Quando il linguaggio tradisce la coscienza: no, lo stupro non è sesso ma potere | Giulia
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Quando il linguaggio tradisce la coscienza: no, lo stupro non è sesso ma potere

Nelle ultime settimane abbiamo letto o sentito da parte di giornaliste affermate dichiarazioni che associano in modo più o meno serio o come battuta la violenza sessuale all'ambito dell'erotismo e del piacere. Eleonora De Nardis spiega perché non si tratta, solo, ma già sarebbe comunque troppo, di frasi infelici

Quando il linguaggio tradisce la coscienza: no, lo stupro non è sesso ma potere
Immagine creata con l'AI
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Eleonora de Nardis Modifica articolo

25 Maggio 2026 - 10.50


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Ci sono frasi che non scandalizzano soltanto per ciò che dicono. Scandalizzano per ciò che rivelano. Per il vuoto culturale che spalancano sotto i piedi del discorso pubblico. Per la leggerezza con cui, improvvisamente, si scopre che perfino donne colte, giornaliste esperte, professioniste abituate a maneggiare le parole come strumenti di precisione, possono smarrire il senso storico, simbolico e politico di ciò che pronunciano.

È accaduto in questi giorni, e non una sola volta. Da una parte, la frase pronunciata in televisione da una collega e opinionista tv durante una discussione sul caso Garlasco: l’idea che “in tutti noi ci sia lo stupro”, che lo stupro appartenga all’immaginario comune, ai sogni, alle fantasie universali. Dall’altra, le parole affidate ai social di una collega radiofonica, secondo cui soldati dell’IDF non potrebbero essere responsabili di violenze o abusi sessuali su donne palestinesi o su attiviste internazionali perché — nella sostanza del ragionamento — le donne israeliane viste sulle spiagge di Tel Aviv o le soldatesse israeliane sarebbero più attraenti.

Ora, prima ancora dell’indignazione, occorre fermarsi sullo sconcerto. Perché qui non siamo davanti a una semplice provocazione infelice, né a una scivolata lessicale. Qui emerge qualcosa di più profondo e più inquietante: la persistenza di una cultura che continua a leggere la violenza sessuale attraverso categorie erotiche, estetiche o persino psicologiche, invece che attraverso la sua natura reale — storica, politica, strutturale.

Ed è precisamente questo il nodo. Lo stupro non è un incidente dell’immaginario, non è una fantasia archetipica distribuita democraticamente nelle coscienze e non è un cortocircuito del desiderio.
Lo stupro, nella sua dimensione storica e sociale, è anzitutto un dispositivo di potere. È un atto di dominio. È una tecnologia della subordinazione.

Le studiose femministe lo hanno spiegato da decenni, da Susan Brownmiller a Catharine MacKinnon: la violenza sessuale non riguarda il sesso bensì il controllo, la gerarchia. Riguarda il corpo dell’altra persona ridotto a territorio di conquista, umiliazione, annientamento.

Ed è precisamente per questo che lo stupro accompagna tutte le guerre: dalla Bosnia al Ruanda, dal Congo all’Ucraina, sino ai molti teatri di conflitto mediorientali, la violenza sessuale è stata riconosciuta dal diritto internazionale come arma di guerra, strumento deliberato di terrore, punizione collettiva e pulizia etnica. Non importa in nome di quale esercito, né di quale bandiera, né di quale religione.

Quando un esercito occupa, controlla, umilia una popolazione civile, il corpo femminile — e spesso anche quello maschile — diventa il primo territorio su cui il potere si esercita. È accaduto ovunque e negarlo in linea teorica perché “i soldati avrebbero donne più belle a disposizione” non è soltanto un’affermazione infelice: è un errore antropologico, storico e morale che implica una concezione aberrante secondo cui la violenza sessuale deriverebbe da carenza erotica o da insufficienza estetica dell’oggetto desiderato. Come se lo stupro fosse una deviazione del desiderio sessuale e non, appunto, una manifestazione estrema di dominio.

È un argomento terribilmente antico ed è lo stesso sottotesto che per secoli ha prodotto domande rivolte alle vittime anziché agli aggressori: com’era vestita? Era provocante? Era bella? Perché era lì? Aveva bevuto? Aveva flirtato?

La cultura patriarcale funziona precisamente così: erotizza il potere e depoliticizza la violenza.

Persino quando a pronunciare certe parole sono donne. Anzi, talvolta soprattutto quando a pronunciarle sono donne. Perché il patriarcato non è una questione biologica. Non coincide con il genere di chi parla, anzi è una grammatica del mondo. Un sistema simbolico che può essere interiorizzato da chiunque, anche da chi ne subisce gli effetti.

Ed è qui che il nostro ruolo, quello del giornalismo, diventa cruciale: una giornalista non è una semplice utente dei social con qualche migliaio di follower. Una giornalista esercita una funzione culturale. Contribuisce a definire il perimetro del dicibile. Costruisce immaginario e orienta linguaggi. Persino quando parla “a titolo personale”, continua a occupare uno spazio pubblico fondato sull’autorevolezza della sua professione. Per questo il problema non è la censura morale né la pretesa di purezza ideologica. Il problema, a mio parere, è la responsabilità.

Soprattutto su temi che riguardano la violenza di genere. Perché ogni banalizzazione del linguaggio produce effetti concreti e ogni volta che lo stupro viene trasformato in fantasia condivisa, in pulsione universale o in questione estetica, si compie un piccolo slittamento culturale: si allontana l’attenzione dalla struttura del potere e la si trasferisce nell’ambiguità del desiderio.

E le vittime, ancora una volta, spariscono. Dietro il chiacchiericcio televisivo, dietro la provocazione social, dietro il commento (pseudo)brillante, dietro l’idea che tutto sia opinabile perché tutto è spettacolo.

Ma ci sono parole che non possono essere trattate come esercizi retorici. Perché dietro quelle parole esistono donne violate nei conflitti armati. Donne stuprate nei centri di detenzione. Donne umiliate durante le occupazioni militari. Donne che non denunciano per paura, vergogna o impossibilità materiale. Donne che hanno visto il proprio corpo trasformato in messaggio politico.

E davanti a questa realtà, il compito di chi fa informazione dovrebbe essere uno solo: mantenere intatta la complessità, non dissolverla nel cinismo o nella superficialità.

Si badi bene: non si tratta di stabilire tribunali morali. Non si tratta neppure di negare che esistano fantasie, ambivalenze, zone oscure della psiche umana; la letteratura, la psicoanalisi e persino certa riflessione femminista hanno discusso a lungo la complessità del desiderio.

Ma il punto è un altro: una società civile dovrebbe sapere distinguere tra l’elaborazione teorica della sessualità e la banalizzazione pubblica della violenza. Dovrebbe sapere distinguere tra eros e sopraffazione, tra desiderio e dominio, tra consenso e potere. Ed è precisamente questa distinzione che oggi sembra smarrirsi troppo spesso nel dibattito pubblico.

Forse perché viviamo in un tempo in cui il trauma viene consumato rapidamente, in cui tutto diventa contenuto e in cui persino la violenza deve trasformarsi in frase ad effetto. Ma proprio per questo servirebbe un giornalismo capace di rallentare. Di pesare le parole, di ricordare che il linguaggio non è mai neutro e che ci sono espressioni che, pur pronunciate senza intenzione di offendere, finiscono comunque per legittimare immaginari pericolosi.

Perché certe idee appartengono a un sedimento culturale così antico da sembrare ancora normale. Ed è precisamente contro questa normalità che il femminismo, da sempre, continua a scrivere.

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