Le donne odiano sempre di più le altre donne e lo fanno meglio | Giulia
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Le donne odiano sempre di più le altre donne e lo fanno meglio

Presentato il 9 rapporto della Mappa dell'Intolleranza elaborato da Vox Osservatorio diritti che ha misurato l'hate speech su X nel 2025. Le donne sono ancora le più odiate ma ad odiarle sempre di più sono anche le altre donne.

Le donne odiano sempre di più le altre donne e lo fanno meglio
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Paola Rizzi Modifica articolo

15 Aprile 2026 - 22.27


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Partiamo dal contesto: il momento è quello in cui il linguaggio d’odio è la grammatica del discorso pubblico, dove per il capo della principale democrazia – o ex democrazia – del mondo l’odio per ciò che è percepito come “debole” o “diverso” rispetto allo standard “maschio, bianco e abile” è diventato tout court un progetto politico. Un progetto che a quanto pare piace per convenienza ma per alcuni anche per convinzione, vedi Musk, ai detentori del potere tecnologico, i cosiddetti big tech, che governano le infrastrutture digitali. Difficile pensare che questo non abbia delle conseguenze anche sul nostro, di discorso: le piattaforme in cui si svolgono le nostre conversazioni non sono neutre e nemmeno neutrali. I detentori di quelle piattaforme non riescono o non vogliono e soprattutto non hanno l’interesse economico a garantire uno spazio in cui tutte le voci e tutti i toni di voce abbiano la stessa risonanza. La viralità paga, alla lettera, e la viralità si nutre di polarizzazione e di voci urlate, meglio se contro qualcuno.

Non è complottismo, ci sono i dati, che sono fondamentali.  E su questo ogni anno da 9 anni ci viene in soccorso Vox diritti, il progetto fondato dalla costituzionalista Marilisa D’Amico e dalla giornalista Silvia Brena che in collaborazione con l’università Statale di Milano elabora la Mappa dell’Intolleranza analizzando  e misurando il tasso di odio e hate speech su X. Da notare che da due edizioni questo è possibile solo grazie all’agenzia The Fool, quindi un partner privato che pro bono offre l’accesso ai dati che altrimenti sarebbero chiusi ai ricercatori. Così ha voluto Musk al suo insediamento: se vuoi i dati, devi pagare, restringendo la possibilità di una libera ricerca. Si sa, il vento è questo.

Grafici di Vox Osservatorio diritti.

Il dato generale è che a fronte di una mole enorme di contenuti analizzati, il 56% sono negativi, solo il 4% positivi, il resto neutro. Ma ad uno sguardo distratto ai grafici dell’edizione 9 della  Mappa verrebbe da pensare, per noi che ci occupiamo di questioni di genere, «finalmente una buona notizia»: dopo anni di crescita il tasso di misoginia è in calo.  Nel 2024 era il 50% dei post negativi, nel 2025 è crollata al 37 %, seguita dall’antisemitismo (29%), dalla xenofobia (13%) e dall’islamofobia (13%), equivalenti tra loro, dalla disabilità (5%) e dalla omotransfobia (3%).  Mantiene comunque un primo posto, tanto più clamoroso in un periodo di drammatiche turbolenze geopolitiche centrate sul Medio Oriente, che già l’anno scorso avevano fatto ipotizzare il sorpasso dell’antisemitismo o dell’islamofobia sull’odio per le donne. Invece nonostante il balzo esponenziale dell’antisemitismo dal 6,58% del 2022 al 27% del 2024, salito poi di altri due punti nel 2025, l’odio per le donne è sempre in testa, segno che non c’è dibattito pubblico o contingenza planetaria che possa incidere sulla misoginia come dato strutturale sociale inscalfibile.

Grafici di Vox Osservatorio diritti.

Però è diminuito, dicevamo. Eh no: la lettura dell’approfondita analisi qualitativa dei dati proposta dalla Mappa 2025 ci svela che si tratta di un falso positivo,  sintomo di una “normalizzazione” dell’odio contro le donne, che oltre al dispositivo dell’odio esplicito e dell’insulto nelle sue diverse articolazioni, analizzate approfonditamente nel report – disumanizzazione attraverso l’oggettificazione e l’animalizzazione – si avvale anche di strumenti più sottili, meno evidenti, invisibili ai filtri, ma non per questo meno efficaci e dannosi. Paolo Ceravolo, docente di informatica alla Statale, alla presentazione della mappa ha spiegato come «gli algoritmi ancora siano inferiori rispetto alle persone nell’identificare il discorso d’odio» perché fanno più fatica a riconoscere il contesto. Lo stereotipo diventa un’arma contendente, la perifrasi un utensile della discriminazione. Quando un presidente del Senato dice ad una giornalista «sei carina», invece di rispondere ad una domanda sgradita, lo fa per delegittimare il suo lavoro con la riduzione a corpo, un’oggettivizzazione «gentile» diciamo così, per zittire una soggettività scomoda.

