Dopo la sentenza Cedu: la formazione dei magistrati deve partire anche dal linguaggio e dagli stereotipi | Giulia
Top

Dopo la sentenza Cedu: la formazione dei magistrati deve partire anche dal linguaggio e dagli stereotipi

Continua la discussione sulla sentenza Cedu che ha condannato l'Italia per i contenuti sessisti di una richiesta di archiviazione in un caso di violenza. Questo articolo di Marina Calloni è uscito sul blog La27esima ora

Dopo la sentenza Cedu: la formazione dei magistrati deve partire anche dal linguaggio e dagli stereotipi
Foto di Sasun Bughdaryan su Unsplash
Preroll

Marina Calloni Modifica articolo

7 Luglio 2026 - 18.09


ATF

Di nuovo l’Italia viene condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Di nuovo per violenza domestica. Di nuovo per le parole di chi avrebbe dovuto tutelare, e invece ha giudicato con gli occhi del pregiudizio.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire con 60.000 euro Audrey Ubeda, cittadina francese, e i suoi due figli minorenni. Nel 2021 la donna aveva denunciato presso la Procura di Benevento il compagno per maltrattamenti e violenza sessuale. La magistrata aveva invece chiesto l’archiviazione della pratica, scrivendo che «è comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza che ogni donna … tende a esercitare quando un marito … tenta l’approccio sessuale». Liquidò inoltre come «scherzo di cattivo gusto» l’episodio in cui l’uomo aveva puntato contro la compagna un coltello alla gola, mentre in tv scorrevano le immagini di un femminicidio.

Purtroppo, scrivono i giudici della Corte di Strasburgo, non si è trattato di un episodio isolato. Le motivazioni date dalla magistrata «riflettono una cultura sessista e stereotipata che dev’essere evitata nelle aule di giustizia», tanto da aver esposto la donna a una vittimizzazione secondaria. Di fatto, la Corte ha rilevato che l’approccio della magistrata rispecchia purtroppo quanto già segnalato dal GREVIO (il Gruppo di esperte che monitora l’attuazione della Convenzione di Istanbul), ovvero il rischio che i magistrati continuino – attraverso le loro sentenze – a dar credito all’idea che una relazione intima sia per natura fondata su sottomissione, controllo e possesso.
Le parole della magistrata perpetuano ancora una volta ciò che è già noto, già documentato, ma rimasto lettera morta. Già molte volte l’Italia è stata condannata per denunce simili (cfr. Talpis c. Italia, 2017) e ora per violazione dell’articolo 3 (che vieta in modo assoluto torture e trattamenti inumani) e dell’articolo 8 (che protegge il diritto al rispetto della vita privata, familiare e del domicilio). Ciò viene altresì aggravato dal fatto che anni di ritardo della decisione del Tribunale dei minori avevano indotto madre e figli a rimanere in un centro di accoglienza, senza che fosse mai decisa la loro richiesta di lasciare l’Italia.

«Mi sento come una fenice che rinasce dalle sue ceneri», ha detto Ubeda. «Ma la soddisfazione più grande è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché non si ripeta mai più un caso come il mio.» La rinascita è possibile. Ma il compito comune – quello di impedire che si ripeta – resta urgente.

E si ripresenta qui la questione della necessaria e costante formazione per professionisti a tutti i livelli. Dopo oltre quindici anni di corsi di formazione su linguaggio, sessismo, violenza di genere, azioni di prevenzione – e dopo aver contribuito a relazioni per la prima e seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio – rimane una questione ancora aperta.

Abbiamo organizzato molti corsi di formazione per una molteplicità di figure professionali, anche obbligati dal sistema di accreditamento. Anche le forze dell’ordine hanno partecipato come utenti e docenti con convinzione. Solo due classi professionali – per ragioni contrattuali differenti – non hanno questo obbligo, più volte segnalato dal GREVIO: magistrati e insegnanti. Ho letto per anni atti giudiziari scritti in cui questi stereotipi si annidano, spesso scritti in uno stile lezioso e ampolloso, in cui la ricostruzione si concentrava sulle “ragioni” del femminicida – la sua storia, il suo movente, la sua incapacità di resipiscenza – mentre la donna, nei fatti del testo, moriva una seconda volta: cancellata come soggetto, ridotta a sfondo della psicologia di chi l’aveva uccisa.

