfo della Spezia, nel comune di Lerici. Lì, in una lettera copiata da un post del blog Pontifex e affissa alla bacheca della chiesa il 25 dicembre 2012, una reinterpretazione della lettera pastorale Mulieres dignitatem, il parroco Don Piero Corsi ha additato alle donne le loro responsabilità nel caso di violenze subite: “Femminicidio: le donne facciano autocritica, quante volte provocano?”. Questa è la conclusione che ha portato alla ribalta una mentalità – non universale, per fortuna, ma purtroppo diffusa – da cui traspaiono vecchie rigidità, schemi atavici non superati, responsabilità ricondotte agli abiti succinti che le donne indosserebbero. Ecco perché femminicidio assurge a lessico necessario, non semplice azione o parola da censurarsi o avvalorare anche a livello giuridico: è una cultura da superare, una forma di pensiero deformata e una lettura distorta delle relazioni.

Le parole devono essere utilizzate con scrupolo. Il significato non può pagare lo scotto dell’approssimazione, come spesso accade sui mezzi di diffusione mediatica, solo perché il titolo ad effetto suscita scalpore e aumenta le vendite. Si deve imparare ad usarle con cognizione, queste parole. In tale direzione hanno operato le nostre scrittrici e i nostri scrittori: hanno ricomposto le parole conferendo la precisione che spetta loro. Timorosi quanto ad entità del compito, ma decisi quanto a volontà, si sono mossi con cautela, con una delicatezza in apparenza non coniugabile con la brutalità che hanno riportato, senza distinguere tra violenza verbale e violenza fisica, consapevoli che l’unica differenza che intercorre tra le due è che la prima si manifesta laddove non può esplodere la seconda.

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Nessuna più [/i]
è il nostro augurio per il futuro, ma è anche monito di un presente in cui nessuna delle donne raccontate parlerà più, giocherà coi suoi bimbi, ripeterà i gesti del giorno e della notte. Ma Nessuna più è anche uno scorcio di luce. Le vittime sono morte, ma non cancellate come alcuni aguzzini avrebbero auspicato e, mediante un lungo percorso di rieducazione all’altro, ma anche grazie al rispetto della memoria, speriamo che un giorno si possa davvero dire: “Qui nessuna donna viene più maltrattata. Quando marito e moglie giungono al limite della sopportazione, decidono di divorziare e portano avanti civilmente la separazione. Nessuna donna più è costretta a prostituirsi e, se lo fa, non deve subire pugni e umiliazioni. Nessuna viene considerata proprietà o status symbol del partner. Nessuna viene perseguitata. Nessuna cade colpita da un braccio fidato o da quello di chi, fino a pochi anni prima, sembrava aprirsi solo per proteggerla. Comunque sia, nessuna donna è più sparita nel nulla e poi ritrovata sotto le fondamenta della casa in cui viveva col marito, nessuna è stata rinvenuta così spappolata da non essere riconoscibile. Perché finalmente qui le cose stanno cambiando”.’

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