'La mappa dell''intolleranza nel Bel Paese' | Giulia
Top

'La mappa dell''intolleranza nel Bel Paese'

Favorite dalla velocità e custodite dall’onnipotenza dello spazio cibernetico le parole possono diventare pietre. La ricerca promossa da VOX. Di [Ida Paola Sozzani]

'La mappa dell''intolleranza nel Bel Paese'
Preroll

Redazione Modifica articolo

24 Gennaio 2017 - 10.05


ATF
Parole d’insofferenza che dilagano sui social e che poco a poco creano o accrescono rancore e intolleranze verso chi è diverso, per genere, idee politiche, religioni, provenienza geografica o sociale, colore, abilità…, insomma nel corpo o nello spirito. Da qui il passo verso il rifiuto “agito” è più breve di quanto non si creda. Risulta quindi molto utile, per studiare le nuove frontiere dell’intolleranza sociale, l’annuale mappatura di Twitter promossa da [url”VOX Osservatorio Italiano sui Diritti”]www.voxdiritti.it[/url]. In attesa della terza edizione, che verrà presentata a breve, si possono cominciare a trarre utili dati e proposte dalla ricerca 2016.

Favorite dalla velocità e custodite dall’onnipotenza dello spazio cibernetico le parole possono diventare pietre: cyberbullismo è la nuova sociopatia condivisa in rete da giovani e meno giovani, che si concretizza a partire dal cosiddetto “hate speech”, il discorso dell’odio agito dagli utenti dei social attraverso il lessico dell’intolleranza verso l’altro. Il monitoraggio e la geo-localizzazione del fenomeno tra gli utenti del social Twitter è l’obiettivo della mappatura lanciata da VOX in Italia che, per il secondo anno nel 2016, ha analizzato tipologia, intensità e distribuzione geografica delle parole dell’odio. Una mappa della malevolenza che si propone anche alle istituzioni (Scuola, Amministrazioni locali etc.) come uno strumento utile da cui partire per azioni culturali di contrasto a una moderna sociopatia che si coagula talora – come la cronaca dimostra – in atti di discriminazione e violenza ai danni di minoranze e gruppi sociali a rischio, soprattutto nelle aree urbane, come le donne, gli omosessuali, gli immigrati, i diversamente abili, gli ebrei e i musulmani.

Già presentata al Governo a fine gennaio e al pubblico nella Casa dei Diritti di Milano, la nuova versione aggiornata della mappa è stata al centro di un forum svoltosi lo scorso 13 giugno alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Milano che ha coinvolto esperti e studenti degli istituti superiori milanesi e associazioni impegnate sui temi della discriminazione e dei diritti sociali.

Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di VOX ha illustrato gli aspetti tecnici e le potenzialità d’impiego della prima mappatura di un Social condotta in Italia secondo criteri di analisi socio-psico-giuridica su modello della Hate Map della Humboldt State University della California. L’iniziativa dell’Osservatorio italiano dei diritti ha raccolto la disponibilità dei ricercatori di tre Università italiane. Il Dipartimento di Informatica dell’Università degli studi Aldo Moro di Bari grazie al sistema Open StreetMap ha sviluppato il protocollo di geolocalizzazione di 2.659.879 tweet, protrattosi per sette mesi fra estate 2015 e inverno 2016: in questo periodo ciascun tweet rilasciato in Italia è stato analizzato nei suoi 140 caratteri grazie ad algoritmi predefiniti, capaci di individuare parole “sensibili”, “suggestive” o più dichiaratamente critiche e sintomatiche dell’hate speech, cioè del discorso intollerante nei riguardi di gruppi (cluster) individuati sotto il profilo sociale quali: donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili, ebrei e musulmani.

La scelta di mappare Twitter – che a differenza di Facebook e Google+ non è il social solitamente più utilizzato per condividere emozioni personali – nasce dal fatto che esso permette di retwittare velocemente e in tempo reale il proprio vissuto emotivo verso la comunità virtuale, e che l’hashtag di 140 caratteri obbliga a comprimere il pensiero e dunque offre una buona sintesi del sentimento provato dall’utente.

Nella fase prodromica alla rilevazione, altri ricercatori del dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia della Università La Sapienza di Roma – specializzati nello studio dell’identità di genere e nell’indagare i sentimenti collettivi espressi in rete – avevano settato il profilo psico-sociologico del lessico incriminato da rilevare, individuando un filtro di 76 parole critiche correlate con l’emozione da analizzare. Si è proceduto anche a studiare la co-occorrenza lessicale fra particolari parole utilizzate, che è un indice ulteriormente suggestivo di discorsi di intolleranza e bullismo dei vari tipi stimabili (misogino, omofobico, razzista etc.).