Chi muore non ha più voce: per questo, nel lavoro sulla domestic homicide review che ho condotto per la prima Commissione femminicidio, la ricostruzione deve procedere certamente per condannare il femminicida, ma anche per non sopprimere la voce di chi non c’è più e non può più raccontare in prima persona, per darle giustizia, perché le morti non rimangano inutili o inascoltate.

Ma per chi sopravvive, come Audrey Ubeda, la voce c’è, ed è lì che lo stereotipo ha di nuovo fatto violenza: invece di ascoltarla, la magistrata ha ridotto la sua voce a un caso di “normale resistenza femminile”, secondo quella che viene ormai chiamata “violenza epistemica”, il non essere credute, accolte, avere lo stesso potere di parola e giudizio di chi ti ha violata. Ascoltare le sopravvissute – prendere sul serio la loro voce, non ricostruirla al posto loro – è la prima, minima forma di giustizia che si può ancora restituire.

Resta una domanda aperta, insieme culturale e professionale: mancanza di preparazione, o resistenza psicologica a riconoscere ciò che le norme vigenti individuano già come reato?
Il comportamento della PM di Benevento non può essere ovviamente generalizzato. Non può rappresentare la magistratura nel suo complesso. Lo dimostrano il rigore di molte sentenze emesse dalla Cassazione proprio su questi temi, l’istituzione di sezioni specializzate interne ai Tribunali ordinari secondo le indicazioni date dalla legge sul Codice rosso, oltre che una generazione di magistrate e magistrati molto attente/i e ben formate/i, che hanno lavorato fianco a fianco con le commissioni parlamentari contro il femminicidio e in stretto contatto con i servizi e i centri antiviolenza. Il problema non dipende tuttavia solo dall’impegno individuale. La questione è strutturale. Senza un obbligo formativo sistemico, le buone pratiche restano isolate, senza diventare la norma.

Il linguaggio non descrive il mondo: lo crea. E una sentenza – o una richiesta di archiviazione – non è mai imparziale. È la traduzione in atto di una visione del mondo. Quando quella visione è patriarcale, il diritto smette di proteggere e comincia a normalizzare e dunque ad offendere di nuovo.

Di fatto esistono già linee guida del Consiglio Superiore della Magistratura, pubblicate nel CSM 2021 che impongono agli uffici giudiziari corsie preferenziali, magistrati specializzati e un coordinamento tra giudici civili e penali per garantire interventi tempestivi, al fine di proteggere le vittime di violenza di genere e prevenire ulteriori traumi durante il processo. Inoltre, la Scuola Superiore della Magistratura ha specificamente dedicato nel 2026 un corso sugli stereotipi nel linguaggio giudiziario.
Ma i fatti riportati da Ubeda risalgono proprio al 2021 – quando entrano in vigore le linee guida del CSM – a dimostrazione che un documento non basta a cambiare da solo le aule di giustizia se resta facoltativo, sporadico, scollegato da qualunque verifica.

Una formazione continua intra e inter-professionale su genere, linguaggio e violenza a fini preventivi e non solo repressivi deve diventare un requisito obbligatorio e permanente per competenze lavorative. Non deve essere un modulo tra i tanti proposti nel calendario della Scuola. Chi giudica reati che riguardano la vita delle donne, dei minori, dei corpi violati, deve essere formato a riconoscere riflessivamente i propri stereotipi e pregiudizi prima ancora di applicare la legge. E chi, dopo essere stato formato, continua a riprodurli, deve risponderne.

Non bastano le scuse, non bastano i risarcimenti pagati dallo Stato al posto di chi ha scritto quelle frasi: serve accountability individuale, non solo collettiva. Altrimenti continueremo a chiamare “giustizia” ciò che una Corte europea dei diritti dell’uomo, ancora una volta, è stata costretta a chiamare con il suo nome: discriminazione, violenza di genere e violazione dei diritti umani.

L’autrice è docente di Filosofia politica sociale all’Università Bicocca di Milano e direttrice del Centro Studi Against Domestic Violence e fa parte di GiULiA giornaliste

QUI il link all’articolo su La27esimaora

Native

Articoli correlati