In tempi di guerre diffuse e di paci rinviate a tempo indeterminato, una delle domande da farsi è: chi c’è, ma soprattutto chi non c’è ai tavoli dei negoziati? Tra le tante assenze che ogni singolo conflitto può esibire, ce n’è una trasversale, che è quella delle donne: ad oggi le donne hanno costituito solo il 2% dei mediatori, l’8% dei negoziatori e il 5% dei testimoni e dei firmatari in tutti i principali processi di pace e questo nonostante sia assodato che proprio le donne siano assieme ai bambini le principali vittime delle guerre. Plastica e grottesca rappresentazione dello stato delle cose sono le immagini del sedicente Board of Peace per Gaza. Per colmare questo gap, fin dal 31 ottobre 2000 con la Risoluzione n. 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata adottata l’agenda “Donne, Pace e Sicurezza” nei Paesi del Mediterraneo, nell’ambito NATO e in quello OSCE (L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa estesa a 57 paesi). Si tratta di un’agenda che interpreta in modo ampio il tema della sicurezza, muovendosi a più livelli per ridare voce alle donne nei processi decisionali, a partire da quello locale, grazie al coinvolgimento delle amministrazioni territoriali: perché la pace comincia dal basso. Soprattutto l’obiettivo è intervenire “prima” che le crisi e i conflitti si manifestino e da questo punto di vista le donne sono dei sensori formidabili.
Questioni cruciali sulle quali nei giorni scorsi la presidente della commissione Pari Opportunità del Comune di Milano, Diana De Marchi ha invitato una delegazione dell’OSCE, per condividere buone pratiche e linee guida applicabili a livello metropolitano. Lara Scarpitta, consigliera dell’OSCE per la parità di genere, ha ricordato come città quali Vienna e Vancouver abbiano già adottato l’agenda “Donne, Pace e Sicurezza” a livello locale, integrando la prospettiva di genere nella pianificazione urbana. Obiettivo è promuovere la partecipazione delle donne ai tavoli sulla sicurezza urbana e rafforzare la raccolta di dati disaggregati per genere ed età, senza i quali le politiche sono cieche. Una prospettiva, quest’ultima, in larga parte già fatta propria dal Comune di Milano, ha sottolineato la delegata del sindaco alle pari opportunità di genere Elena Lattuada.
Marina Barreiro Marino, esperta di prevenzione dei conflitti dell’OSCE, ha posto la questione in questi termini: «Le città sono sempre più in prima linea sui temi della pace e della sicurezza. Quest’ultima viene vissuta innanzitutto sul piano locale e le amministrazioni territoriali sono le prime a dover reagire in caso di emergenza, prima ancora che si attivi il livello nazionale. In più, le crisi non sono mai neutre dal punto di vista del genere». Senza arrivare alle guerre vere e proprie, Barreiro ha fatto l’esempio delle scuole: se per una qualsiasi ragione dovessero chiudere improvvisamente, su chi ricadrebbe il carico della riorganizzazione familiare? «Se la metà della popolazione viene esclusa dalle analisi, l’analisi stessa risulta parziale: la sicurezza, infatti, non è definita solo dai confini, ma anche dall’inclusione, dalla fiducia e dalla capacità di resilienza». Qualcosa che abbiamo in effetti vissuto: è quello che è successo con il Covid. Le donne quindi sono alert di crisi a tutti i livelli che non possono essere tacitate, pena processi sbilanciati.
E tra i sensori che permettono di ampliare la prospettiva sull’analisi della realtà ci sono anche le professioniste dell’informazione. L’incontro ha previsto infatti anche un focus sulla sicurezza delle giornaliste, spesso emarginate nello spazio pubblico, a cui l’OSCE dedica progetti mirati. Cecilia Vera Lagomarsino, media freedom project officer dell’OSCE, ha ricordato come proprio a Milano nel 2018, durante la presidenza italiana dell’organizzazione, sia stata adottata all’unanimità una mozione sulla tutela dei giornalisti a rischio. Anche se la compagine dei paesi sottoscrittori è certamente problematica per la sua applicazione, se pensiamo a Russia, Bielorussia, Turchia. Tra le varie iniziative, la campagna SOFJO (Safety of Female Journalists Online) ha potenziato le risorse per contrastare l’aumento esponenziale delle molestie digitali e delle minacce di genere contro le reporter, riconoscendo che le giornaliste affrontano rischi specifici nell’infosfera digitale, spesso sessualizzati. Lagomarsino ha parlato di una «violenza sistemica e intenzionale», gli attacchi alle giornaliste sono «il prezzo da pagare per entrare in spazi dominati dagli uomini». Lo hanno certificato le ricerche dell’Unesco e recentemente quello di UNwomen dedicato proprio alle intimidazioni nei confronti delle giornaliste e delle attiviste. Nel corso degli anni, il lavoro dell’OSCE su questo fronte è stato ed è, oltre al monitoraggio e alla denuncia, offrire alle reporter training, linee guida e strumenti di difesa. Perché il punto è che «quando una giornalista viene attaccata e la sua voce spenta, si indebolisce il pluralismo e quindi la democrazia».