"Hate speech" in aumento e le donne sono sempre in pole position | Giulia
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"Hate speech" in aumento e le donne sono sempre in pole position

Su 150mila tweet negativi analizzati da VOX, 40 mila erano contro le donne. I picchi quando ci sono femminicidi [di Silvia Garambois]

"Hate speech" in aumento e le donne sono sempre in pole position
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20 Giugno 2019 - 21.46


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La “mappa dell’odio”, sinceramente, fa vergognare: l’analisi sui tweet condotta da Vox insieme a quattro atenei universitari, racconta un’Italia aggressiva. Cattiva. Soprattutto nelle città.

Racconta che è a Milano che soprattutto si sfoga nei pochi caratteri di un tweet l’odio per lo straniero, la xenofobia. Racconta che è a Roma dove si concentra l’antisemitismo. E poi l’odio per le donne, per i disabili, per gli omosessuali, per l’Islam, che riecheggia dall’una all’altra grande città, Venezia e Napoli, Bologna e Firenze, Milano e Roma e Torino…


Le donne hanno ceduto il passo ai migranti: sono sempre odiatissime (su un campione di 150mila tweet negativi quasi 40mila sono contro le donne), ma gli stranieri di più (quasi 50mila). Quest’anno però Vox ha voluto stilare la mappa dell’odio a ridosso del periodo elettorale (tra marzo e maggio), per tentare anche un’altra lettura: quanto la politica influenza gli animi. Tanto.

«Il clima di violenza verbale registrato sui social – dicono i ricercatori – è in preoccupante e nettissimo aumento”; non solo: i “leoni da tastiera”, che si nascondevano dietro l’anonimato di nomi di fantasia, ora vogliono farsi riconoscere e creare comunità. “Non si sentono più soli ma legittimati».

È molto interessante, per esempio, vedere come i tweet omofobi (che pure quest’anno sono percentualmente assai diminuiti) si diffondono in picchi di condivisioni a fronte di fatti di cronaca – i ragazzi gay insultati al ristorante a Senigallia a marzo, l’omosessuale aggredito in strada a Ragusa in aprile – o, soprattutto, politici – il Family Day di Verona con l’attacco alle famiglie arcobaleno, l’intervento del Capo dello Stato nella Giornata contro l’omofobia. 

In maniera speculare crescono i tweet contro le donne quando ci sono casi di femminicidio (o, di nuovo, il Family Day).

Cresce l’odio verso i migranti e gli stranieri quando il Papa invita a reagire alla xenofobia, o incontra rom e sinti in Vaticano (e Salvini replica: “chiuderemo i campi, in Italia non c’è posto per tutti”), o ancora quando la Sea Eye ha soccorso 64 migranti (e Salvini ha ribattuto: “vuole un porto? Vada ad Amburgo”).

 

«Ci sono evidenze del clima che si respira nel Paese”, spiega Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di Vox- Osservatorio sui Diritti. “La prima, riguarda l’impatto che il linguaggio e le narrative della politica hanno sulla diffusione virale dei discorsi d’odio. La seconda riguarda il ruolo dei social media, corsia preferenziale di incitamento all’intolleranza e al disprezzo nei confronti di gruppi minoritari o socialmente più deboli. Il numero esiguo di caratteri che compone un tweet o un post infatti consente (o addirittura favorisce) la diffusione e la condivisione di pensieri e atteggiamenti idiosincratici, a maggior ragione se garantiti dall’anonimato».

Ma bisogna solo e per forza essere sommersi da questi tweet d’odio, senza poter reagire? In realtà, da Vox ad Amnesty – che in maniera simile ha condotto delle ricerche sul linguaggio d’odio nel periodo elettorale -, è stata individuata una “chiave” per reagire: la contro-narrazione. Che significa rispondere. Argomentare. Non lasciare che il linguaggio – violento, volgare, scurrile – dei tweet di odio non abbia risposta. Un progetto che si sta diffondendo, a cui stanno aderendo anche ragazzi dei licei oltre che universitari, gruppi di giovani e meno giovani.

Se i social sono una piazza virtuale, comportiamoci come nelle piazze di paese, dove c’è sempre chi seda le risse, chi dice di piantarla…

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