Rilevazioni statistiche attestano che in Italia, solo nel 2013, le donne vittime di abusi fisici o sessuali sono state 6 milioni e 743.000, 1 gay su 4 è stato vittima di violenza, 20.000 richieste di aiuto sono pervenute al Gay Center, mentre il 45% dei giovani si considera xenofobo o diffida degli stranieri. In questo scenario, i social network giocano un ruolo non indifferente nell’alimentare il discorso pubblico diffondendo sentimenti e parole di intolleranza e di odio verso il prossimo, percepito, sempre e soltanto, secondo lo stereotipo del “diverso”.

La Mappa di VOX dimostra inoltre la correlazione e i “picchi” tra l’uso di un certo linguaggio volgare, stereotipato e intollerante della rete e taluni frangenti di attualità: questa coincidenza fra cronaca e focolai di discorso dell’odio in rete è stato testato con la collaborazione degli studenti del Liceo Berchet di Milano, che hanno monitorato gli eventi di cronaca. Sanremo, 2016: Valerio Scanu si esibisce al Festival stringendo un microfono “arcobaleno”, e la rete si scatena con una valanga di tweet omofobi. Amsterdam, 25 gennaio 2016: vertice UE per salvare Schengen; piovono insulti dalla rete. Città del Vaticano, gennaio 2016: il Papa dichiara “ebrei e cristiani, un’unica famiglia”, e su Twitter gli insulti non si fanno attendere. Violenze alle donne nella notte di Capodanno a Colonia: i commenti controversi incendiano Twitter con parole misogine e sessiste che dilagano viralmente di post in post: negri, terroni, puttane, culattoni, ritardati.

Marilisa D’Amico, docente di Diritto Costituzionale alla Statale di Milano e co-fondatrice di Vox ha sottolineato come nonostante gli importanti cambiamenti sociali che si sono imposti di fatto negli ultimi anni, tenda a persistere nel nostro Paese e nelle nostre città una resistenza “sociale” molto radicata alla tolleranza e all’accettazione del diverso da sé. Ciò trae forza da stereotipi difficili da “smontare” e sfocia in atteggiamenti discriminatori che ostacolano l’eguaglianza effettiva fra i cittadini, che è sancita sia in senso formale sia sostanziale dall’articolo 3 della nostra Costituzione. Ne deriva una sollecitazione alla politica e alle Istituzioni a garantire i diritti di eguaglianza non solo sulla carta, ma agendo sul contesto culturale con iniziative di prevenzione della discriminazione. In questo senso la prima fase del lavoro per la Mappa Vox svolto dal dipartimento di Diritto Pubblico italiano e sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano ha riguardato proprio l’identificazione dei diritti di queste minoranze a rischio, il mancato rispetto dei quali incide pesantemente sul tessuto connettivo sociale.

Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia Dinamica alla Sapienza di Roma e supervisore del progetto, Mauro Grimoldi, direttore scientifico della Casa dei Diritti di Milano e don Virginio Colmegna già direttore della Caritas Ambrosiana e presidente della Casa della Carità di Milano hanno sottolineato come – a guisa di rete gettata nel mare sociale – la inter-net catturi cose buone e cattive. E la mappa coglie quanto labile sia il confine tra la realtà politica e sociale del territorio e quella volatile e virtuale del tweet. Mappare il disagio delle generazioni e gruppi sociali a rischio è dunque oggi possibile grazie a protocolli di Social sensing. E l’integrazione di dati provenienti dai social media, smartphone e sensori urbani può fungere da fattore abilitante per i modelli di smart cities, aprendo la strada allo sviluppo di applicazioni e di servizi che Amministrazioni, la Scuola e l’Università possono mettere a punto e poi utilizzare anche in chiave educativa, culturale e di prevenzione del degrado sociali.

I tre relatori hanno anche tentato una prima valutazione sotto il profilo psico-sociale dei fenomeni di intolleranza evidenziati in Twitter e che registra punte massime nelle aree urbane e naturalmente nelle 2 “capitali” d’Italia: a Roma i tweet negativi sono stati 20.755 e a Milano 15.636, mentre Napoli,Torino e Firenze seguono a distanza con numeri minori fra 7437 e 3076, dovuti anche al differenziale di uso di Twitter in città più periferiche rispetto alla dinamica dei social.

Riguardo ai bersagli della intolleranza in Twitter, il primato va alle donne: la rete è scatenata contro le donne con il 63,1% dei tweet negativi carichi di misoginia: Twitter gronda odio con parole – troia, zoccola, cagna, smandrappona, cesso, figa di legno sono le meno volgari – che denotano stereotipi, disprezzo o risentimento verso il genere femminile. Si tratta di un atteggiamento inveterato, che è nell’ombelico del nostro Paese. In Twitter il fenomeno appare più diffuso nel Nord Italia, e i sociologi propendono per attribuirlo all’aggressività suscitata nel maschio dal maggior empowerment e posizionamento sociale delle donne là dove da tempo lavorano fuori casa, sono economicamente indipendenti e più svincolate dalle maglie anche affettive di una impostazione paternalistica dell’esistenza: il primato dei tweet aggressivi di fatto va a Milano, tallonata da Roma, Lazio e Umbria.

