A scuola di stereotipi

Nel libro di Patrizia Danieli una fotografia spietata degli stereotipi di genere che ancora oggi circolano nelle scuole italiane, ma anche tanti esempi di buone pratiche (di Paola Rizzi)

Illustrazione da Cosa faremo da grandi? Biemmi, Terranera, ed. Settenove, 2015.

Illustrazione da Cosa faremo da grandi? Biemmi, Terranera, ed. Settenove, 2015.

Paola Rizzi 5 maggio 2020

Matilde è una bambina di un elementare di Pistoia che è andata con la classe a vedere una mostra di arte contemporanea. La maestra ha chiesto poi a tutti di scrivere i nomi degli artisti. Matilde alza il ditino: “Maestra, ma anche le femmine possono diventare artiste?”. “Certo Matilde”, si affretta a rispondere la maestra, «perché mi fai questa domanda?».«Perché, maestra, alla mostra non c’era neanche un nome di donna». Come immaginarsi artiste, senza nemmeno un esempio?  E’uno spezzone del documentario Bomba Libera tutti realizzato nel 2013 all’istituto Galileo Galilei di Pistoia con la regia dell’insegnante Pina Caporaso, parte di un lavoro sugli stereotipi di genere, condotto dalle insegnanti nelle quarte e quinte elementari. Ed è una delle buone pratiche raccontate da Patrizia Danieli nel suo Che genere di stereotipi? Pedagogia di genere a scuola (Ledizioni, pp.207), lettura densissima di riferimenti e citazioni, appoggiata su una vasta bibliografia da tenere a mente quando si vuole approfondire il tema.


Prima di arrivare a trattare la questione di se e come la scuola combatte gli stereotipi, Danieli ci conduce in una breve e fulminante storia delle diverse declinazioni del femminile e dei sui cliché: dalla Dea Madre alle matrone romane passando per le teologhe medievali fino alle  suffragette e alle nostre costituenti. Poi si sofferma su come si rafforza lo stereotipo nella società, grazie anche all’amplificazione dei media, a proposito dei quali cita il lavoro di Giulia in prima linea  contro l’ uso sessista delle immagini e delle parole sui mezzi di comunicazione.

Fatte queste premesse,  la scuola può fare la differenza oppure perpetuare il  pregiudizio di genere. «Il compito dell’insegnante, oggi più che mai, è decostruire l’ovvio» scrive Danieli. Ma spesso invece fa esattamente il contrario: «Diversi studi evidenziano come gli e le insegnanti tendono ad attribuire i successi in matematica delle ragazze all’impegno e alla continuità nello studio, e quello dei ragazzi all’intuito, alla genialità e alle potenzialità, alle inclinazioni». Lo stesso per la condotta: «Forse oggi gli adulti sono più attenti a non usare termini come “femminuccia” o “maschiaccio”, ma di fatto è comune sentir dire da adulti “le bambine sono più tranquille”, “i maschi sono più vivaci” e constatare l’evidenza conferendogli una causa “naturale” perché “in base al sesso”. La conseguenza è l’inibizione di talenti considerati “maschili” nelle femmine e viceversa».


Non è di un secolo fa, ma di dieci anni fa una ricerca sul sessismo nei libri di testo di quarta elementare di Irene Biemme (Educazione sessista) che mette in fila numeri e cattive pratiche: «Per quanto riguarda il genere dei protagonisti (nei libri di testo ndr) , in media il 59% è maschio e il 37% è femmina. Ogni 10 protagoniste femmine ci sono 16 protagonisti maschi. Le professioni: ai protagonisti maschili sono attribuite 80 diverse tipologie professionali (tra le quali: cavaliere, re, capitano, soldato, ma anche ferroviere, marinaio, mago, scrittore, geologo, esploratore, scultore, architetto, bibliotecario, medico, direttore d’orchestra, etc.). Numerose sono poi le professioni prestigiose attribuite al maschio come medico, direttore d’orchestra, scienziato, giornalista, ingegnere, geologo, papa ecc. Alle protagoniste femminili soltanto 23, tra le quali: maestra (ancora in assoluto la più frequente), seguita dalla professione di strega, poi maga, fata, principessa, sarta, segretaria, annunciatrice del telegiornale, domestica, hostess, cuoca, baby sitter, regina, cameriera».  Le donne poi vengono per lo più rappresentate in spazi chiusi, principalmente l’ambiente domestico, rispetto ai maschi più facilmente liberi di muoversi in spazi aperti.

Ai tempi di questo sondaggio  evidentemente non era ancora stato applicato il codice di autoregolamentazione non vincolante sottoscritto  dal 75% delle case editrici scolastiche nel 1999 e promosso dal Progetto Polite (acronimo di Pari Opportunità nei Libri di Testo). Del resto in questa materia non c’è nulla di vincolante.  «L’educazione di genere in altri paesi fa parte del programma ministeriale. In Italia si tratta di una linea guida, quindi l’attuazione è a discrezione delle scuole e degli insegnanti. Questo fa la differenza. Anche la Spagna è un paese familistico ma c’è un fortissimo piano di educazione al genere nelle scuole. È volontà politica».  Lo spiega nel libro la sociologa Mara Ghidorzi ideatrice di ImPariaScuola, un progetto promosso dalle Consigliere Provinciali di Parità di Milano e di Monza Brianza che offre strumenti e progetti di buone pratiche a insegnanti e genitori.


Un capitolo fondamentale ovviamente è quello del linguaggio corretto, e le indicazioni sempre disattese di Alma Sabatini nelle sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua ormai risalenti a 34 anni fa a proposito di declinazione al femminile delle cariche. C’è molta strada da fare se ancora nel 2017 sottoponendo un questionario ad un gruppo di insegnanti, un terzo ha risposto  senza esitazione a Danieli che sindaca è sbagliato e sindaco donna è giusto.