Con Voci di resistenza. Donne e diritti nell’era di Trump, (Edizioni All Around), la giornalista e scrittrice Antonella Napoli torna a raccontare il punto in cui i diritti umani incontrano la violenza del potere, scegliendo ancora una volta di partire dalle persone, dai corpi esposti, dalle parole che resistono. Il libro raccoglie testimonianze di donne, migranti e attivisti impegnati nel contrasto alle politiche anti-migratorie degli Stati Uniti trumpiani, ma il suo sguardo si allarga ben oltre la cronaca politica: diventa un’indagine profonda sulla grammatica contemporanea dell’odio, sulla repressione e sulla capacità ostinata della società civile di opporsi.
Mariam, Paulita, Ihan, Faia, Alexandra: storie diverse, provenienti da Sudan, Yemen, Somalia, Pakistan e da molte altre geografie del dolore, accomunate dalla stessa battaglia per la libertà e la dignità. Sullo sfondo c’è Minneapolis, simbolo della resistenza contro l’Ice, la famigerata agenzia federale per la sicurezza interna americana, diventata negli anni uno degli emblemi più controversi della politica migratoria statunitense. È qui che Napoli ambienta una parte centrale del suo racconto, trasformando la città del Minnesota nel laboratorio più evidente di una frattura civile che attraversa l’intero Paese.
Il libro rende omaggio a chi ha pagato con la vita la difesa dei diritti umani, come Renee Nicole Good, attivista di 37 anni uccisa il 7 gennaio 2026, e Alex Pretti, entrambi vittime della violenza legata alla repressione dell’immigrazione clandestina. Le loro morti diventano simbolo di un’America attraversata da tensioni profonde, dove la linea tra sicurezza e repressione si assottiglia fino quasi a scomparire.
Ma Voci di resistenza non è soltanto un reportage politico. È anche un libro sulle parole. Sulle parole che feriscono, isolano, delegittimano. Napoli mostra infatti come la compressione dei diritti passi non solo attraverso le leggi e le istituzioni, ma anche attraverso il linguaggio pubblico, sempre più aggressivo, divisivo e misogino. È la stessa grammatica dell’odio che colpisce quotidianamente donne giornaliste, attiviste, scrittrici e chiunque osi occupare uno spazio pubblico con la propria voce.
Il tema attraversa tutto il lavoro dell’autrice, che da anni denuncia il rapporto tra violenza, propaganda e manipolazione del linguaggio. Reporter di guerra, direttrice di Focus on Africa, Napoli conosce personalmente il prezzo dell’esposizione pubblica. In diversi interventi e progetti, tra cui #staizitta giornalista, ha raccontato come l’informazione al femminile venga spesso soffocata da campagne d’odio, minacce sessiste e intimidazioni che cercano di trasformare il dibattito pubblico in uno spazio ostile alle donne.
Ed è proprio qui che il libro trova la sua dimensione più urgente e politica: mostrare che il linguaggio non è mai neutrale, che le parole costruiscono gerarchie, autorizzano comportamenti, preparano il terreno alla violenza reale. La misoginia e l’odio verso l’alterità non sono folklore, ma dispositivi culturali potentissimi che normalizzano la sopraffazione e alimentano l’idea che donne e uomini liberi rappresentino una minaccia.
Napoli affronta questi temi senza retorica e senza compiacimento nel dolore. La sua scrittura resta asciutta, giornalistica, ma attraversata da una forte partecipazione umana. È la stessa cifra narrativa che aveva già caratterizzato lavori precedenti dedicati ai bambini soldato e alle ferite invisibili della guerra: raccontare la violenza senza trasformarla in spettacolo, mantenendo sempre al centro la dignità delle persone.
Anche in questo libro, infatti, il cuore del racconto è la resistenza quotidiana. Non quella eroica e monumentale, ma quella minuta, fatta di reti informali di solidarietà, di avvocati che difendono migranti, di donne che continuano a denunciare, scrivere, testimoniare, occupare spazio pubblico nonostante le intimidazioni. In un’epoca in cui il femminismo viene spesso caricaturizzato o trasformato in bersaglio polemico, la voce di Antonella Napoli sceglie di non alzare i toni, ma di attraversarli con lucidità.
La forza di “Voci di resistenza” sta proprio nella sua capacità di collegare il presente a una storia molto più antica: le nuove tecnologie e il progresso non inventano odio e terrore ma li amplificano a una velocità tale da farli entrare nella nostra quotidianità, attraversando in un attimo l’oceano.
E alla fine della lettura resta una sensazione precisa: raccontare l’odio significa anche tentare di disarmarlo. Perché ogni volta che una vita viene ridicolizzata, minacciata o silenziata, non viene colpita soltanto una persona: viene messa in discussione la qualità stessa della democrazia. Eppure, nonostante tutto, nelle pagine di Antonella Napoli sopravvive ostinatamente la speranza. La convinzione che la resistenza – soprattutto quella delle donne che rischiano ogni giorno per difendere i diritti umani – anche quando appare fragile, continui ad avere una forza realmente capace di opporsi a paura e silenzio.

Voci di resistenza. Donne e diritti nell’era di Trump, di Antonella Napoli, All Around, pagg, 184, 15 euro.