Anonimato garantito dalla rete, emulazione nel “branco” virtuale, solipsismo frustrato degli individui persi nello sciame digitale o vecchi rigurgiti di goliardia, producono quelle che Lingiardi definisce “evacuazioni psichiche” nella rete, che si traducono in commenti sessisti, immagini private pubblicate per “vendetta”. Sono lo specchio di una relazionalità malata fra donna e uomo, che si dibatte fra possessività e disprezzo e che appare purtroppo assai frequente fra i giovani.

Data l’assenza nei social di interazioni fisiche, contatto visivo, condivisione delle espressioni facciali, tono della voce, i filtri e le (auto)censure cadono, le mediazioni si annullano e la comunicazione si fa più “agita” attraverso parole e prese di posizione aggressive. Fuori della rete questa “palestra di aggressività” può tradurre la frustrazione e il disagio quotidiano dei giovani in atti di bullismo, razzismo, omofobia, mentre lo stalker giovane o anziano traduce sempre più spesso in omicidio della donna la sua insicurezza esistenziale ed affettiva: una quarantina di casi nel solo primo semestre 2016.

Omofobia e razzismo rappresentano ciascuno circa il 10% dei Tweet totali dell’intolleranza, con in testa sempre Lombardia, Lazio e Campania: Contro gay e lesbiche sono gli episodi di cronaca a trainare e scatenare in rete un vero tam-tam di insulti, tutti ispirati al solito “linguaggio del disgusto” volto a negare la dignità delle persone omosessuali. Gli epiteti “di rango” nazionale riferibili qui – scelti fra l’infinita e fantasiosa varietà regionale che attesta un’omofobia italica antica stratificatasi nella lingua – sono quelli di sempre: finocchio, frocio, checca, ricchione. Il picco omofobico nei tweet è stato registrato in occasione del diverbio tra Mancini e Sarri durante la partita di Coppa Italia lo scorso 20 gennaio 2016. Successivamente la discussione in Senato del ddl Cirinnà sulle unioni civili ha rilasciato una scia chimica omofobica protrattasi per settimane. L’appello per i diritti LGBT di tanti artisti – tra cui Valerio Scanu – al Festival di San Remo ha scatenato i Twitter di Roma, Milano, Napoli e Bologna. Le parole del razzismo in Twitter sono quelle di sempre: terrone, zingaro, negro, muso giallo, scimmia, mangia banane, kebabbaro. Le pronunciano di più i Twitter delle grandi città e del Nord-Est d’Italia. Le ha rinfocolate il vertice su Schengen per affrontare la crisi dei rifugiati, a fine gennaio 2016.

Islamofobia: dopo le donne gli islamici sono il gruppo con il maggior numero di tweet “incriminati”: 1.014.693 dei 2.659.879 tweet totali parla le parole del razzismo: negro, marocchino, terrorista, jihadista, beduino, abdullah si rincorrono in rete ad insultare migranti e italiani di fede islamica, percepiti sempre e solo come potenziali pericoli: a fare da detonatore gli attentati di Parigi del novembre 2015, con un’intolleranza diffusa a macchia di leopardo tra Nord e Centro, meno al Sud.

Anche gli Ebrei non si sono fatti mancare insulti: bersaglio secolare di pregiudizi, trovano nella modernità della rete una pregnante riedizione: rabbini, usurai, strozzini, cazzi mozzi, ebrei-ai-forni, scrivono i twitter di Roma e del centro Italia, ma il sentimento anti ebraico è diffuso anche in Lombardia: nel mirino la Giornata della Memoria e le dichiarazioni di Papa Francesco sull’unità fra Ebrei e Cristiani, definiti “Una sola famiglia”.

Alla rete non piacciono neanche i Disabili, soprattutto in Lombardia, nel Nord-ovest e al Centro, con qualche picco in Sicilia e nel Napoletano: Gli insulti più graziosi: mongoloide, spastico cerebroleso, handicappato, mongoflettico, zoppo. Peccato che in Italia si stia parlando di 3 milioni e 167 mila persone, il 5,5 della popolazione e il 2,7 percento degli studenti del ciclo primario e secondario. Per l’eguaglianza di queste persone, sancita dalla Costituzione italiana negli articoli 2, 3, 24 e 32 lo stato sociale fa ancora troppo poco e la parità delle loro opportunità resta un miraggio. Per fronteggiare il costo privato dell’assistenza, 910.000 famiglie italiane si sono dovute tassare e 561.000 famiglie hanno utilizzato i propri risparmi, o hanno venduto la casa e si sono indebitate.

(Fonti: Censis 2015 e Condicio 2016)

Grazie a [url”La città futura”]www.lacittafutura.it[/url] per il consenso alla pubblicazione.

Native

Articoli correlati