Loro dicono (They Say). Fiction di fiction di vere tragedie* | Giulia
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Loro dicono (They Say). Fiction di fiction di vere tragedie*

Una recensione della serie The Morning Show in forma di racconto per parlare del grande elefante nella stanza che affligge il mondo del lavoro e in larga misura le redazioni: le molestie sessuali

Loro dicono (They Say). Fiction di fiction di vere tragedie*
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Elena Nieddu Modifica articolo

28 Maggio 2026 - 15.21


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Conosco diverse donne che vorrebbero dire «grazie» a Bradley Jackson.
Dicono che la giornalista della serie tv The Morning Show le abbia aiutate più di parenti, amici, counselor e psicoterapeuti vari.
Non sto scherzando.
Queste donne vorrebbero che Bradley Jackson fosse una loro amica. Poterla chiamare ogni volta che gli pare, come farebbe il giovane Holden con gli autori dei suoi romanzi preferiti.
Le donne di cui parlo hanno subito molestie sul posto di lavoro.
In generale, le storie di molestie finiscono in due modi: la fuga dall’incendio o il restyling delle rovine. Le amiche mie – Xenia, Ymelda e Zoe – sono tutte fuggite dal fuoco con i capelli in fiamme, come si vede negli ex-voto di certi santuari.
Nella desolazione, Bradley Jackson è apparsa loro come un angelo.
Ho trovato la cosa curiosa e, per approfondire, ho organizzato una maratona: ospiti sul divano del gatto Fidel, abbiamo guardato e commentato i dieci episodi della prima stagione di The Morning Show, quella in cui si parla di molestie.
Trovate qui il succo delle 18 ore di visione.
Prima di iniziare, una premessa.
Le mie amiche hanno accettato volentieri di partecipare all’esperimento – «il nostro racconto potrà forse essere utile a qualcuna» –, ma a una condizione: «Scrivi la verità, come farebbe Bradley».
Devo rispettare la parola data.

«Chi è Bradley Jackson?».

Bradley Jackson non esiste. È un personaggio di fantasia, interpretato da Reese
Witherspoon, che della serie The Morning Show di AppleTv è anche co-produttrice. Stiamo parlando della giornalista di una tv scalcinata della Virginia, la Senn, che si ritrova alla conduzione del talk-show più seguito negli Stati Uniti. Dopo che una sua sfuriata durante una manifestazione è finita su tutti i social, Bradley viene invitata nello studio di TMS per essere intervistata dalla conduttrice storica, Alex Levy (Jennifer Aniston, anche lei produttrice della serie). Invitata la sera stessa a un evento mondano della Uba, la rete che trasmette lo show, Bradley viene nominata da Levy nuova co-conduttrice. Nessuno se lo aspettava.
Ora, dovete sapere che la Uba aveva da poco licenziato il giornalista Mitch Kessler (Steve Carell), storico co-conduttore di TMS, dopo che un articolo sulla sua sexual misconduct ai danni di colleghe e collaboratrici era uscito sul New York Times. La nostra eroina è dunque chiamata dalle praterie della Virginia a coprire il vuoto.
«Chi è Bradley Jackson?» ridacchiano nei corridoi. Cronista con le suole consumate, Bradley annaspa in un limo di sorrisetti. Fino a quando non si immergerà nel cuore della “notizia delle notizie”: il comportamento “sessualmente scorretto” di Mitch Kessler, il collega che ha appena rimpiazzato.

La natura del male

«Il male di Tms è ambientale», scandisce Xenia, gesticolando con le mani sporche di patatine. Il gatto Fidel, per nulla infastidito, continua a leccarsi. «Non solo è ambientale», precisa Ymelda, versandosi il chinotto «ma arcaico, atavico, endemico». «Striscia sui muri della redazione, come la nebbia giallastra di T.S. Elliott», osserva Zoe.

Bradley intuisce subito la natura del male che affligge lo show, ma ne prende coscienza solo quando intervista in diretta Ashely Brown, una tecnica del suono accusatrice di Kessler. È il punto di svolta: la giornalista comprende in quel momento la realtà che tutti, da giorni, stanno cercando di non farle scoprire. Comprende e colpisce: scantona dal copione pluri-approvato dalla rete e fa domande scomode. Quando dalla regia Levy le ordina di riportare la discussione su terreni tranquilli, Bradley cosa fa? Si sfila l’auricolare. Fa in modo che tutta l’America ascolti la verità dalla bocca e dalle lacrime di una vittima: Kessler agiva, sì, da solo, ma all’interno di un sistema aziendale che sapeva e che in silenzio, finché ha potuto, lo ha protetto.

