Pur non essendo ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (ad oggi) il recepimento delle due direttive europee che modificano gli organismi di parità la Rete delle Consigliere ed i Consiglieri di Parità e l’UNAR ( Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) ha finito il suo iter. Iter breve perché, come per il recepimento di altre direttive, il testo viene predisposto su delega del Governo dai ministri competenti, in questo caso dalle ministre Calderone e Roccella e affidato alle Camere solo per l’espressione di pareri.
Sia alla Camera che al Senato ci sono state alcune sedute di audizione in cui alcune parti sociali, sindacati, associazioni di donne ed alcune consigliere di parità, oltre ai rappresentanti di UNAR hanno potuto presentare la loro opinione. Sostanzialmente delle osservazioni presentate, esaminando il testo a disposizione, è stato recepito ben poco anche perché il parere della maggioranza nelle commissioni parlamentari era di fatto positivo. Diverso il parere di minoranza che comunque non è stato recepito.
I punti di confronto erano sostanziali. Le direttive europee non chiedevano che fosse costituito un unico organismo, “l’Organismo per la parità” come si è deciso da parte governativa. Questa fusione, che secondo il parere di minoranza «rappresenta una mera unificazione organizzativa» rischia di disperdere il livello di efficacia dell’azione soprattutto per quanto riguarda il tema della parità tra uomini e donne nel lavoro disperdendo esperienze ultraventennali. Il Governo ha tuttavia cambiato apparentemente la sua visione rispetto alla questione della Rete delle Consigliere di parità.
In quasi la totalità delle audizioni si è difesa, infatti, questa struttura che opera, oltre che a livello nazionale, a livello territoriale in tutte le regioni e le provincie. Pareri assunti solo apparentemente, perché pur lasciando in vita la rete delle consigliere, le svuota di poteri attribuendo loro solo la funzione di coordinamento con l’Organismo di parità nazionale. Le consigliere perdono ogni rapporto diretto con il livello centrale nelle loro nomine, che sono totalmente affidate ai livelli territoriali e tuttavia, non hanno nessun obbligo cogente per dotarsene. Di fatto le loro funzioni antidiscriminatorie sono tutte assunte dal livello centrale, a loro rimane la possibilità di segnalazione di scambio di informazioni, esperienze, di buone prassi purché si tenga «conto degli indirizzi generali» dell’Organismo di Parità.
Si è mantenuto un nome, non la funzione delle consigliere, e le attività di coordinamento sono «nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica», che tanto per fare un esempio ammontano ad un indennità mensile lorda di massimo 780,00 euro per 50 ore minime di impegno per le consigliere di parità regionali.
Sarebbe stato necessario invece, anche nello spirito delle due direttive, prevedere che le due strutture fossero dotate di risorse umane tecniche e finanziarie per realizzare i loro compiti di funzione antidiscriminatoria, di interventi anche in giudizio oltre che di conciliazione. Ma non era sicuramente questo l’obiettivo del Governo, nonostante le direttive dicessero altro.
Adesso, appena pubblicato il decreto sulla Gazzetta Ufficiale, bisognerebbe che qualcuno facesse valere presso la Unione Europea «il principio di non regresso» visto che più che di semplificazione si può parlare di indebolimento e di regressione rispetto all’attuale situazione. Per brevità qui, tra l’altro, non ho toccato l’abolizione completa del “Comitato per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici”, altro vulnus aperto in tema di organismi di parità.
Anche questa volta, come accade ormai da tempo, nel quasi silenzio generale, si smontano tranquillamente i pochi presidi di difesa delle lavoratrici italiane. Chi per ignavia, chi perché trova la difesa dei diritti delle lavoratrici un inciampo inutile, di fatto sta per diventare legge l’ulteriore attacco alle donne.