La falsa buona notizia si accompagna poi ad una cattivissima notizia vera:  il 43% dei contenuti misogini è prodotto da donne, poco meno degli uomini quindi, un dato più che raddoppiato rispetto all’anno scorso (era il 20%), quando già avevamo parlato di donne che odiano altre donne.  La media complessiva delle donne odiatrici sul totale è il 39% e in tutte le altre categorie resta sotto il 36%. Quindi le donne odiano “soprattutto» le altre donne e sempre di più. E lo fanno anche meglio, visto che i loro contenuti sono più virali (15% in più di quelli degli uomini). Non si tratta solo di interiorizzazione del modello patriarcale, che permea la società e quindi tutti i generi. A questo punto viene da chiedersi se non si tratti di una scelta “a ragion veduta”, di un posizionamento più o meno consapevole per ottenere un vantaggio, una strategia di sopravvivenza  in un ecosistema digitale ostile, dove se vuoi partecipare a quella conversazione devi adottare l’odio verso le tue simili come strumento di legittimazione e protezione sociale.  Molti altri segnali ci dicono che offline il femminile è svalutato e svalutante anche a livello linguistico, che la controffensiva al wokismo è diventata moneta di scambio a livello di visibilità e di riconoscimenti,  questo nonostante sempre più donne  stiano in ruoli apicali. Suggestioni, spunti di riflessione, ma da questo punto di vista la “Mappa 9” fotografa ancora una volta la pervicace resistenza culturale al cambiamento della figura femminile nella società italiana.

Come gli altri anni la Mappa analizza i picchi di odio misogino, in occasione prevalentemente di femminicidi o di momenti cruciali come il 25 novembre, come rebound dell’infosfera. Quest’anno uno dei picchi ha coinciso con la denuncia del gruppo Mia moglie, apoteosi dell’oggettificazione del corpo femminile che ha svelato l’esistenza di moltitudini di gruppi più o meno organizzati, che si riproducono in modo incessante. Un fenomeno sempre più allarmante è l’ascesa dei gruppi della cosiddetta manosfera,  che non è più liquidabile come una sottocultura di nicchia, ma funziona di fatto come un’industria dell’odio strutturata che agisce come motore ideologico per radicalizzare le nuove generazioni, con conseguenze molto concrete,  raccontate dalla cronaca e che fa dell’odio misogino un elemento identitario.  La Mappa mette anche in rilievo il peso molto alto di pochi profili capaci di generare molte interazioni secondo pattern specifici. Centrali dell’odio che sembrano rimandare ad una regia. E torniamo al punto di partenza.

Sui dati complessivi della Mappa rimandiamo al pdf che trovare in calce, dove l’elemento più preoccupante è naturalmente l’enorme balzo dell’antisemitismo, dove la cronaca ha certamente fatto da potente moltiplicatore e amplificatore risvegliando stereotipi che erano “in sonno”.

Grafici di Vox Osservatorio diritti.


Tra le categorie esaminate c’è anche quella della disabilità, che seppure di volume nettamente inferiore per quantità di post intercettati mostra la quota di hate speech in termini relativi più alta: la disabilità è utilizzata come insulto passepartout buono per tutte le occasioni, a prescindere dal contesto: cerebroleso, ritardato, ecc. Significativa l’intersezionalità con l’odio misogino: il genere e la disabilità hanno entrambi a che vedere con la gerarchia dei corpi: esiste un legame diretto tra il corpo oggettivizzato della donna e quello deriso o invisibilizzato della persona con disabilità, soprattutto se donna, il corpo in entrambi i casi viene utilizzato per togliere soggettività e parola. Un tema che sta molto a cuore a GiULiA, che anche con il contributo di Vox diritti ha prodotto un volume multidisciplinare a cura di GiULiA Sardegna per contrastare gli stereotipi abilisti che ancora dominano l’informazione e la comunicazione pubblica e ridare la giusta visibilità a ciò che viene cancellato, come ad esempio la violenza sulle donne disabili.

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