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Il voto delle italiane: dove batte il cuore

Dove batte il cuore delle donne? Il libro di Assunta Sarlo e Francesca Zajczyk esamina i comportamenti elettorali dal 1945. Con delle sorprese. Di [Mariella Gramaglia]

Il voto delle italiane: dove batte il cuore

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22 Marzo 2012 - 16.45


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Svista, lapsus, errore od omissione? La vita delle elettrici e delle elette nell’Italia repubblicana comincia così: con un decreto luogotenenziale del 1 febbraio 1945 che “concede” il voto alle donne, ma si dimentica di introdurre il diritto a essere elette. Il 10 marzo 1946, più di un anno dopo, una nuova legge provvederà a ricucire la ferita: le italiane si precipiteranno a votare in alte percentuali e con grande entusiasmo, ma – secondo Assunta Sarlo e Francesca Zajczyk, autrici di Dove batte il cuore delle donne?, Laterza 2011 – quella gaffe d’origine segnerà con uno strascico di disattenzione, e di non di rado di reciproca estraneità, il rapporto fra le donne e la rinata democrazia del nostro Paese.

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Dove batte, dunque, il cuore delle donne? Spesso altrove rispetto al voto e alla partecipazione politica, che pure praticano, anche se assai mal ripagate in termini di riconoscimenti e di potere. La Svezia è lontana e Malta è vicina: da anni non smettiamo di dolercene. Sarlo e Zajczyk, in questo libro, che è anche un breviario del nostro dopoguerra, ne cercano le ragioni.

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Antica e interessantissima è la cultura del “dovere” di voto. Legittimata anche dalla Costituzione (art.48), venne usata, alla vigilia del primo appuntamento elettorale, in un paio di discorsi fondamentali rivolti da Pio XII alle donne: le sue esortazioni ad andare alle urne avevano lo scopo di proteggere la fede e la famiglia e di porre un argine al comunismo. In una paese modellato dall’autoritarismo fascista rimase fino all’inizio degli Sessanta la convinzione (tra gli insegnanti, tra gli impiegati pubblici, e naturalmente tra le loro mogli) che mancare al voto, oltre a venire registrato – per esempio nel certificato di buona condotta – potesse essere un comportamento oggetto di misteriose e non comunicate sanzioni. È in questo clima che matura e vive, fino alla metà degli anni Sessanta, quello che le autrici chiamano il traditional gender gap che induce le donne ad essere più conservatrici degli uomini.

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Poi, in un sondaggio Doxa del 1973, si scopre che solo il 6,1% delle donne italiane vuole somigliare alla propria madre. Da qui inizia il modern gender gap, l’astensionismo come esercizio discontinuo di una facoltà, non legato all’essere periferiche: spesso – sicuramente nelle elezioni del 2001 e del 2006 – votano più a sinistra degli uomini e altrettanto spesso lo fanno in nome di un “modo di pensare materno” che mette al primo posto la tutela dei servizi e dell’ambiente. Pur nel generale aumento dell’astensionismo, le ragazze fra i venti e i trenta anni di oggi scelgono di andare alle urne per il 7% in più dei maschi. Insomma la cultura del diritto è infinitamente più mobile e variegata di quella del dovere.

Ma l’irresistibile ascesa di Berlusconi nel 1994 fa storia a sé. Un storia tutta italiana. Un’offerta nuova, ipnotica, televisiva. Le casalinghe, che votavano centro-destra per il 50%, salgono al 65%. Il 70% delle persone che guardano la televisione per più di quattro ore al giorno (in larga maggioranza donne in età matura) corrono come in un plebiscito nelle braccia di Berlusconi. È l’epoca in cui D’Alema e Fassino ci infliggono agnizioni di tate e risotti in diretta. Come dice il vecchio proverbio cinese: quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito. Pochi capiscono che quell’ipnotismo è imbattibile, non può essere imitato, mentre la democrazia richiede di essere rimessa in ordine dalle fondamenta del suo sistema informativo. Ma anche la cultura delle donne è a lungo spiazzata: il mix diabolico di ottundimento di signore attempate e trionfo di giovani bellezze seminude è difficile da decifrare. Ci si arriverà nell’autunno del patriarca, quando – come scriverà anche la sua ex moglie – troppe saranno le vergini che si offrono al drago.

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E oggi? Siamo nell’epoca del verticismo illuminato. Sindaci di primo piano insediano giunte con il 50%. Tribunali amministrativi chiedono conto ai comuni dell’incoerenza tra le generose declamazioni dei loro statuti e le miserie della pratica dell’esercizio vero del potere. Ma una strategia, una passione piena per la partecipazione politica, tarda ancora a vedersi.

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