L’intuizione decisiva

Xenia salta in piedi sul divano: «Ecco! Ecco!» grida «la chiave di tutto!». Il gatto Fidel schizza via miagolando, mentre la mia amica mi guarda dritto negli occhi. Abbasso lo sguardo. Zoe sfila il telecomando dal tavolino e preme “pausa”: «Succede proprio così» dice sedendosi a gambe incrociate «vedi la tua storia riflessa nel video e provi una specie di sollievo».
«Perché?», chiedo.
«Perché capisci che quello che ti è accaduto è reale».
Continuo a essere perplessa. In che senso «è reale»?
«Quando quelle cose ti accadono, sei come sotto un incantesimo» interviene Zoe «e anche dopo, quando le acque in qualche modo si sono calmate, ti sembra tutto irreale. È per questo che non riesci ad affrontare il trauma: ti sfugge tra le dita come sabbia».
Va bene, dico, ma questa è solo una fiction. Come può esservi stata di aiuto? «Ti scatta dentro qualcosa che ti fa capire: il male non è solo quello puntuale che ti ha colpita, ma è molto più grande: ed è vero».
«Questo male ci riguarda tutte», dice Xenia «ed è per combatterlo che bisogna parlare».

Il silenzio è di cemento

«Le molestie sul lavoro chi non le ha provate, non le capisce» continua Xenia «senza offesa per le femministe di lungo corso che amano pontificarne».
«Non è tutta colpa loro: chi ha subito una molestia, spesso, tace» fa Ymelda. «La resa al silenzio è solo una questione di tempo» continua, in piedi accanto alla libreria, mentre cerca di convincere Fidel a rimanere tra le sue braccia. «Arriva, a volte, dopo che hai fatto il pieno di sguardi obliqui, esitazioni, sospiri».
«Ti passa la voglia di parlare» sbotta Xenia «non ti fidi più di nessuno».
Col tempo, spiega Zoe, il silenzio si trasforma in una malta che impasta i pensieri. «Non sai più da dove ci sei entrata e come potresti uscirne», racconta «TMS mi ha aiutata a sciogliere quel cemento liquido».
Aggiunge Xenia: «Dopo aver visto la serie, ho sentito il bisogno di parlare con qualcuno/a che non mi dicesse “poverina”, ma che si sforzasse di capire. Che, ascoltandomi, mi desse la forza di gestirlo, il male, di renderlo sopportabile, di guardarlo in faccia».

Mitch, il simpaticone; Alex, l’indifferente (attenzione: spoiler)

Nella serie il male ha il volto di Mitch Kessler: un uomo belloccio, simpatico, divertente. Il personaggio, dicono le mie amiche, è stato contestato sul web. Ma come, si è scritto, è fatto davvero così un «predatore sessuale»?
Xenia, Ymelda e Zoe contestano la contestazione. La realtà della fiction, dicono, calza alla perfezione sulle loro storie personali.
Zoe, un velo sugli occhi: «Lui non si è mica presentato a me come il cattivo», dice. «Era gentile, diceva di volermi aiutare e tutelare».
«Come Mitch con Hannah Schonefeld» irrompe Ymelda. Allude alla seconda delle due storie di molestie raccontate nella serie. «Lei aveva bisogno di un padre», osserva «Mitch ha indossato quella maschera per conquistare la sua fiducia, prima di…» traccia con la mano un cerchio davanti al suo viso. Fidel ne approfitta per liberarsi. «… prima di rivelare quello che è veramente» si scalda Xenia.
«E Alex sapeva» continua Zoe, raccogliendo una lacrima con un fazzoletto di carta.
«Alex, cioè Alexandra» precisa Ymelda «Alexandra con la “a”».
«Zero solidarietà dalle altre donne» taglia corto Xenia «o non capiscono, o se ne stanno alla larga». Alex, dicono a una voce, «ha protetto il sistema» fino all’inverosimile conversione finale, mentre le altre…
«Ogni volta che un leone muore nella foresta, le iene banchettano» sospira Zoe.
«Succede anche se muore un coniglio», punge Xenia.
«A proposito di piccoli mammiferi… dov’è finito Fidel?», chiede Zoe.
«Eccolo lì, davanti alla porta d’ingresso» fa Ymelda.
«Che strano…» dico io «fa così ogni volta che deve arrivare qualcuno».
Guardo l’orologio: sono ormai le due e dieci della notte.
«Passami le patatine, va’: l’ultima presa, poi andiamo a casa».
Xenia tuffa le mani nella ciotola, mentre il campanello si mette a trillare.
«Chi sarà mai, a quest’ora?» fa Zoe, nascondendosi dietro il divano.
Mi muovo per andare ad aprire, ma la porta si spalanca da sé.
Una donna sui quarant’anni, stivali di cuoio, giubbottino di pelle nera, la mano sinistra con un braccialetto scuro appoggiata su un trolley fucsia di media grandezza, ha raggiunto Ymelda accanto alla libreria.
«Haaaiii» dice.
La guardiamo con gli occhi sgranati.
«Ma è…» mugola Xenia.
«Bradley Jackson», viene verso di me e mi porge la mano. La stringo con poca forza.
«So tired», con il braccialetto lega i capelli castani in una coda di cavallo .
Abbatte il trolley al centro della sala e lo apre; fruga un po’ e ne estrae un involucro di carta che ha la forma di una bottiglia. Lo posa sul tavolino, accanto alle patatine. Solleva su di noi gli occhi verdissimi e scoppia in una risata.
«Hi… look at you…».
«Non sono mica un fantasma» dice in italiano «non volevate parlare con me?».

*Questo racconto è inventato: i suoi personaggi non esistono. L’unico personaggio reale è
il gatto Fidel. E Bradley Jackson, ovviamente.


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