Pierre de Coubertin lo diceva senza imbarazzo: i Giochi Olimpici dovevano essere una «esaltazione solenne e periodica dell’atletismo maschile». La partecipazione femminile? «Impudica, inestetica e poco interessante». Alle donne, al massimo, il compito di applaudire: «Il loro ruolo è soprattutto quello di incoraggiare i vincitori». Era convinto che lo sforzo agonistico fosse incompatibile con la fisiologia femminile. È utile ricordarlo, mentre Milano Cortina 2026 ha smontato, una medaglia alla volta, quell’idea ottocentesca di sport.
Questi sono stati i Giochi invernali più gender balanced della storia: 47,9% di atlete in gara, contro il 44,7% di Pechino. L’Italia ha conquistato 23 medaglie: 11 portano la firma delle donne, cinque sono arrivate da squadre miste, otto dagli uomini. Per la prima volta sono arrivate sei medaglie in un solo giorno. Eppure, in quella stessa giornata, il principale quotidiano sportivo italiano ha scelto i gol dell’Inter a Sassuolo per la prima pagina. In Francia, con una sola medaglia, L’Équipe ha aperto con i Giochi. Il confronto non è tra nazioni, ma tra culture editoriali. Non tutti i Paesi hanno raccontato i Giochi nello stesso modo: all’estero si è dato maggior risalto all’aspetto tecnico e sportivo; atlete e atleti sono stati osservati attraverso quel filtro, lo sport, la prestazione, il risultato. Qui da noi gli atleti sono eroi, le atlete devono completare la narrazione: cosa vuoi che sia una medaglia al collo se non racconti urbi et orbi quale pietanza cucini meglio? E il fidanzato? Se poi sei anche mamma, non lo vogliamo intervistare il magnifico papà che ti ha “concesso” il tempo di allenarti occupandosi della prole?
Le storie chiedono rispetto e anche un po’ di spazio. Ricorderemo la risata di Eileen Gu di fronte all’infelice domanda del giornalista che le chiedeva se due argenti non fossero due ori persi. Ma che domanda è? Lei poi un oro lo ha vinto nell’ultima giornata di gare, è arrivata a sei in carriera, si è presentata in ritardo alla conferenza stampa e si è scusata: aveva appena saputo della morte della nonna. Che levatura! Eileen Gu vola oltre i cinque metri nelle sue evoluzioni di sci acrobatico, studia a Stanford, ma ogni volta a tenere banco erano le immagini di quando fa la modella. Federica Brignone e Flora Tabanelli sono tornate sul podio dopo un infortunio. Con il bronzo di Tabanelli, lo sci acrobatico è diventato la tredicesima disciplina olimpica in cui l’Italia è salita sul podio, se ne è parlato poco o niente. Arianna Fontana ha aggiornato il record di medaglie, diventando l’atleta più medagliata d’Italia: una storia emozionante, speriamo che il Presidente Mattarella le tributi l’onore che merita. Tra l’altro Fontana è l’unica atleta civile di tutta la rappresentativa italiana.
Di Jutta Leerdam si è detto di tutto: dall’arrivo con un jet privato ai guadagni, passando per il fidanzato, fino a quella lampo tirata giù per mostrare il reggiseno brandizzato. Il gesto della pattinatrice olandese è stato marketing puro, siamo d’accordo, ma si è parlato solo di quello: la medaglia d’oro, il suo stile, la sua preparazione che fine hanno fatto?
Succede così: ci si distrae quando si trattano le storie delle atlete, come se appartenessero a una categoria in cui il valore della prestazione rimane un corollario. È accaduto anche con la giovane pattinatrice statunitense Lysa Liu, che aveva scelto di rallentare per vivere l’adolescenza, gli amici, persino mangiare qualche gelato in più. Poi è tornata alle gare e ha vinto l’oro nel pattinaggio artistico: per settimane le sono stati contestati i capelli bicolore e il fisico non filiforme. Il corpo delle atlete resta terreno di commento, non di analisi tecnica.
C’è poi la disciplina che non c’è: la combinata nordica femminile. Dal 1924 è olimpica per gli uomini; alle donne è ancora preclusa. Non per assenza di praticanti, ma per presunti pochi tifosi e quindi pochi investimenti. L’atleta di punta in questo ambito, la statunitense Annika Malacinski, ha denunciato la sottrazione di un sogno: atlete che non possono ambire alla gloria olimpica. I Giochi dovrebbero ispirare, non fare contabilità di mercato. L’auspicio resta il 2030.
Milano Cortina ha mostrato che la parità non è un hashtag, neanche un fine cui tendere: è l’attualità. Anche nello sport serve coerenza nel racconto: le ragazze dell’hockey sono entrate tra le otto grandi e quasi nessuno se ne è accorto, eppure è una notizia importante, così come lo è il fatto che medaglie, piazzamenti e cimento di queste atlete stiano aumentando i tesseramenti nei rispettivi sport. Le abbiamo viste saltare, correre, scivolare, sparare, lanciare stones con precisione chirurgica, ma di quei gesti abbiamo sentito raccontare poco, a vantaggio di altre frivolezze. Se De Coubertin immaginava donne solo in tribuna, questi Giochi le hanno consegnate definitivamente al centro della scena. Non applaudono soltanto: vincono, tornano dopo un infortunio, rallentano e ripartono, pretendono di essere raccontate per ciò che fanno. È la risposta più elegante a un secolo di sottovalutazione.