Nel 2014 un rapporto dell’Osservatorio di Pavia stimava in tre ore il palinsesto giornaliero dedicato alla cronaca nera e allo scandaglio dei casi giudiziari sulle diverse reti televisive, la cosiddetta televisione del dolore. Bei tempi, verrebbe da dire: oggi la nostra dieta mediatica quotidiana, anche senza calcolare i canali true crime dedicati e le docuserie, offre una successione ininterrotta dal mattino fino a notte fonda di trasmissioni a reti unificate che mettono in scena delitti e processi, con una particolare predilezione per i casi che vedono al centro le donne in tutto lo spettro possibile, dalle vittime alle carnefici.
In principio fu la villetta di Cogne, madre di tutta la mediatizzazione giudiziaria, seguita da infiniti altri plastici e tribunali televisivi, fino a quello che è già un caso di studio sui perversi cortocircuiti che stravolgono giustizia e giornalismo, Garlasco. Dalle madri assassine alle vittime di violenza di genere -spolpate fino all’osso del macabro dettaglio o dell’illazione pruriginosa, perché di una donna ammazzata o stuprata nel nostro inquinato ecosistema mediatico non si butta via niente – la mediatizzazione delle indagini giudiziarie e dei processi mette in atto ogni giorno senza freni proprio quella “spettacolarizzazione” che il codice deontologico dei giornalisti e delle giornaliste, anche sulla scorta delle raccomandazioni del Manifesto di Venezia e in ossequio ai principi della essenzialità e della continenza richiede di rispettare a chi fa informazione. Ma siccome questo intralcia l’infotainment, ossia la necessità commerciale di tenere incollata allo schermo un’audience sempre più sfuggente, distratta dalle esche della disinformazione senza “lacci e lacciuoli” dei social, ciao ciao alle cautele della deontologia, senza troppi imbarazzi.
Un accorato e puntuale allarme sulle conseguenze della mediatizzazione dei processi lo hanno lanciato la giudice Franca Anelli affiancata da Ivana Caputo nella sentenza di condanna a 24 anni in appello di Alessia Pifferi, la donna rea di aver lasciato morire di stenti la figlia di due anni, che in primo grado era stata condannata all’ergastolo. Nelle motivazioni diffuse poche settimane fa, un lungo capitolo è proprio dedicato agli effetti distorsivi della ribalta mediatica sul processo e soprattutto sugli attori del processo: imputata, testimoni, familiari, periti. Una frase dice molto: Pifferi «ha iniziato a mentire quando— in isolamento ed in stato di detenzione— ha dovuto assistere, da spettatrice televisiva, al suo linciaggio». E ancora: «Il processo-televisivo-Pifferi —…ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla sua condotta processuale… ha condizionato la spontaneità di molte testimonianze, prima fra tutte quella della Parte Civile M. A., trasformandola obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia per non essere, a sua volta, investita dalla pubblica esecrazione».
Le giudici stigmatizzano la lapidazione verbale a cui l’imputata è stata sottoposta dentro ma soprattutto fuori dal tribunale, per la sua “condotta lussuriosa“, per il fatto che si prostituisse, per un’eventuale relazione con una compagna di cella: «Qualunque persona imputata, libera o detenuta che sia, non perde sol per questo il diritto alla riservatezza in aree sensibili della personalità e della vita privata, (sessualità, salute, opinioni politiche e credo religioso)». Tanto più se queste nulla hanno a che fare con il reato.
La premessa è un ragionamento generale che andrebbe inserito nei testi obbligatori delle scuole di giornalismo: «Il «caso-Alessia-Diana-PIFFERI» … non veniva trattato soltanto da quell’irrinunciabile servizio pubblico essenziale che si chiama giornalismo, qui giudiziario, con le regole deontologiche che gli sono proprie (interesse pubblico, verità della notizia e continenza espositiva). Né men che meno veniva considerato da quello che ne è un prezioso valore aggiunto, chiamato giornalismo d’inchiesta, che non equivale, com’è noto, alla raccolta di opinioni personali, banali frasi fatte e cicaleccio condominiale fra parenti, vicini di casa e sconosciuti passanti, intercettati con appostamenti e telecamere appresso (su cui, sia detto incidentalmente, il codice di rito fa divieto di testimonianza: art. 194, 30 co. c.p.p.). Il “caso-Alessia-Diana-PIFFERI” è divenuto per lo più oggetto di quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove — comprensibilmente curando più le esigenze dei palinsesti che il rispetto delle regole e dei diritti (delle vittime principalmente ma non solo) — esibendo una “sapienza” giuridica e “intuizioni” investigative di qualità facile da immaginare — si è adusi a condannare o assolvere, secondo pregiudizio e secondo copione, discettando di innocenza e colpevolezza; di dolo e colpa; di indizi e prove, di aggravanti e attenuanti che impegnano operatori e quali del resto poco ne cale — inappellabili decisioni corrispondenti al “sentimento sociale e popolare”, peraltro vellicato e formatosi sulla disinformazione».
Il tutto in violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) sul diritto al giusto processo. Un principio che si applica anche alle vittime, ovviamente, a cui non viene risparmiato, come si diceva prima, la gogna postuma dei tribunali televisivi (incommentabili, per restare alla cronaca recente, tutti i “si dice” in diretta tv non verificati e tantomeno confermati sui presunti amanti di Chiara Poggi) nel caso dei femminicidi o quella “in vita” nel caso di stupri e abusi: mai dimenticata la vox populi interpellata sul tema “se l’è cercata oppure no”, in una nota trasmissione del servizio pubblico dedicata pochi anni fa alla violenza di gruppo ai danni di una ragazza siciliana.
A dicembre l’ordine nazionale dei giornalisti, allarmato dall’andazzo, ha chiesto all’Agcom di resuscitare il Comitato istituito nel 2009 per monitorare la correttezza della trattazione dei processi penali nelle trasmissioni radiotelevisive, di cui si sono perse le tracce quasi subito, dopo un paio di pronunciamenti sui casi di Avetrana e Perugia (omicidi di Sarah Scazzi e Meredith Kercher), l’ultimo nel 2011. Ecco, visto che c’è, forse serve davvero.
Qui le motivazioni della sentenza Pifferi